di Adolfo Fattori

Diciamocelo: la scuola era già sul bordo di un baratro – e forse l’università era pronta a seguirla. Come nel romanzo new weird dell’americano Jeff VanderMeer, la Trilogia dell’Area X, una forza invisibile e aliena, partendo da una piccola area della costa americana, si sta allargando sempre di più, impestando la realtà e riducendola a una copia sgraziata e putrida di se stessa.

Così, la progressiva distruzione della scuola, che comincia una trentina di anni fa, non tanto da una precisa volontà quanto dall’impossibilità/incapacità di adeguarsi ai processi strutturali di trasformazione, fra l’imporsi della digitalizzazione da un lato, della finanziarizzazione dell’economia dall’altro, è proseguita fino agli ultimi colpi di piccone costituiti dalla farsa della “Buona scuola” e dalla truffa dell’”alternanza scuola-lavoro”, piano piano si estende all’università attraverso l’affermazione/imposizione di un sistema puramente contabile, fatto di accrediti, crediti, classifiche, valutazione puramente quantitativa.

Questo lo stato dell’arte nel momento in cui esplode l’epidemia di covid-19.

Che produce due effetti: ha fatto esplodere davanti ai nostri sensi e alla nostra riflessione l’evidente inadeguatezza dei sistemi scolastici (non solo quello italiano, al di là dei suoi specifici sciatteria e abbandono), e ne sta accelerando la definitiva polverizzazione.

Articolare l’elenco di tutti i punti deboli del sistema sarebbe lungo – e anche fuorviante. Molto meglio ragionare sul qui-ed-ora, tenendo presente il “dibattito”, per così dire, di questi mesi, e lo storytelling sul groviglio covid/scuola. Un groviglio inestricabile, un conflitto irrisolvibile, secondo me:

  • non siamo attrezzati, per motivi storici, a tenere gli alunni in classe: già erano piccole e affollate prima, figuriamoci ora;
  • come non tutte le famiglie sono attrezzate e in grado di tenere non solo i figli a casa, ma di dotarli di computer, e di predisporre ambienti adatti a fargli seguire le lezioni da casa.

Questa semplice contraddizione contiene tutte le altre: il rischio di un inasprimento delle differenze, meritocratiche e di classe; un peggioramento della selezione, quindi; l’espulsione preventiva, ancora, da un mercato del lavoro sempre più ristretto e feroce, almeno per quanto riguarda garanzie contrattuali e dignità lavorativa.

E forse, l’occasione che le forze ultraliberiste intravedono – e che l’epidemia gli ha fornito su un piatto d’argento – è proprio questa: completare la frattura, sempre più netta, fra gli strati sociali privilegiati e gli altri. D’altra parte, può lottare e rivendicare chi ha una formazione, conquistata magari con sforzo e fatica, impegno e dedizione. Ma chi non ha uno straccio di competenza?

In fondo, la scuola di massa è nata quando il mercato – e quindi anche il mercato del lavoro – era in espansione. Dopo la guerra, col “Piano Marshall”. Ma ora?

C’è chi ha immaginato l’epidemia come una occasione per riequilibrare le disparità e le ingiustizie. Più facile che succeda il contrario: il capitalismo, forza “creativa e distruttiva insieme”, mi sembra essere in vantaggio, in questa situazione, su tutte le anime belle che inneggiano alle nuove opportunità.

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"È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo", scriveva Mark Fisher, e mai affermazione ci è sembrata così calzante. Viviamo in un mondo difficile, non solo perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mostra ogni giorno la sua faccia più feroce, ma anche perché sembra sempre più difficile immaginare le alternative a questo stato di cose. Quando urliamo che ci hanno rubato il futuro non vogliamo dire solo che materialmente la nostra generazione non ha più davanti a sé la possibilità di una vita serena; “rubare il futuro” vuol dire anche sottrarci la possibilità di immaginarcene uno, non tanto per noi stessi, ma per tutta la società. Chi prova a immaginare un mondo diverso, addirittura chi prova a costruirlo, rientra nella categoria dei sognatori, degli illusi, di quelle strane persone che mancano di concretezza e che in molti non si vergognano a chiamare “pazzi”. E allora, così sia. Siamo pazzi. Siamo pazzi perché non guardiamo solo a ciò che è utile per qualcuno di noi, ma perché cerchiamo di intervenire sulla realtà, e perché pensiamo che il benessere di tutti equivalga al benessere di ciascuno. Siamo pazzi perché convinti che non debbano esistere sfruttati e sfruttatori, perché pensiamo che i diritti, la salute, le vite, vengono prima dei profitti. Da tempo pensavamo di aprire questo blog, nel quale vogliamo provare a raccogliere contributi che ci aiutino a immaginare una realtà diversa, ma questo ci sembra il momento migliore, il momento in cui tutti noi dobbiamo darci da fare in ogni modo per costruire una speranza e per costruire la prospettiva di un cambiamento ormai divenuto necessario. Il mondo non va solo cambiato, va rivoluzionato, e per preparare le energie per la rivoluzione che verrà ci servono anche le idee, ci serve costruirle e condividerle. Tra le mille attività che portiamo avanti, con le quali concretamente proviamo a intervenire sulla realtà che ci circonda, abbiamo bisogno anche di uno spazio, un momento, una pagina bianca, di fronte alla quale fermarci per raccontare l’esistente e immaginare il futuro, per dare una forma a quel limite che la realtà ci mette davanti e costruire strategie per superarlo. Perché sappiamo che anche se viviamo in una società che vuole farci credere di essere l’unica possibile, abbiamo un’infinità di mondi da guadagnare, e da perdere non abbiamo altro che le nostre catene. Buona lettura

IL BLOG DEI PAZZI

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