A proposito del libro "Crisi, disuguaglianze  povertà. Le iniquità strutturali del capitalismo da Lehman Brothers alla Covid-19", di Francesco Schettino e Fabio Clementi, La città del Sole, 2020

 

di Francesco Schettino e Fabio Clementi

 

Il modo di produzione del capitale, che ci piaccia o no, è un sistema che si basa principalmente su due elementi chiave: il primo è quello di trarre la sua stessa esistenza dallo sfruttamento della forza lavoro e dunque da una lotta di classe che combatte quotidianamente (con esiti assai vantaggiosi); il secondo è negare tutto ciò, presentando il proprio come un sistema economico in cui il profitto è il risultato e la misura di sforzo e rischio imprenditoriale (o anche della presunta scarsità del capitale, a seconda della teoria adottata) negando altresì l’esistenza stessa delle classi (e dunque il loro movimento conflittuale) che, secondo gli apologeti di tale paradigma, sono un fenomeno storico comune a tutte le forme precapitalistiche che ha terminato di esistere al più tardi nel secolo XIX.

Sembra strano, ma a forza di propagandarlo attraverso i molteplici canali con cui si organizza la sovrastruttura del capitale, il messaggio dell’assenza delle classi è stato digerito da grandissime fasce della popolazione, specie negli strati meno istruiti, e dunque privi di strumenti di difesa, appartenenti alla classe subordinata. In una fase di crisi come quella attuale, nonostante le evidenze, essi tendono ad accettare acriticamente le quotidiane pratiche neocorporative che millantano di sforzi patriottici che permetterebbero ad una indistinta “economia nazionale” di uscire dalle sabbie mobili in cui si è infilata da ormai quasi mezzo secolo.

Insomma, il metodo applicato dalla classe dominante per consolidare il potere – anche dinanzi ad evidenti crisi alimentari, economiche, ambientali, sanitarie ecc. – consiste principalmente nel capovolgere costantemente i nessi di causa-effetto in modo da presentare una realtà completamente sovvertita soprattutto nei suoi aspetti più strutturali. In molti ricorderanno che quando emerse la crisi del 2008 in tutta la sua violenza, opinionisti, politici e gli immancabili economisti – o sedicenti tali – si affaticarono a trovare plurime ragioni – le più insolite e creative – connesse a centinaia di capri espiatori pur di non ammettere che si trattava di una crisi strutturale emersa con il “pretesto” delle truffe dei mutui subprime negli Usa, e destinata a durare.

Discorso molto simile per la fase di crisi acuta che stiamo vivendo proprio nel 2020: se è innegabile che la pandemia Covid-19 ha lavorato come amplificatore di un disastro economico mondiale, dovrebbe essere altrettanto noto che esso era stato annunciato da molti operatori già alla fine del 2019 in maniera del tutto indipendente dalla crisi pandemica che nell’ultimo trimestre dell’anno passato era di fatto imprevedibile. Già, infatti, tra la metà e la fine del mese di settembre si erano prodotti inceppamenti del sistema, inondato di liquidità nei dieci anni precedenti e dunque colmo di titoli tossici e spazzatura, molti simili a quelli che avevano dato inizio al crollo del 2008 a partire da Lehman Brothers.

Bolle speculative enormi oscuravano il cielo e molti operatori già avevano messo in conto un 2020 di lacrime e sangue. Le previsioni delle istituzioni internazionali erano, infatti, già disastrose ed erano in molti, alla fine dell’anno passato a temere per le conseguenze di una crisi palesemente strutturale che avrebbe potuto sfociare in qualcosa di imprevedibile. Dopo la diffusione pandemica della Covid-19, naturalmente i termini del ragionamento sono drasticamente cambiati, ed essa è stata presentata d’incanto come l’unica responsabile di una nuova crisi che appunto, solo qualche mese prima, gli stessi operatori e ricercatori vedevano come inevitabile. Insomma, anche in questo caso ci siamo trovati dinanzi ad un capovolgimento dei termini del problema che ha distolto l’attenzione di miliardi di abitanti del nostro pianeta dalle profonde asfissie di un intero sistema produttivo.

Discorso analogo per questioni altrettanto importanti come le disuguaglianze, la polarizzazione dei redditi e la povertà: giacché è divenuto ormai impossibile nasconderne l’entità – nonostante frequenti giochi di prestigio di contabili prestati all’analisi economica – non passa giorno che se ne parli anche all’interno di spazi comunicativi non destinati agli specialisti. A parte qualche estremista d’accademia di area liberale, presente nelle università statunitensi dove si formano le élite dirigenti di mezzo mondo, sono tutti pressoché concordi nel sostenere che le sperequazioni economiche, così come la povertà assoluta e relativa, siano piaghe da eliminare auspicabilmente in un futuro molto prossimo.

 

Non è un caso che persino la Banca mondiale abbia fatto del motto “end poverty” (fine della povertà) uno dei suoi obiettivi cardine, sebbene negli ultimi decenni non siano poche le ombre che hanno oscurato l’operato delle istituzioni transnazionali, in generale, soprattutto all’interno degli stati in cui proprio tali fenomeni sono sempre più difficili da sradicare. Dunque, se tutti sono d’accordo nel voler andar contro disuguaglianze e indigenza, è proprio l’averne capovolto i nessi di causalità che ne impedisce una trattazione e una visione adeguata. Attraverso anche delle raffigurazioni accattivanti e con l’appoggio di una letteratura scientifica che d’incanto è divenuta patrimonio di massa[1], le sperequazioni crescenti finiscono per sembrare il risultato di una cattiva gestione della “politica” o dell’errata re-distribuzione, attraverso il mezzo fiscale, dei redditi prodotti.

Se è innegabile che scelte dei policy makers possono agire anche profondamente su tali fenomeni – da questo punto di vista l’agire delle politiche di austerity hanno avuto un risultato emblematico – d’altra parte è di cruciale importanza anche in questo caso capovolgere il punto di analisi e scoprire quello delle disuguaglianze non già come un risultato bensì come presupposto del modo di produzione capitalistico. Sono i rapporti di proprietà gli elementi da cui partire per fornire una analisi adeguata. È innegabile, infatti, che la produzione della merce capitalistica avvenga attraverso l’incontro di chi vende la forza-lavoro e chi la acquista essendo proprietario dei mezzi di produzione. In questo semplice movimento, infatti, si crea il nucleo di quelle disuguaglianze che poi saranno proiettate in termini monetari sulla distribuzione dei redditi.

Finché, in altri termini, sarà il plusvalore ad essere la finalità della produzione, ossia esisterà un tempo di lavoro non retribuito che gratuitamente sarà erogato e ceduto dalle classi subordinate a quella dominante, la radice delle sperequazioni non sarà mai estirpata, qualsiasi possano essere le manovre correttive anche dei governi più progressisti e illuminati. Questa strutturale iniquità viene oltretutto amplificata dai fenomeni di centralizzazione del capitale e di tendenza al monopolio finanziario che ormai hanno raggiunto livelli inimmaginabili solo fino a qualche anno fa, quasi nella prevalenza dei settori produttivi e dei servizi. La polverizzazione della classe media, della piccola borghesia sono, in sintesi, risultato di questo movimento congenito al capitalismo. In sostanza, è, come si diceva, proprio il rapporto di capitale che presuppone le disuguaglianze che sono immanenti allo sviluppo del capitale così come abbiamo già detto per le crisi. Per quel che concerne la povertà le considerazioni sono simili:

scriveva Marx, già nel I libro del capitale che era proprio la “legge generale dell’accumulazione capitalistica” a generare fenomeni di accumulazione di miseria accanto a spaventosa accumulazione di capitale e ricchezza. Dunque, anche in questo caso, il numero degli ingenti risulterebbe essere proporzionale e funzione dell’ingrandimento di patrimoni e proprietà che, in maniera non proprio esatta, viene ormai genericamente ascritta ad un indistinto 1% più ricco.

Il libro che abbiamo scritto vuole andare proprio nella direzione di capovolgere tutto ciò, ossia indurre al ragionamento critico su concetti come crisi, disuguaglianze e povertà, provandone a ribaltare il punto di vista. Del resto ormai ci sono generazioni adulte che hanno subito e continuano a subire le rovinose conseguenze di crisi economiche, sociali e ambientali sempre più gravi e ravvicinate. La pandemia Covid-19 ha permesso l’emersione di ulteriori iniquità del capitalismo: enormi masse vivono nell’indigenza e non hanno accesso ai servizi essenziali, quello sanitario per esempio.

Chi desidera conoscere l’origine e l’evoluzione delle ultime crisi mondiali e locali troverà nelle pagine di questo libro le analisi, le spiegazioni e le evidenze che consentono di rintracciare le verità che le classi dominanti tentano di nascondere.

 

 

[1] Si veda, al riguardo, la magnifica parabola del prof. Thomas Piketty che in un decennio è passato dall’essere consigliere di Ségolène Royal a novello presunto ideologo rivoluzionario (si vedano in particolare Piketty T., 2014, Il Capitale nel XXI Secolo, Bompiani; Id., 2020, Capitale e ideologia, La nave di Teseo).

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SIAMO TORNATI! Il 7 ottobre 2020 abbiamo inaugurato la seconda stagione di Radio Quarantena. Ritorniamo con una nuova redazione, quasi 20 collaboratori e 5 rubriche settimanali.

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"È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo", scriveva Mark Fisher, e mai affermazione ci è sembrata così calzante. Viviamo in un mondo difficile, non solo perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mostra ogni giorno la sua faccia più feroce, ma anche perché sembra sempre più difficile immaginare le alternative a questo stato di cose. Quando urliamo che ci hanno rubato il futuro non vogliamo dire solo che materialmente la nostra generazione non ha più davanti a sé la possibilità di una vita serena; “rubare il futuro” vuol dire anche sottrarci la possibilità di immaginarcene uno, non tanto per noi stessi, ma per tutta la società. Chi prova a immaginare un mondo diverso, addirittura chi prova a costruirlo, rientra nella categoria dei sognatori, degli illusi, di quelle strane persone che mancano di concretezza e che in molti non si vergognano a chiamare “pazzi”. E allora, così sia. Siamo pazzi. Siamo pazzi perché non guardiamo solo a ciò che è utile per qualcuno di noi, ma perché cerchiamo di intervenire sulla realtà, e perché pensiamo che il benessere di tutti equivalga al benessere di ciascuno. Siamo pazzi perché convinti che non debbano esistere sfruttati e sfruttatori, perché pensiamo che i diritti, la salute, le vite, vengono prima dei profitti. Da tempo pensavamo di aprire questo blog, nel quale vogliamo provare a raccogliere contributi che ci aiutino a immaginare una realtà diversa, ma questo ci sembra il momento migliore, il momento in cui tutti noi dobbiamo darci da fare in ogni modo per costruire una speranza e per costruire la prospettiva di un cambiamento ormai divenuto necessario. Il mondo non va solo cambiato, va rivoluzionato, e per preparare le energie per la rivoluzione che verrà ci servono anche le idee, ci serve costruirle e condividerle. Tra le mille attività che portiamo avanti, con le quali concretamente proviamo a intervenire sulla realtà che ci circonda, abbiamo bisogno anche di uno spazio, un momento, una pagina bianca, di fronte alla quale fermarci per raccontare l’esistente e immaginare il futuro, per dare una forma a quel limite che la realtà ci mette davanti e costruire strategie per superarlo. Perché sappiamo che anche se viviamo in una società che vuole farci credere di essere l’unica possibile, abbiamo un’infinità di mondi da guadagnare, e da perdere non abbiamo altro che le nostre catene. Buona lettura

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