di Giovanni Castellano

 

Siamo di fronte a un cambio di paradigma?

Appena gli italiani hanno iniziato a percepire la drammaticità delle conseguenze economiche della pandemia è prevalsa una strana sensazione nell’opinione pubblica nazionale: in molti hanno iniziato a pensare che i principali capisaldi del paradigma economico dominante potessero crollare di fronte ad una crisi così spaventosa.

Nel primo periodo della pandemia ci sono stati infatti numerosi segnali, molto diversi tra loro, che hanno dato consistenza a questa impressione.

In primo luogo è intervenuta l’Unione Europea, la quale ha deciso di sospendere (temporaneamente) i rigorosi parametri di Maastricht. Non è passato molto tempo prima che Mario Draghi rilasciasse la famosa intervista all’Economist, con la quale l’ex governatore della BCE ha invitato i governi europei ad indebitarsi per sostenere il settore privato. Nei mesi successivi i Paesi membri dell’Unione Europea hanno intensificato gli sforzi per far fronte alla crisi appena iniziata, arrivando a compiere passi inaspettati nel processo di integrazione comunitaria, mentre le banche centrali di tutto il mondo hanno avviato degli enormi piani di acquisto di titoli del debito pubblico.

 

Il neo-liberismo nell’Unione Europea

Questi passaggi possono essere considerati come un rinnegamento del credo neo-liberista solo se, con uno sguardo superficiale, associamo questo paradigma esclusivamente a quanto avvenuto nel Vecchio Continente in seguito alla decisione di intensificare il processo di integrazione economica attraverso la nascita dell’Unione Europea e l’adozione della moneta unica.

"whatever it takes"... musica per le orecchie della borghesia europea

 

Il modo in cui gli Stati europei hanno deciso di costruire l’impalcatura europea ha influenzato profondamente alcune decisioni di fondo adottate dalle istituzioni comunitarie, come la volontà di privilegiare l’obiettivo di contenere l’inflazione a scapito di altri parametri altrettanto importanti quali l’occupazione o la stabilità finanziaria. La decisione di privilegiare questo obiettivo ha giustificato l’ossessione verso il contenimento dei deficit di bilancio e il progressivo abbattimento del debito pubblico di alcuni Paesi, per evitare che questi ultimi decidessero di sfruttare l’inflazione per ridimensionare il peso del proprio debito.

Questo approccio, pienamente condiviso dalla classe politica italiana, si è rivelato suicida in quanto la costante adozione di manovre recessive non ha certamente stimolato l’economia, determinando un calo del reddito nazionale che ha provocato ulteriori problemi sulla tenuta dei conti pubblici. Le politiche di contenimento della spesa pubblica hanno quindi posto un ostacolo alla crescita del Paese senza nemmeno riuscire a ridurre in maniera considerevole il peso del debito pubblico.

La sospensione dei parametri di Maastricht (seppur legata in maniera provvisoria alla situazione emergenziale), il consenso unanime riscosso tra le principali forze politiche da parte di Mario Draghi, nonché le evoluzioni nello scenario politico europeo fanno pensare certamente ad un cambio di direzione rispetto alle idee prevalse negli ultimi decenni ma non possono essere considerate un mutamento di paradigma verso un approccio critico nei confronti dei dogmi neo-liberisti; in altre parole non siamo di fronte ad una svolta keynesiana della nostra classe dirigente, né tantomeno possiamo parlare dell’emergere di elementi di riformismo socialista.

 

Il ruolo dello Stato nel modello neo-liberista 

La crescita consistente del debito pubblico negli Stati Uniti durante la presidenza di Reagan, uno dei principali artefici della svolta neo-liberale, dimostra infatti che l’adozione di politiche neo-liberiste non comporta necessariamente una riduzione della spesa pubblica; negli anni Ottanta infatti il debito pubblico americano è aumentato in maniera considerevole in seguito alla crescita delle spese militari e al taglio delle tasse per i cittadini più ricchi

 

Reagan illustra il piano di riduzione delle tasse

Non è corretto pensare che nei modelli neo-liberisti lo Stato non interviene assolutamente in economia, lasciando il campo libero al mercato. Un tale modello non potrebbe mai funzionare in quanto anche i mercati hanno bisogno di una cornice regolamentare e le imprese private non possono prosperare se l’autorità pubblica non fornisce le opportune infrastrutture; non bisogna inoltre dimenticare la necessità di garantire la difesa della proprietà attraverso un forte apparato repressivo.

In una società regolamentata secondo i principi neo-liberali ciò che viene a mancare, invece, sono quegli interventi pubblici volti a tutelare i lavoratori e i ceti meno abbienti; in altre parole il neo-liberismo mette in discussione le basi dello Welfare State affermatosi nel corso del ventesimo secolo. In questa visione lo Stato, liberatosi della necessità di trovare un compromesso con le classi subalterne, torna ad essere quello che Marx definiva il comitato d’affari della borghesia.

Possiamo comprendere bene questo concetto pensando alle ingenti risorse spese dagli Stati occidentali nel corso dell’ultima crisi per salvare le banche in difficoltà. Nello stesso momento in cui i politici chiedevano sacrifici alle popolazioni, invocando la necessità di salvaguardare i conti pubblici e lodando le virtù del libero mercato, i governi di tutti i grandi Paesi sono intervenuti con pesanti iniezioni di liquidità per salvare degli istituti finanziari che, stando alle severe leggi del mercato, sarebbero falliti.

In altre parole con l’affermazione delle teorie neo-liberiste lo Stato non sparisce dallo scenario economico, ma muta profondamente le ragioni del suo intervento, il quale diventa sempre meno improntato a logiche di difesa sociale delle classi subalterne e sempre più proteso alla realizzazione delle condizioni ottimali per lo sviluppo del grande capitale internazionale.

 

La risposta alla crisi 

Tutti gli interventi messi in campo nel presente periodo vanno proprio nella direzione di spingere le istituzioni pubbliche ad indebitarsi per aiutare le imprese capitalistiche in ginocchio, fungendo da stampella al settore privato. Una volta finita la crisi gli Stati dovranno far fronte ai nuovi debiti, i quali si vanno a sommare ad uno stock già considerevole; le classi popolari saranno quindi costrette a pagare interamente il costo della crisi sopportando nuove manovre “lacrime e sangue”. In questo modo gli Stati avranno privatizzato i profitti e socializzato le perdite.

Questo intento emerge chiaramente in tutti i principali interventi messi in campo nel mondo occidentale. Se vogliamo restare al caso italiano, ad esempio, possiamo analizzare il famoso Piano Colao, il quale prova a scimmiottare la proposta della Commissione Europea adottando un linguaggio fastidiosamente aziendalistico;  nelle oltre cento proposte avanzate dal tavolo tecnico promosso dal governo italiano emerge la volontà di utilizzare le risorse pubbliche per venire incontro alle esigenze delle imprese private, mentre poco spazio è lasciato ad un ruolo attivo da parte delle istituzioni governative.

 

Un nuovo intervento dello Stati nell'economia

L’unico modo per evitare questo effetto perverso consiste nell’adozione di un nuovo paradigma economico che riprenda in considerazione la necessità di un intervento diretto dello Stato nell’economia.

Se gli investimenti privati crollano di fronte all’inevitabile calo di fiducia dei mercati è necessario ricorrere ad investimenti pubblici, tramite un ambizioso piano di rilancio che parta dall’assunzione di un numero consistente di lavoratori, intaccando la drammatica piaga della disoccupazione e riportando l’Italia a competere con gli altri maggiori Paesi europei, i quali possono contare su percentuali di dipendenti pubblici più elevate.

I settori in cui intervenire sono tantissimi e non è possibile sintetizzarli tutti in poche righe. Questa crisi ha riproposto in maniera drammatica la necessità di investire nella sanità e nella ricerca, ma non possiamo dimenticarci dell’urgenza di far fronte al dissesto idrogeologico. In un Paese come il nostro, inoltre, c’è un grande bisogno di dare risorse al mondo dell’istruzione, della cultura e del turismo; resta infine il problema di una Pubblica Amministrazione da svecchiare con l’assunzione di molti giovani che possono portare nuove competenze e nuove energie.

Per comprendere ulteriori campi di intervento si può ripercorrere la storia del nostro Paese nei suoi anni di maggiore crescita economica. Quando l’Italia è stata protagonista della stagione del “miracolo economico”, entrando a far parte del consesso delle principali economie industrializzate del mondo, lo Stato era il principale attore economico del Paese controllando, oltre ai servizi pubblici, le maggiori banche nazionali e gran parte del settore industriale. Pertanto, di fronte alle difficoltà crescenti del capitale privato, è necessario pensare ad un intervento pubblico che si estenda a tutti i settori strategici dell’economia e della finanza.

Un piano così importante si scontrerebbe inevitabilmente con il contenuto dei trattati europei, i quali ribadiscono a più riprese la necessità di liberalizzare tutti quei settori economici precedentemente sottoposti al monopolio statale. D’altro canto, però, un rinnovato interventismo pubblico troverebbe una decisiva giustificazione giuridica nel testo della nostra Costituzione, la quale arriva a considerare forme di espropriazione nei confronti di interi settori economici al fine di favorire l’utilità sociale.

 

Le aziendalizzazioni nel settore pubblico

Restituire un ruolo di primo piano allo Stato nella gestione della vita economica è sicuramente un primo passo in avanti, ma non può essere considerato una vera e propria rivoluzione se non incide sul modo in cui tali attività vengono gestite.

Le riforme realizzate in Italia negli ultimi decenni, se da un lato hanno portato alla privatizzazione di interi settori dell’economia, d’altra parte hanno permesso l’introduzione di principi “di mercato” anche nei settori ancora gestiti dallo Stato. La scuola pubblica ha assistito ad esempio ad un forte processo di aziendalizzazione, così come le università e la sanità ma, in generale, tutte le pubbliche amministrazione si sono dovute confrontare con la necessità di riprodurre meccanismi capitalistici per rispondere meglio alla dominante logica neo-liberista.

Un qualsiasi intervento volto a restituire dignità all’intervento pubblico deve quindi passare anche per un nuovo modello di gestione dei beni pubblici che, tenendo conto della specificità di ogni settore, rigetti ogni logica manageriale per orientare l’attività pubblica alla realizzazione del benessere collettivo.

 

Economia pubblica e "controllo popolare"

Un concetto applicabile alla generalità delle organizzazioni pubbliche può essere ravvisato nella necessità di mettere in campo forme avanzate di “controllo popolare”. Questo tipo di approccio può capovolgere in maniera decisiva qualsiasi logica verticalistica, respingendo le attuali forme di aziendalizzazione della cosa pubblica.

Tali modalità di controllo, che troverebbero una propria legittimazione nell'articolo 43 della Costituzione, possono essere utilizzate in maniera differenziata a secondo delle peculiarietà del singolo settore economico, ma in linea generale è auspicabile la creazione di organismi capaci di coinvolgere i diversi attori partecipi nel processo, a partire dai lavoratori impiegati nell’attività, passando per gli utenti del servizio, fino ad arrivare ad un controllo generale della collettività per verificare il funzionamento delle istituzioni.

Queste forme di partecipazione, se utilizzate in maniera intelligente, possono migliorare l’efficienza della pubblica amministrazione attraverso una maggiore trasparenza amministrativa, andando a fornire una risposta alla diffidenza degli italiani che si sono scontrati spesso con uno Stato che ha fatto fatica a rispondere alle crescenti esigenze sociali della popolazione.

Un approccio simile può mettere in discussione il tradizionale modo di intendere la cosa pubblica attraverso una nuova definizione di “bene comune” che può rivelarsi utile per garantire l’esercizio di una piena cittadinanza sociale.

Lo sviluppo di questa forma di cittadinanza può avvenire attraverso il riconoscimento di una vasta gamma di diritti sociali, arricchita dagli sviluppi dettati dal progresso tecnologico (come nel caso dei “diritti digitali”) e la contestuale partecipazione attiva della popolazione alla cosa pubblica, la quale può rappresentare un argine a fenomeni deleteri come l’eccessiva burocratizzazione delle strutture amministrative, la spartizione clientelare delle risorse e la diffusione di pratiche corruttive.

Scrivici, contribuisci

"È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo", scriveva Mark Fisher, e mai affermazione ci è sembrata così calzante. Viviamo in un mondo difficile, non solo perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mostra ogni giorno la sua faccia più feroce, ma anche perché sembra sempre più difficile immaginare le alternative a questo stato di cose. Quando urliamo che ci hanno rubato il futuro non vogliamo dire solo che materialmente la nostra generazione non ha più davanti a sé la possibilità di una vita serena; “rubare il futuro” vuol dire anche sottrarci la possibilità di immaginarcene uno, non tanto per noi stessi, ma per tutta la società. Chi prova a immaginare un mondo diverso, addirittura chi prova a costruirlo, rientra nella categoria dei sognatori, degli illusi, di quelle strane persone che mancano di concretezza e che in molti non si vergognano a chiamare “pazzi”. E allora, così sia. Siamo pazzi. Siamo pazzi perché non guardiamo solo a ciò che è utile per qualcuno di noi, ma perché cerchiamo di intervenire sulla realtà, e perché pensiamo che il benessere di tutti equivalga al benessere di ciascuno. Siamo pazzi perché convinti che non debbano esistere sfruttati e sfruttatori, perché pensiamo che i diritti, la salute, le vite, vengono prima dei profitti. Da tempo pensavamo di aprire questo blog, nel quale vogliamo provare a raccogliere contributi che ci aiutino a immaginare una realtà diversa, ma questo ci sembra il momento migliore, il momento in cui tutti noi dobbiamo darci da fare in ogni modo per costruire una speranza e per costruire la prospettiva di un cambiamento ormai divenuto necessario. Il mondo non va solo cambiato, va rivoluzionato, e per preparare le energie per la rivoluzione che verrà ci servono anche le idee, ci serve costruirle e condividerle. Tra le mille attività che portiamo avanti, con le quali concretamente proviamo a intervenire sulla realtà che ci circonda, abbiamo bisogno anche di uno spazio, un momento, una pagina bianca, di fronte alla quale fermarci per raccontare l’esistente e immaginare il futuro, per dare una forma a quel limite che la realtà ci mette davanti e costruire strategie per superarlo. Perché sappiamo che anche se viviamo in una società che vuole farci credere di essere l’unica possibile, abbiamo un’infinità di mondi da guadagnare, e da perdere non abbiamo altro che le nostre catene. Buona lettura

IL BLOG DEI PAZZI

CookiesAccept

NOTE! This site uses cookies and similar technologies.

If you not change browser settings, you agree to it. Learn more

I understand