di  Roberto Evangelista 

 

In questi giorni si è parlato spesso di didattica e di ritorno a scuola. Soprattutto ora, con la ripresa dei contagi, il tema sembra essere di nuovo al centro dell'agenda politica. L'anno scolastico e l'anno accademico sono alle porte e la ripresa dei contagi preoccupa studenti, famiglie e insegnanti. Ma siamo sicuri che la didattica a distanza, o la didattica mista per le università, sia davvero una risposta all'emergenza? Oppure stiamo andando incontro allo sviluppo e alla sperimentazione di un nuovo modello di istruzione?

Se di scuola si sta parlando molto, ma non sempre in maniera costruttiva, l'università non sembra essere particolarmente menzionata nei discorsi di fine estate. Eppure, mai come ora, essa si trova a essere protagonista di una ristrutturazione che si pone già su un livello diverso rispetto a quello della gestione dell'emergenza sanitaria ancora in corso. Proviamo a ragionarci in maniera complessiva, andando al di là delle preoccupazioni che ci impone la situazione presente.

Rinfreschiamoci la memoria…

L’idea che il mondo dell’università e della ricerca sia un mondo “periferico” è stata suffragata da prove empiriche e non solo: tutto sommato, dopo le mobilitazioni del 2008 e ancora prima in seguito alle conseguenze dell'introduzione e del perfezionamento del processo di Bologna, le università sono apparse molto più svuotate, e inclini a prendere parola più per difendere la loro condizione (soprattutto di fronte agli enormi attacchi che l'università pubblica ha dovuto subire negli ultimi anni) che per prendere posizione sullo scacchiere dello scontro sociale che invece, in altri settori, non si è mai fermato.

Dal lato di chi nel mondo accademico ci lavora, la riforma Gelmini, e l’introduzione del sistema delle abilitazioni scientifiche nazionali, ha chiuso definitivamente la possibilità di rivendicare modalità diverse di reclutamento (concorsi e graduatorie nazionali, messa in discussione dell’autonomia universitaria…); inoltre, la continua emorragia di fondi pubblici ha contribuito a mettere alla porta centinaia se non migliaia di ricercatori che avevano certamente tutte le carte in regola e l’esperienza per svolgere bene il loro compito di docenti e di studiosi. Dal lato degli studenti, coerentemente, la specializzazione delle università, il taglio ai servizi, la progressiva differenziazione tra università “eccellenti” e università “periferiche”, l’istruzione frammentaria e i ritmi frenetici, hanno contribuito a cambiare il modo di vivere l’università: da spazio di crescita culturale e di aggregazione sociale, a luogo di transizione dal quale fuggire al più presto, se possibile completando il corso di studi, altrimenti scappando alla prima occasione lavorativa per sgravare il bilancio familiare di una voce – quella delle tasse universitarie – sempre più pesante.

D’altra parte, la cosiddetta “università di massa” è stata una breve parentesi, e la selezione di classe nel mondo universitario è sempre stata forte, sia tra gli studenti che tra chi aspiri a lavorarci come ricercatore o insegnante. In altri Paesi europei esiste già da tempo un sistema altamente classista, che prevede l’esistenza di università "ordinarie", e di università di pregio nelle quali è difficile entrare e soprattutto è difficile rimanere, anche a causa dei costi elevati. Questo sistema, formalmente, in Italia non c’è, sebbene esistano poli ritenuti “eccellenti”. Ultimamente, inoltre, questa differenza ha acquisito maggiore "sostanzialità" grazie alla maggiore possibilità di accesso ai fondi statali ed europei, per le università che superano la valutazione dell’ANVUR[1]. A questo proposito, però, bisogna ricordare i tentativi da parte del governo Monti (e nel 2018 di Salvini), di eliminare il valore legale del titolo di studio, riforma che avrebbe favorito proprio le poche università ritenute “eccellenti”…

 

Eppure…

Eppure, se gli ultimi anni hanno avvalorato la sensazione che la cultura, il mondo accademico, si configurasse come un luogo sempre più separato dalle lotte sociali, il rumore di fondo del capitale – ad ascoltarlo – diceva il contrario. L’ingresso dei privati nelle università, tutte le forme di privatizzazione di servizi che prima permettevano di vedere garantito il diritto allo studio, indicavano che proprio l’istruzione superiore si era trasformata in un campo di battaglia nel quale le spinte a una aziendalizzazione dell’università stavano vincendo a mani basse. La chiusura del mondo accademico, così, non indicava una impermeabilità dell’università ai cambiamenti in corso, ma, più spesso, la subordinazione ad essi. L’esempio più recente è il cosiddetto piano Colao, che prevede percorsi di dottorato subordinati alle esigenze del mercato del lavoro, la promozione di pochi poli di eccellenza, la iperspecializzazione dei dipartimenti universitari aperta alle esigenze di imprese e aziende che devono orientare la ricerca… se poi aggiungiamo che non è all’orizzonte nessun piano di assunzioni atto a risolvere il problema del precariato universitario (dall'entrata in vigore della riforma Gelmini l’Università italiana ha visto diminuire le posizioni lavorative del 43%) abbiamo dipinto il quadro di una università più privatizzata e dunque più povera, nella quale a farne le spese sono proprio quegli studenti che invece avrebbero bisogno di servizi e di attenzione.

 

Ma oggi cosa sta avvenendo?

Oggi avviene che ci troviamo impreparati a quello che rischia di essere un altro cambiamento nella direzione della privatizzazione dell’università. Un cambiamento forse più veloce e pesante dei precedenti, perché trasformerà gli studenti in clienti di piattaforme che si occupano di monitoraggio dell’apprendimento, con buona pace di ogni rivendicazione di un sapere e di una cultura critica.

Il modello di didattica mista, ovvero di didattica online e in presenza, accelera la trasformazione dell’università, distruggendola e mettendola al servizio di interessi privati.

L’università torna a essere al centro di un mutamento epocale, introdotto più velocemente con la scusa dell’emergenza.

 

Che cos’è la didattica mista

La didattica mista è una forma di didattica che prevede di gestire i corsi in presenza, offrendo agli studenti la possibilità di seguire le lezioni tramite software e piattaforme particolari che registrano i corsi e gestiscono il materiale audio/video. Bene, si dirà… la didattica mista è un graduale ritorno alla normalità, che permette di non sovraffollare le aule, in attesa di tornare ad “affollare” gli atenei.

Ecco, l’impressione è che questo ritorno alla normalità non avverrà mai. Se si considera quali sono gli interessi che ruotano intorno a questa forma di didattica, si capisce facilmente quanto sarà difficile tornare indietro.

Innanzitutto, andando a guardare qualche contributo più informato in merito (mi riferisco all'articolo di Ben Williamson e all'appello scritto da docenti e ricercatori universitari) si percepisce che il processo cui stiamo assistendo non è una risposta veloce a una situazione emergenziale; al contrario, è un modello preparato da tempo che finalmente potrà essere introdotto in modalità stabile.

La formula di didattica mista (che non tutti i dipartimenti stanno inserendo allo stesso modo) comporta una serie di problemi:

  1. COSTA. Molti degli strumenti necessari alla didattica sono forniti da imprese private. Esempio: l'università di Bologna ha comprato un sistema, già adottato dall'Università di Verona, che serve ad archiviare e gestire i video delle lezioni...  Facile immaginare che soldi per acquistare questi “sistemi” verranno presi dalle tasse universitarie... cioè da “soldi nostri”[2]...

 

  1. Si capisce abbastanza facilmente che il modello di didattica mista è qui per rimanere: si tratta di un modello costoso e tutto sommato funzionale perché permette alle università di “risparimiare” sui servizi agli studenti, e verosimilmente verrà utilizzato a prescindere dall'emergenza[3]

 

  1. Aumenta la selezione di classe. Facile pensare che ragazzi provenienti da contesti più svantaggiati preferiranno seguire i corsi a distanza. Certo, dirà qualcuno, anche qui nulla di nuovo: in fondo si tratta semplicemente del ritorno dello studente non frequentante... Bisogna però pensare le cose diversamente: l’università è già “povera”, e un’università che drena risorse dai servizi agli studenti alle infrastrutture informatiche, diventa di fatto un’università chiusa agli studenti meno ricchi e che più hanno bisogno della rete di protezione che fino a venti anni fa forniva il diritto allo studio. Se già negli ultimi anni la selezione di classe è diventata feroce all’interno degli atenei, questo ulteriore cambiamento rischia di diventare un vero e proprio punto di non ritorno, costringendo alcuni studenti a non frequentare, non per scelta, ma solo ed esclusivamente per motivi economici. Anche su questo, si dirà: meglio frequentare online che non frequentare affatto, come magari succede adesso (ricordiamo che nel 2018 l’Italia era il secondo Paese europeo per abbandono universitario). Vero. Ma la soluzione migliore non sarebbe recuperare risorse per ricostruire un’università davvero alla portata di tutte e tutti? Detto direttamente: non sarebbe meglio diminuire le tasse universitarie, oppure fornire agli studenti alloggi, mense, buoni-libro, maggiore quantità di borse di studio, invece che corsi online? E soprattutto, cosa ci garantisce che non si verificheranno trattamenti diversi tra frequentanti e non frequentanti? È più che un rischio, infatti, che chi potrà permettersi l'università in presenza avrà accesso a una serie di attività importanti per la formazione, attività di cui altri non potranno usufruire (le facoltà scientifiche, per esempio, presuppongono attività laboratoriali che necessitano della presenza... cosa succederà agli studenti che non le seguiranno? E soprattutto, questa mancanza, essendo "registrata" potrebbe avere delle ricadute sul futuro lavorativo o sul valore del titolo di studio?); senza contare, che la presenza fisica offrirà agli studenti una maggiore possibilità di essere seguiti da vicino e con costanza, a scapito di chi non potrà "permettersi" questo privilegio.

 

  1. Tutti i dati, anche quelli degli studenti rimangono in possesso dei fornitori delle infrastrutture informatiche. Difficile immaginare cosa possa succedere, ma sappiamo già che alcune aziende si sono spinte a offrire modelli personalizzati che guidino le università a investire sugli studenti più "promettenti", con borse di studio mirate che evitino "sprechi"... siamo nel campo del futuribile, ma è bene tenere presente anche questo aspetto.

 

In sostanza, avremo un'università più povera nella quale molti si troveranno a non poter frequentare. 

 

…senza guardarsi indietro

Da una parte, il processo sembra inarrestabile. D’altra parte, il capitale trasforma tutto ciò che tocca in merce; dunque perché mai l’università – l’istituzione che in teoria rappresenta l’intelligenza collettiva – dovrebbe rimanere esentata da questo destino? Ma dobbiamo rassegnarci? O possiamo provare ad arrestare questo processo facendo in modo che la tecnologia sia un’opportunità per tutte e tutti e non solo un grande affare per pochi milionari? Possiamo provare a rivendicare un controllo collettivo sugli strumenti utilizzati per la didattica online?

Quello che sembra quanto mai necessario è riprendere “vecchie” battaglie, come quella della riduzione delle tasse universitarie, maggiore progressività della tassazione, regole chiare di assunzione e reclutamento, e unirle a battaglie “nuove”. 

In un momento come questo, nel quale il rientro in aula non è scontato, non si può evitare di mettere in atto un vero e proprio piano di ripristino dei servizi essenziali per gli studenti. E se per ragioni emergenziali sarà necessario mantenere provvisoriamente un sistema di didattica a distanza, non possiamo lasciare che questo servizio sia completamente appaltato ad aziende private che offrono infrastrutture sulle quali la collettività non ha alcun potere di controllo.

Visti i tempi, è necessario ripeterlo: ciò non toglie che, di fronte a un’emergenza sanitaria, la soluzione della didattica a distanza possa essere presa in considerazione; ma si tratterebbe, appunto, di una soluzione emergenziale che per altro mostrerebbe tutti i limiti di un servizio pubblico che non riesce a mantenere livelli accettabili di “salubrità”. 

L’università sta cambiando, e lo sta facendo mantenendo tutti i suoi problemi più profondi: precariato, mancanza di servizi, iper-specializzazione, e asservimento agli interessi privati. Dobbiamo trovare il modo di invertire la rotta.

 

[1] Agenzia nazionale per la valutazione del sistema universitario e della ricerca.

[2] Un altro elemento di cui tenere conto, e che riposta Ben Williamson, nell’articolo segnalato, è che organizzare la didattica online ha un costo in termini di “capitale fisso”. Costo, che per ora viene coperto dalle stesse compagnie che forniscono le infrastrutture necessarie allo sviluppo della istruzione da remoto. Questo costo, però, non viene anticipato ma viene recuperato con il 50-60% delle tasse degli studenti, il che significa che in prospettiva la massiccia diffusione di didattica mista si tradurrà in un ulteriore spostamento di risorse pubbliche verso i privati, ovvero – per usare ancora una volta una formula di Williamson – “austerità per le università, mercato redditizio per le aziende delle piattaforme”.  

[3] In generale, comunque, si parla di interessi economici enormi: innanzitutto quelli degli OPM, ovvero Online program management, ovvero servizi e infrastrutture fornite da aziende private a università per permettere l’orgnizzazione di attività didattiche online. Per esempio, scrive ancora Wiliamson: “La corsa all’istruzione da remoto e ai corsi di laurea online è divenuta ormai una parte di mercato significativa. La società di consulenza HolonIQ sostiene che gli Online Program Managements costituiscono una fetta pari a 7 miliardi di dollari di quel mercato globale pubblico-privato che “il Covid 19 accelererà considerevolmente” fino a 15 miliardi di dollari, previsti entro il 2025”

Si configura la nascita e lo sviluppo di un vero e proprio mercato dell’istruzione universitaria online (non solo dunque di infrastrutture, ma anche di dispense, compendi, lezioni che vengono comprate e rivendute etc…) che secondo la stessa società di consulenza valeva già nel 2019 – in epoca precovid – 36 miliardi di dollari.

 

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SIAMO TORNATI! Il 7 ottobre 2020 abbiamo inaugurato la seconda stagione di Radio Quarantena. Ritorniamo con una nuova redazione, quasi 20 collaboratori e 5 rubriche settimanali.

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"È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo", scriveva Mark Fisher, e mai affermazione ci è sembrata così calzante. Viviamo in un mondo difficile, non solo perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mostra ogni giorno la sua faccia più feroce, ma anche perché sembra sempre più difficile immaginare le alternative a questo stato di cose. Quando urliamo che ci hanno rubato il futuro non vogliamo dire solo che materialmente la nostra generazione non ha più davanti a sé la possibilità di una vita serena; “rubare il futuro” vuol dire anche sottrarci la possibilità di immaginarcene uno, non tanto per noi stessi, ma per tutta la società. Chi prova a immaginare un mondo diverso, addirittura chi prova a costruirlo, rientra nella categoria dei sognatori, degli illusi, di quelle strane persone che mancano di concretezza e che in molti non si vergognano a chiamare “pazzi”. E allora, così sia. Siamo pazzi. Siamo pazzi perché non guardiamo solo a ciò che è utile per qualcuno di noi, ma perché cerchiamo di intervenire sulla realtà, e perché pensiamo che il benessere di tutti equivalga al benessere di ciascuno. Siamo pazzi perché convinti che non debbano esistere sfruttati e sfruttatori, perché pensiamo che i diritti, la salute, le vite, vengono prima dei profitti. Da tempo pensavamo di aprire questo blog, nel quale vogliamo provare a raccogliere contributi che ci aiutino a immaginare una realtà diversa, ma questo ci sembra il momento migliore, il momento in cui tutti noi dobbiamo darci da fare in ogni modo per costruire una speranza e per costruire la prospettiva di un cambiamento ormai divenuto necessario. Il mondo non va solo cambiato, va rivoluzionato, e per preparare le energie per la rivoluzione che verrà ci servono anche le idee, ci serve costruirle e condividerle. Tra le mille attività che portiamo avanti, con le quali concretamente proviamo a intervenire sulla realtà che ci circonda, abbiamo bisogno anche di uno spazio, un momento, una pagina bianca, di fronte alla quale fermarci per raccontare l’esistente e immaginare il futuro, per dare una forma a quel limite che la realtà ci mette davanti e costruire strategie per superarlo. Perché sappiamo che anche se viviamo in una società che vuole farci credere di essere l’unica possibile, abbiamo un’infinità di mondi da guadagnare, e da perdere non abbiamo altro che le nostre catene. Buona lettura

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