Ieri [22 Luglio] ero alla Questura di Napoli per ritirare il permesso di soggiorno di mia sorella, presumibilmente nello stesso giorno in cui è stata scattata la foto che ha fatto "commuovere il web".
Era pieno di gente che accalcata davanti alle porte della Questura, chiedeva di essere ricevuta, mentre un agente in divisa urlava con le vene alla gola contro una cinquantina di persone che non accennava a fare un passo indietro.
 
 
Vedere quelle persone schiacciate contro le porte dell'ufficio immigrazione mi ha ricordato di quella parte della mia infanzia passata ad aspettare davanti a quel maledetto ufficio, in attesa che qualcuno desse a me e alla mia famiglia il permesso di restare in Italia.
 
Fu più o meno in quel periodo che maturai un'opinione abbastanza netta su quelle persone.
 
Spesso, a porta chiuse e lontani da occhi indiscreti, molti carabinieri maltrattato i cittadini stranieri.
Gli stranieri sono vessati, trattati come bestiame ammalato in attesa di essere smistato e destinato in altre sedi. Ricordo che a dieci anni, mentre i miei compagni andavano in gita o semplicemente a scuola, io dovevo saltare i giorni di lezioni per mettermi in un autobus alle 5 del mattino ed arrivare fino a Caserta, sperando di essere tra i primi a mettersi in fila per il rilascio del permesso.
 
Non potete immaginare il terrore dell'alba davanti la Questura.
Mentre il sole rischiara lentamente quello che rimane della notte, all'improvviso scopri di non essere sola, ma circondata da altri volti stanchi, volti estranei, venuti da chissà dove per avere un pezzetto di carta o anche solo la speranza di ottenerlo. E quanti bambini come me, trovavo già svegli di prima mattina in quel cortile senza sedie brutto come un incubo.
 
Devo ammetterlo. Quei caramba non avevano pietà per nessuno, ma con noi bambini erano sempre docili.
Ci trattavano con gentilezza.
Ma quella gentilezza era mobile e melliflua. Spariva come un capriccio quando a presentarsi erano gli adulti, o le nostre stesse madri.
Odiavo ferocemente i dolci e i biscotti che ci regalavano. Li mangiavo con odio, ogni boccone nascondeva un maledetti.
Maledetti perché non vado a scuola.
Maledetti perché trattate male mia madre e quelli con me.
Maledetti perché la mia testa di bambina non trova ancora le parole per descrivere quelle modalità da padroni di un allevamento intensivo dove noi siamo gli animali e voi gli esseri umani.
Bisogna passare una giornata in un ufficio immigrazione di una qualsiasi città di Italia per capire veramente da dove viene quella disumanità e quella pretesa di onnipotenza che continua a caratterizzare in maniera ormai strutturale gli apparati delle forze dell'ordine.
 
Chi chiama questi soggetti mele marce, deviati o casi isolati, non conosce fino in fondo quello che succede nelle Questure di questo Paese. Io ci ho a che fare da 27 anni e non riesco a provare meraviglia o sdegno per quanto successo a Piacenza.
Gli stranieri in Italia sono tra i soggetti più deboli, dal punto di vista giuridico e materiale.
Loro dovrebbero proteggere i più deboli.
 
A voi lascio i calcoli matematici e logici, mentre la stampa si sgola per continuare a difendere un apparato che va smantellato e rifatto da capo.
La stessa gentilezza messa in atto in quella foto postata su Facebook che ho odiato con ogni fibra sintetica dei miei ricordi di bambina.
Perché io che per loro esistevo e che di tanto in tanto riuscivo ad ottenere anche una merendina, li fissavo feroce.
Non mi basta la foto della bambina nera lavacoscienza. Voglio sapere dov'e sua madre. Se ha ottenuto dei documenti validi. E che ne sarà di lei da qui ai prossimi anni. Sempre che non venga rimpatriata, con buona pace del buon carabiniere allatta cuccioli di neri. Perché è così che ci vedevano allora. E così ci vedono ancora oggi.
 
Sono stanca di vedere i corpi dei neri, inferiorizzati e usati allo scopo di apparire buoni ed umani.
Quella foto racconta di una bambina straniera, giuridicamente inferiore, proveniente da un Paese culturalmente arretrato che viene accolta (ancora una volta) dalla generosa Italia. Quella foto serve solo ai razzisti che ogni volta che gli fai presente loro che sei un essere umano e che vorresti essere trattato come tale ogni tanto, tuonano dall'alto del loro privilegio ricordandoti di dire grazie, perché l'Italia ti ha accolto.
Proprio come si fa coi bambini, quando si insegna loro a ringraziare per i doni ricevuti.
Con la differenza che qui non si parla di caramelle ma di vita.
 
Tutto quello che si nasconde dietro l'uso dell'immagine dei bambini africani e sempre troppo atroce, impossibile da sopportare.
Usarli per far dimenticare all'Italia che c'è un problema di corruzione è il livello finale dello squallore che può raggiungere la Stampa Italiana

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"È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo", scriveva Mark Fisher, e mai affermazione ci è sembrata così calzante. Viviamo in un mondo difficile, non solo perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mostra ogni giorno la sua faccia più feroce, ma anche perché sembra sempre più difficile immaginare le alternative a questo stato di cose. Quando urliamo che ci hanno rubato il futuro non vogliamo dire solo che materialmente la nostra generazione non ha più davanti a sé la possibilità di una vita serena; “rubare il futuro” vuol dire anche sottrarci la possibilità di immaginarcene uno, non tanto per noi stessi, ma per tutta la società. Chi prova a immaginare un mondo diverso, addirittura chi prova a costruirlo, rientra nella categoria dei sognatori, degli illusi, di quelle strane persone che mancano di concretezza e che in molti non si vergognano a chiamare “pazzi”. E allora, così sia. Siamo pazzi. Siamo pazzi perché non guardiamo solo a ciò che è utile per qualcuno di noi, ma perché cerchiamo di intervenire sulla realtà, e perché pensiamo che il benessere di tutti equivalga al benessere di ciascuno. Siamo pazzi perché convinti che non debbano esistere sfruttati e sfruttatori, perché pensiamo che i diritti, la salute, le vite, vengono prima dei profitti. Da tempo pensavamo di aprire questo blog, nel quale vogliamo provare a raccogliere contributi che ci aiutino a immaginare una realtà diversa, ma questo ci sembra il momento migliore, il momento in cui tutti noi dobbiamo darci da fare in ogni modo per costruire una speranza e per costruire la prospettiva di un cambiamento ormai divenuto necessario. Il mondo non va solo cambiato, va rivoluzionato, e per preparare le energie per la rivoluzione che verrà ci servono anche le idee, ci serve costruirle e condividerle. Tra le mille attività che portiamo avanti, con le quali concretamente proviamo a intervenire sulla realtà che ci circonda, abbiamo bisogno anche di uno spazio, un momento, una pagina bianca, di fronte alla quale fermarci per raccontare l’esistente e immaginare il futuro, per dare una forma a quel limite che la realtà ci mette davanti e costruire strategie per superarlo. Perché sappiamo che anche se viviamo in una società che vuole farci credere di essere l’unica possibile, abbiamo un’infinità di mondi da guadagnare, e da perdere non abbiamo altro che le nostre catene. Buona lettura

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