di Claudio Cozza

Questo articolo è il terzo di una serie di tre contributi su crisi economica, pandemia e impatto sulla produzione e sul lavoro in Italia e nel mondo

Come detto nel primo articolo di questa serie, è fondamentale iniziare le nostre analisi studiando la produzione industriale. Come detto poi nel secondo articolo, da più di un secolo ciò significa studiare l’organizzazione mondiale della produzione e come essa attraversa il nostro e tutti gli altri stati-nazione; anche al fine di capire se questa “base nazionale” conti ancora al tempo della globalizzazione e del capitale transnazionale.

Fare analisi significa ad esempio capire come le imprese industriali attive in Italia siano “costrette” a comportarsi dalla competizione globale. Ossia quali leve stiano utilizzando per sopravvivere o prosperare in questa competizione: anche se spesso la leva è la iper-compressione dei salari in maniera più o meno legale, i fattori sono molteplici e si intersecano. Fare analisi quindi comporta fatica e impegno. Soprattutto, ci obbliga a non cadere nella semplice lamentazione, tacciando di “brutto” tutto ciò che non ci piace e che però rinunciamo a capire. Sfoghi che in realtà non ci aiutano: dire che lo sfruttamento del lavoro è “brutto” (come il “guerra brutto” ironicamente suggerito da un vecchio sketch di Corrado Guzzanti e Marco Marzocca) non ci aiuta nel definire la direzione della lotta che dobbiamo intraprendere per contrastare proprio lo sfruttamento.

 

Fare analisi dell’industria, della produzione in Italia comporta fatica innanzitutto perché dobbiamo ben conoscere la Storia e decidere da quando e dove partire. Se semplifichiamo e partiamo dall’unità d’Italia, non possiamo non ricordare le tesi di Gramsci e poi di molti studiosi meridionalisti per i quali fu l’accordo fra capitalisti del nord e feudatari del sud a consentire l’unificazione del paese; e che il Meridione ne fece le spese in termini di un’interruzione della sua industrializzazione, che pure era iniziata a rilento con i Borbone e quasi esclusivamente a Napoli e dintorni. In aggiunta, il protezionismo introdotto con la cosiddetta “tariffa del 1887” dalla sinistra storica di Depretis sanciva l’adesione del governo

“agli interessi del grande patronato industriale del nord; tale adesione non era solo il frutto di un compromesso storico fra feudatari del sud e industriali del nord, ma rifletteva un bel più complesso intreccio di compromessi quotidiani fra ceti diversi, tutti comunque esposti a un processo di apertura e integrazione che li vedeva perdenti nel contesto internazionale. La nuova tariffa ebbe effetti rovinosi sulla piccola agricoltura, specialmente nel Mezzogiorno […]” (Bianchi, La rincorsa frenata, il Mulino, 2002).

Questa citazione serve a capire che i piani sono sempre molteplici e interrelati: sì, il conflitto capitale-lavoro può spiegare la sostanza della questione (senza sfruttamento del lavoro, non si hanno plusvalore e profitto). Ma non basta ripetere questo come un mantra perché si rischia di appiattire le altre variabili in ballo: industria e agricoltura (e terziario, diremmo oggi); nord e sud Italia; tutti concatenati e perdenti nel contesto internazionale.

 

Facciamo un balzo storico in avanti. Secondo dopoguerra: una fase di oggettiva ripresa del processo di accumulazione capitalistica, successiva alla grande distruzione di capitale del trentennio precedente con due guerre mondiali. In Italia e in alcuni altri paesi lo sviluppo industriale passa anche attraverso l’industrializzazione di aree precedentemente rurali (si pensi a Veneto, Emilia-Romagna, Marche) dove piccole e piccolissime imprese si specializzano in settori tradizionali. Data la “vicinanza” fra piccoli imprenditori e lavoratori, si diffonde l’ideologia di un capitalismo “diverso”, più “a misura d’uomo”, il “piccolo è bello” che è tale soltanto per chi non lo conosce da vicino e nemmeno lo ha mai studiato per bene… (per un approfondimento, si veda: Tagliazucchi, Piccolo è stupido, La Città del Sole, 1999). Ideologia fortemente alimentata dai due partiti di massa, DC e PCI, per blandire i rispettivi elettorati, ad esempio nelle speculari regioni di Veneto ed Emilia-Romagna.

 

Anche questa visione ha contribuito a caratterizzare l’industria italiana per quello che è, per come è arrivata alle crisi degli ultimi decenni. L’interruzione dell’accumulazione di capitale a partire dagli anni ’70 e quindi la crisi ormai cinquantennale trovano un’industria italiana frammentata e debole. Le politiche economiche nazionali si spostano sempre di più sulle variabili macro-economiche (debito pubblico crescente, svalutazione sistematica della lira) e abbandonano ogni visione di politica industriale.

Quindi la persistenza di piccole e piccolissime imprese italiane ha semplicemente consentito ai paesi capitalisticamente più avanzati di sottometterle in una logica di “filiera produttiva”. I profitti fatti da queste piccolissime imprese sulla pelle dei lavoratori italiani vengono sistematicamente trasferiti ai grandi capitali esteri che le dominano. La piccolissima impresa italiana subfornitrice deve comprimere continuamente i costi (e quindi i salari) per poter risultare competitiva nel vendere i suoi semilavorati ai big esteri. Ma questo potrebbe comunque non bastare! Se prendiamo il caso del settore automobilistico, dopo la crisi del 2008-2009 non solo la produzione di automobili è diminuita in Italia del 48,8% rispetto al 2007; ma anche il fatturato dei subfornitori si è ridotto del 22,8% (si veda Calabrese e Manello, in L’Industria, 2014). Inoltre, recenti analisi (Coveri e altri, Supply chain contagion and the role of industrial policy, 2020, figura 5) hanno mostrato come il settore automobilistico italiano si stia trasformando in “fornitore di pezzi” per altri marchi stranieri. Quindi in una prospettiva di produzione più limitata e ancor più assoggettata al grande capitale transnazionale (fosse anche quello “erede di FIAT” che ormai di italiano ha ben poco).

 

Questo fenomeno è stato costante negli ultimi cinquant’anni ma ovviamente nei momenti di crisi si inasprisce. Sono momenti, come oggi, in cui emerge che l’economia non si era affatto ripresa dalla caduta precedente, ma semplicemente il valore delle azioni in borsa era stato gonfiato dalla speculazione. Quando emergono nuovi fattori di rischio (ieri i sub-prime, oggi il Covid), gli speculatori di borsa si affrettano a vendere le azioni e si vede chiaramente che il re è nudo. Dietro quei valori di borsa, una vera produzione di valore non c’è, è tutto capitale fittizio (Marx, Libro III del Capitale, capitolo 25) e la crisi esplode in tutto il suo fragore. Rendendo necessaria (ma lo era già da prima, ancorché nascosta) una riorganizzazione della produzione per tornare a fare profitti “veri”. Le “piccole e belle” impresucole chiudono, i lavoratori vanno a casa, le disuguaglianze aumentano.

 

Questo è ciò che dobbiamo attenderci nei prossimi mesi. Con un occhio a quanto e come si ridurrà la produzione industriale in Italia; e a quanto di essa passerà sotto il controllo proprietario di capitali esteri. Nessuno può prevedere il futuro ma in molti si aspettano un esito ancor più grave di quanto successo dieci anni fa, ossia: la perdita di un quinto dell’intera produzione industriale; la scomparsa secondo l’ISTAT di più di 100.000 imprese industriali (da circa 530.000 a circa 420.000) fra 2001 e 2011; e lavoratori nell’industria che calano dai circa 4,8 milioni del 2001 ai circa 3,9 milioni del 2011. Il capitalismo italiano, storicamente ritardatario e copione, straccione e corrotto, sembra pertanto oggi sempre più destinato alla sottomissione nei confronti dei capitali basati in altri paesi. La sua unica strategia di sopravvivenza sembra ancora quella di comprimere i diritti dei lavoratori e magari anche quelli civili. Ossia quella stessa strategia di rinuncia a ogni forma di investimento (e rischio imprenditoriale, che i borghesi amano a parole ma non nei fatti) e che ha portato l’Italia dove è ora.

Ma cosa vuol dire che il capitale italiano è straccione? NON è una definizione morale e NON si intende qui avere una posizione riformista per la quale basta farlo funzionare meglio, pretendere che sia “simile” a quello di altri paesi. Intendiamo che il capitalismo a base italiana è più limitato in termini di sviluppo delle forze produttive: è straccione perché è più sganciato dalle catene globali del valore o marginale rispetto ad esse, per la dimensione limitata delle sue imprese, per la scarsa qualità della loro produzione, per il basso grado di internazionalizzazione, per il basso grado di istruzione degli imprenditori, per l'assenza di una politica industriale, e così via.

 

Ma allora ha ancora senso parlare di capitali a base nazionale? Beh, sì. Come dimostra la lunghissima discussione a Bruxelles di questi giorni su Recovery Funds e fondi europei 2021-2027, gli interessi delle borghesie europee sono ancora fortemente in contrasto fra di loro. Ma prima di essere un problema sovrastrutturale politico, lo è “tecnicamente”. Chiunque può capire che, ad esempio, strutture produttive nazionali fortemente basate sulle importazioni sono “contente” di avere un euro forte (perché così pagano relativamente meno i pezzi che importano), mentre quelle relativamente più basate sulle esportazioni vorrebbero piuttosto un euro debole. Se l’euro è moneta unica di stati-nazione con strutture produttive divergenti in questo senso, la contraddizione è nei fatti e non si risolve con sedute politiche. E si potrebbero fare molti altri esempi a riguardo.

 

Ma non avevamo detto che il capitale è ormai transnazionale e l’economia globale? Sì, le crisi del capitalismo sono ormai da 150 anni “crisi mondiali”, che colpiscono tutti. E però esse acuiscono anche le differenze fra i più forti e i più deboli. Se Marx ci ricorda che “l'accumulazione di ricchezza all'uno dei poli è dunque al tempo stesso accumulazione di miseria”, questo è vero anche nel senso di una sempre maggiore proletarizzazione della piccola e piccolissima borghesia dei paesi più deboli (Italia in testa). Ciò avviene mediante la mondializzazione del capitale, che nasce con le esportazioni di merci ma è ormai da più di un secolo anche investimento estero delle multinazionali, ossia la loro esportazione di capitale:

“per il vecchio capitalismo, sotto il pieno dominio della libera concorrenza, era caratteristica l'esportazione di merci; per il più recente capitalismo, sotto il dominio dei monopoli è diventata caratteristica l'esportazione di capitale”,

Lenin, L’imperialismo, 1917).

 

La mondializzazione del capitale e la persistenza oggi del suo essere “a base nazionale” non è un controsenso, bensì è la contraddizione del capitale “uno e molteplice”: uno in quanto modo di produzione dominante su scala mondiale; ma molteplice perché fatto da tanti capitali – in cui conta ancora la base nazionale – collegati ma in lotta fra di loro. Con la lotta interna alla classe borghese che spesso spacca anche i singoli paesi (l’eterogeneità italiana è sotto gli occhi di tutti dai tempi dell’unità, come detto all’inizio). Dire che queste basi nazionali esistono ancora e che alcune stanno messe un po’ meglio (ad esempio con disuguaglianze leggermente più contenute, ma che in nessun angolo del mondo sono assenti!) NON significa giustificare il sistema. Significa fare l’analisi necessaria a capire, ossia fare teoria prima di intraprendere una altrettanto necessaria lotta.

 

P.S. si ringraziano Andrea Coveri e Roberto Evangelista per lo scambio di idee su questi temi.

 

 

 

 

Scrivici, contribuisci

RADIO QUARANTENA

SIAMO TORNATI! Il 7 ottobre 2020 abbiamo inaugurato la seconda stagione di Radio Quarantena. Ritorniamo con una nuova redazione, quasi 20 collaboratori e 5 rubriche settimanali.

RADIO QUARANTENA

"È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo", scriveva Mark Fisher, e mai affermazione ci è sembrata così calzante. Viviamo in un mondo difficile, non solo perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mostra ogni giorno la sua faccia più feroce, ma anche perché sembra sempre più difficile immaginare le alternative a questo stato di cose. Quando urliamo che ci hanno rubato il futuro non vogliamo dire solo che materialmente la nostra generazione non ha più davanti a sé la possibilità di una vita serena; “rubare il futuro” vuol dire anche sottrarci la possibilità di immaginarcene uno, non tanto per noi stessi, ma per tutta la società. Chi prova a immaginare un mondo diverso, addirittura chi prova a costruirlo, rientra nella categoria dei sognatori, degli illusi, di quelle strane persone che mancano di concretezza e che in molti non si vergognano a chiamare “pazzi”. E allora, così sia. Siamo pazzi. Siamo pazzi perché non guardiamo solo a ciò che è utile per qualcuno di noi, ma perché cerchiamo di intervenire sulla realtà, e perché pensiamo che il benessere di tutti equivalga al benessere di ciascuno. Siamo pazzi perché convinti che non debbano esistere sfruttati e sfruttatori, perché pensiamo che i diritti, la salute, le vite, vengono prima dei profitti. Da tempo pensavamo di aprire questo blog, nel quale vogliamo provare a raccogliere contributi che ci aiutino a immaginare una realtà diversa, ma questo ci sembra il momento migliore, il momento in cui tutti noi dobbiamo darci da fare in ogni modo per costruire una speranza e per costruire la prospettiva di un cambiamento ormai divenuto necessario. Il mondo non va solo cambiato, va rivoluzionato, e per preparare le energie per la rivoluzione che verrà ci servono anche le idee, ci serve costruirle e condividerle. Tra le mille attività che portiamo avanti, con le quali concretamente proviamo a intervenire sulla realtà che ci circonda, abbiamo bisogno anche di uno spazio, un momento, una pagina bianca, di fronte alla quale fermarci per raccontare l’esistente e immaginare il futuro, per dare una forma a quel limite che la realtà ci mette davanti e costruire strategie per superarlo. Perché sappiamo che anche se viviamo in una società che vuole farci credere di essere l’unica possibile, abbiamo un’infinità di mondi da guadagnare, e da perdere non abbiamo altro che le nostre catene. Buona lettura

IL BLOG DEI PAZZI

CookiesAccept

NOTE! This site uses cookies and similar technologies.

If you not change browser settings, you agree to it. Learn more

I understand