Pubblichiamo un articolo di Andreas Chatzidakis, già pubblicato su solidarityandcare.org (qui la versione originale), tradotto da Lucia Amorosi

 

Le aziende potrebbero essere davvero in grado di dimostrare cura verso gli altri, se non addirittura solidarietà? Ho iniziato a riflettere su questa domanda alcuni mesi prima che la pandemia di Covid-19 prendesse piede. Ricordo chiaramente di essere stato a un incontro del Care Collective e di essermi imbattuto in un temporary store “Primark care” nel mio ritorno a casa.

Avendo studiato e scritto sull’utilizzo dello sfruttamento lavorativo e di moderne forme di schiavitù nelle filiere produttive, sono rimasto spiazzato. Come può un’impresa così emblematica del fast fashion e della nostra società di consumatori inconsapevoli – una società che non potrebbe essere più sistematicamente ignara delle politiche di produzione - affermare che si prende cura degli altri?

foto: Andreas Chatzidakis

 

Forse accendendo qualche candela e imitando una beauty spa.

Naturalmente, Primark non era l’unico a farlo. Ricordo anche, ad esempio, la campagna di British Gas sugli "operatori sanitari non retribuiti".

Foto: Andreas Chatzidakis

 

Perché non concentrarci invece sulle sue "esternalità ambientali" completamente non pagate, ho pensato [cioè, tutti questi "effetti ambientali non compensati della produzione e del consumo che incidono sull'utilità dei consumatori e sui costi delle imprese al di fuori del meccanismo di mercato", secondo l'OECD [ 1]].

Nel frattempo altre aziende si sono dimostrate ansiose di ricordarci che non dovremmo dimenticare di preoccuparci di più di noi stessi, di praticare “self-care”, preferibilmente in modi mediati dal mercato. Un'e-mail che ho ricevuto nel febbraio 2020 da Eventbrite mi ha invitato a un’incredibile serie di eventi di auto-cura come uno "speciale evento benessere creato da Nike e Asos", un "Hula Schoola" e un "Summit benessere" che si svolgeva (opportunamente) a Canary Wharf.

Foto: Andreas Chatzidakis

 

Ovviamente, sapevo anche che non c'era niente di speciale in queste forme di ciò che ho iniziato a etichettare come "carewashing". Dopotutto, il carewashing si unisce a una lunga genealogia di discorsi aziendali (e, per essere onesti, alcuni percorsi aziendali) su questioni sociali e ambientali: dalle dichiarazioni sulla responsabilità sociale delle imprese alle iniziative di marketing legate alla causa come le scarpe "one-for-one" di Toms (cioè, ogni coppia acquistata che sponsorizza una coppia aggiuntiva per un bambino bisognoso) e carte di credito per fare beneficienza. Letture più sofisticate del ruolo delle aziende nella società mostrano come le nozioni di cura e responsabilità siano diventate catalizzatori significativi nei loro tentativi di legittimare sè stesse, sia in termini espliciti che più impliciti (Matten e Moon, 2020). Non sorprende quindi che una premessa popolare nel mondo aziendale sia che ogni azione di un’azienda, per quanto redditizia,  deve avere uno "scopo" socio-ambientale: "risolvere proficuamente i problemi delle persone e quindi del pianeta, e non trarre profitto dalla creazione di problemi “[2]. Forse l'unica differenza rispetto a prima è stata che, negli ultimi due anni, l'impegno delle aziende a utilizzare il linguaggio della cura ha avuto luogo in termini molto più espliciti, rispecchiando forse le realtà delle nostre diverse crisi sociali della cura (Fraser, 2016 ).

E poi venne Covid. La cura ora è emersa come la parola chiave per eccellenza, utilizzata in moltissimi modi da più attori che in precedenza non avevano quasi nulla a che fare l'uno con l'altro: dai post di Twitter delle celebrità e le dichiarazioni dei politici, al discorso ufficiale di Elisabeth Windsor alla nazione. Ma nessun altro attore probabilmente si è impegnato a parlare di cura in modo così creativo e davvero così ampio come hanno fatto le corporations; inoltre in un momento in cui il nostro coinvolgimento col mondo esterno era limitato ai social media e ai pochi cartelloni pubblicitari che incontravamo sulla strada per lo shopping essenziale (che si nota anche in questo reportage fotografico). Dopo tutto, per Rebecca Robins, Chief Learning e Cultural Officer di Interbrand, il Covid si è rivelato il "più grande test di responsabilità aziendale" [3].

Una campagna Instagram di “Dove Cares” e “Dove Men + Care” mette in primo piano il modo in cui il lavoro di cura dovrebbe essere equamente distribuito tra uomini e donne a casa:

 

Foto: Andreas Chatzidakis

 

Ricordandoci, ovviamente, che lavarsi le mani è ancora "uno dei modi migliori per prendersi cura di noi stessi e dei nostri cari":

 

Foto: Andreas Chatzidakis

 

Giffgaff si è rivolto alla cura collettiva assicurandoci che "Una buona comunità dovrebbe essere formata da persone premurose che si sostengono a vicenda costantemente":

 

Foto: Andreas Chatzidakis 

 

Fairy ha fatto un ulteriore passo avanti non solo ricordandoci in ogni occasione l'importanza della pulizia senza sforzo, perfino nel percorso per recarci in negozio, ma anche offrendoci webinar su come "affrontare l'ansia da lockdown"

 

Foto: Andreas Chatzidakis

 

Chi partecipa davvero a un seminario sulla gestione dell'ansia (e ne esce incolume) quando viene sponsorizzato da un marchio di detersivo per piatti e presentato da alcuni dei sorrisi più bianchi del mondo? Per quelli tra noi che hanno paura di tali interazioni, Dropbox e catene alberghiere come Ace Hotel, invece ci offrono "pacchetti di cura digitale" da creare e condividere con i nostri cari.

Foto: Adreas Chatzidakis

 

Queste sono solo alcune delle centinaia di esempi di corporate care e di carewashing che ho iniziato a osservare, e che caratterizzano quasi tutte le corporations più famose del nostro mondo: da HSBC e Lloyds, a Uber e Toyota, ad Actimel e Head and Shoulders. Cura è ormai una parola chiave usata spudoratamente e indiscriminatamente dal buono, brutto e cattivo del mondo aziendale. Perfino Amazon, addirittura, un’azienda accusata di non aver assolutamente curato gli standard di salute e sicurezza dei suoi lavoratori – tanto che gli è stato ordinato dal tribunale di chiudere le sue fabbriche francesi [4] – è andata avanti con una campagna che rivendicava l'esatto opposto: "Proteggere il nostro personale mentre ti procura ciò di cui hai bisogno non è mai stato così importante".

Foto: Andreas Chatzidakis

 

Non stupisce quindi che Amazon sia al vertice degli scioperi del consumo legati al Covid e promossi da diverse organizzazioni, da The Guardian a Ethical Consumer Research Association. Ma ovviamente non è da sola nel business del carewashing o del “coronawashing”[5]. Diversi articoli mediatici continuano a esporre le numerose ipocrisie dei discorsi sul corporate care: da tutti i più grandi supermercati che lodano i loro lavoratori, mentre invece trasformano senza esitazioni i loro profitti in stipendi dei CEO[6] al Virgin Group che da un lato si offre di produrre volontariamente ventilatori per il SSN , mentre dall’altro fa causa e riceve denaro dallo stesso SSN [7]. Di conseguenza, gli elenchi di boicottaggio e di sciopero del consumo abbondano nell’era post Covid, nonostante i noti problemi relativi alla responsabilizzazione quotidiana dei consumatori  (Caruana e Chatzidakis, 2014; Barnett et al. 2010).

A dire il vero, sarebbe ingiusto mettere tutte le corporations nello stesso gruppo. È possibile trovare numerosi esempi potenzialmente più genuini di corporate care, come la decisione di Monzo di ridurre del 25% gli stipendi dei dirigenti e del CEO del 100% per 12 mesi [10]; o l’offerta fatta da Co-Ops’ di lavori temporanei ai lavoratori del settore alberghiero e il supporto continuo a vari sistemi di comunità. Non sorprendentemente, forse, esistono anche delle ricerche ancora allo stadio iniziale le quali dimostrano che alcune piccole imprese e cooperative di lavoratori sono state più resilienti e sensibili alla crisi legata al Covid 19[12]. In definitiva, lo scisma percepito tra un'autentica assistenza aziendale e il carewashing è anche soggetto alla questione se si pensi che le aziende a volte possano, almeno, svolgere un ruolo chiave nel fornire assistenza e solidarietà, per quanto ambivalenti possano essere le loro motivazioni.

Eppure, se la crisi legata al Covid 19 rappresenta un vero momento di resa dei conti, o come hanno sostenuto molti commentatori, se un virus ha finalmente messo allo specchio la nostra società e ci ha costretti a ripensare l'ampiezza e la profondità della cura e della solidarietà sociale che essa fornisce [13], ora potrebbe essere il momento di ripensare e ridisegnare il ruolo delle corporations. Potremmo iniziare osservando più da vicino il nostro "diamante della cura" (Razavi, 2007), una semplice metafora che gli economisti che si occupano di cura usano per analizzare come viene fornita l'assistenza attraverso i quattro pilastri del welfare: famiglie, comunità (comprese le ONG e le organizzazioni religiose), mercati e stati. Guardando questo diamante, scopriremo che i mercati e le logiche di mercato - il parco giochi delle corporations - godono di un ruolo molto più centrale di quanto avremmo mai dovuto permettere loro in prima istanza. Decenni di privatizzazioni in corso, esternalizzazioni statali e espropriazione di infrastrutture di assistenza pubblica hanno creato uno squilibrio insalubre.

Ora sappiamo che i mercati si sono dimostrati in gran parte incapaci di affrontare una crisi collettiva come quella del Covid-19 [14]. E molti di noi hanno finalmente fatto i conti con il fatto che la logica di mercato e quella della cura non possono essere riconciliate. Mentre la prima si focalizza sull'individualismo, la strumentalità e l'interesse personale, la seconda enfatizza l'interdipendenza, la reciprocità e la devozione. Questa è un'osservazione su cui vari sociologi come Bev Skeggs (Skeggs, 2014) ed economisti della cura come Sue Himmelweit (Himmelweit, 2014) hanno insistito a lungo, e che ripetiamo con enfasi nel nostro “Care Manifesto” (The Care Collective, 2020). Nel creare un "diamante della cura" più egualitario, sostenibile e prospero, dobbiamo criticare urgentemente l’attuale ruolo, la natura e il luogo delle corporations.

Bibliografia

Barnett, C., Cloke, P., Clarke, N., & Malpass, A. (2010). Globalizing responsibility: The political rationalities of ethical consumption. John Wiley & Sons.

Caruana, R., & Chatzidakis, A. (2014). Consumer social responsibility (CnSR): Toward a multi-level, multi-agent conceptualization of the “other CSR”. Journal of Business Ethics121(4), 577-592.

Fraser, N. (2016). Capitalism’s Crisis of Care. Dissent63(4), 30-37.

Himmelweit, S. (2013). Carefeminist economic theory and policy challenges, Journal of Gender Studies, 16, pp.1–18.

Matten, D., & Moon, J. (2020). Reflections on the 2018 Decade Award: The Meaning and Dynamics of Corporate Social Responsibility. Academy of Management Review45(1), 7-28.

Skeggs, B. (2014). Values beyond value? Is anything beyond the logic of capital?. The British Journal of Sociology65(1), 1-20.

The Care Collective: Chatzidakis A., Hakim, J, Litter, J., Rottenberg C. and Segal, L. (2020). The Care Manifesto, London and New York: Verso.

Razavi, S. (2007) ‘The Political and Social Economy of Care: Conceptual Issues, Research Questions and Policy Options’. GD Programme Paper No. 3. Geneva: UNRISD.

[1] https://stats.oecd.org/glossary/detail.asp?ID=824#:~:text=Environmental%20externalities%20refer%20to%20the,than%20its%20%E2%80%9Csocial%E2%80%9D%20cost.

[2] https://www.eventbrite.co.uk/e/future-of-the-corporation-purpose-summit-tickets-107090171586

[3] https://www.businessoffashion.com/articles/professional/fashion-and-beauty-factories-are-shifting-to-make-masks-sanitiser-and-other-pandemic-essentials

[4] https://www.theguardian.com/technology/2020/apr/15/amazon-to-close-french-warehouses-over-coronavirus-concerns

[5] https://www.theguardian.com/commentisfree/2020/may/11/coronawashing-big-business-greenwashing-polluters-tax

[6] https://www.theguardian.com/commentisfree/2020/jun/05/supermarket-workers-praise-bosses-pay-recession-company-profits

[7] https://www.independent.co.uk/news/health/nhs-richard-branson-virgin-care-legal-settlement-tendering-contract-a8080961.html

[8] https://www.ethicalconsumer.org/covid-19-ethical-consumption/ten-companies-avoid-over-their-response-covid-19?utm_source=ECRA+Monthly+Newsletter&utm_campaign=545efc7023-EMAIL_CAMPAIGN_2020_06_11_non+subs&utm_medium=email&utm_term=0_9856040c29-545efc7023-320992365

[9] https://www.lewiscotter.com/brands

[10]  https://www.ethicalconsumer.org/covid-19-ethical-consumption/ten-companies-avoid-over-their-response-covid-19?utm_source=ECRA+Monthly+Newsletter&utm_campaign=545efc7023-EMAIL_CAMPAIGN_2020_06_11_non+subs&utm_medium=email&utm_term=0_9856040c29-545efc7023-320992365

[11] https://www.coop.co.uk/coronavirus

[12] https://truthout.org/articles/pandemic-crash-shows-worker-co-ops-are-more-resilient-than-traditional-business/

[13] E.g. https://www.theguardian.com/politics/2020/jun/14/the-lancets-editor-the-uk-response-to-coronavirus-is-the-greatest-science-policy-failure-for-a-generation

[14] E.g. https://www.theguardian.com/commentisfree/2020/mar/18/the-covid-19-crisis-is-a-chance-to-do-capitalism-differently

Tagged: #Affect #Domesticity #Economy #Emotional labour #Environment #Geopolitics of care #Housing #Quarantine #Self-care #Welfare state

01 July 2020 — Andreas Chatzidakis

 

 

 

 

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"È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo", scriveva Mark Fisher, e mai affermazione ci è sembrata così calzante. Viviamo in un mondo difficile, non solo perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mostra ogni giorno la sua faccia più feroce, ma anche perché sembra sempre più difficile immaginare le alternative a questo stato di cose. Quando urliamo che ci hanno rubato il futuro non vogliamo dire solo che materialmente la nostra generazione non ha più davanti a sé la possibilità di una vita serena; “rubare il futuro” vuol dire anche sottrarci la possibilità di immaginarcene uno, non tanto per noi stessi, ma per tutta la società. Chi prova a immaginare un mondo diverso, addirittura chi prova a costruirlo, rientra nella categoria dei sognatori, degli illusi, di quelle strane persone che mancano di concretezza e che in molti non si vergognano a chiamare “pazzi”. E allora, così sia. Siamo pazzi. Siamo pazzi perché non guardiamo solo a ciò che è utile per qualcuno di noi, ma perché cerchiamo di intervenire sulla realtà, e perché pensiamo che il benessere di tutti equivalga al benessere di ciascuno. Siamo pazzi perché convinti che non debbano esistere sfruttati e sfruttatori, perché pensiamo che i diritti, la salute, le vite, vengono prima dei profitti. Da tempo pensavamo di aprire questo blog, nel quale vogliamo provare a raccogliere contributi che ci aiutino a immaginare una realtà diversa, ma questo ci sembra il momento migliore, il momento in cui tutti noi dobbiamo darci da fare in ogni modo per costruire una speranza e per costruire la prospettiva di un cambiamento ormai divenuto necessario. Il mondo non va solo cambiato, va rivoluzionato, e per preparare le energie per la rivoluzione che verrà ci servono anche le idee, ci serve costruirle e condividerle. Tra le mille attività che portiamo avanti, con le quali concretamente proviamo a intervenire sulla realtà che ci circonda, abbiamo bisogno anche di uno spazio, un momento, una pagina bianca, di fronte alla quale fermarci per raccontare l’esistente e immaginare il futuro, per dare una forma a quel limite che la realtà ci mette davanti e costruire strategie per superarlo. Perché sappiamo che anche se viviamo in una società che vuole farci credere di essere l’unica possibile, abbiamo un’infinità di mondi da guadagnare, e da perdere non abbiamo altro che le nostre catene. Buona lettura

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