di Redazione

Riprendiamo un post di  Viola Carofalo. Si tratta di una lettera di una ragazzina di nome Jennifer, che con semplicità descrive le condizioni di tante famiglie di etnia rom in Campania e non solo.

In questi giorni, i fatti di Mondragone ci hanno messo di fronte ancora una volta al razzismo endemico presente nel nostro Paese.

Intere famiglie, che svolgono il loro mestiere di braccianti, e che letteralmente ci permettono di mettere il cibo in tavola ogni giorno, sono state trattate come criminali, o - nella "migliore" delle ipotesi - come animali ignoranti di ogni minima convenzione dell'ordine civile. Per loro, nessun aiuto, nessuna attenzione. Solo l'esercito!

Salvini e De Luca hanno sciacallato ancora una volta sulle condizioni di chi vive la clandestinità e l'emarginazione a cui il nostro diritto e il nostro sistema economico li condanna, ma i fatti di questi giorni ci insegnano che tra i lavoratori il virus continua a correre veloce, tanto più quanto meno sono rispettati i diritti di chi lavora. 

Ieri (29 giugno) a Mondragone abbiamo visto una comunità che resiste, che è in grado di battersi contro le ingiustizie, che sceglie da che parte stare. Dall'altro lato, abbiamo visto ancora una volta la violenza del potere e l'arroganza di chi mostra solo odio e cinismo nei confronti di quei cittadini che pretende di governare.

Le condizioni dei Bulgari di Mondragone, come quelle di molti stranieri che vivono nel nostro paese, sono completamente estranee al discorso pubblico. Emergono, come lampi per un secondo, in occasione dell'ennesima tragedia annunciata, per poi sparire nell'oscurità in cui vengono ricacciate migliaia di persone. Non c'è spazio per le loro vite nei discorsi di chi è perennemente alla ricerca di voti o di notorietà, e quello spazio viene invece occupato da "lanciafiamme", "ruspe" e da tutto il corredo razzista di un vocabolario violento. 

Chi ieri e oggi dimentica questa realtà è connivente più o meno consapevolmente con un sistema criminale (legale o illegale che sia) che condanna all'emarginazione migliaia di uomini, donne e soprattutto bambini, togliendo loro ogni opportunità; un sistema che lascia uomini e donne morire nei campi sotto il sole, che li costringe a mettere le loro braccia al servizio del "peggiore" offerente, che li lascia nelle mani di caporali e sfruttatori senza scrupoli che misura la vita di un uomo secondo quanto costa la sua fatica.

Chi nega la realtà dello sfruttamento nelle campagne e nelle fabbriche del nostro paese, condanna migliaia di famiglie a vivere come topi - in celle che solo per sbaglio possono essere chiamate case -, e migliaia di giovani a vivere come "uccelli", costretti a emigrare per vivere condizioni di sfruttamento e di precarietà sempre più dure.

La lettera di Jennifer ha dentro tutto questo, e molto di più.

Per completezza di informazione: Jennifer vive nel campo rom di Casoria, ma le sue parole sono come macigni e ci costringono a imparare.

Buona lettura!

 

uno "scorcio" d un campo rom alle porte di Napoli

 

Macchinoni, denti d'oro, una vita di accattonaggio. Ma chi sono, come vivono questi rom?
De Luca non ha dubbi: sono sporchi ladri.
Questi qui sotto sono gli occhi di Jennifer che ha 13 anni ed è nata in Campania e questa è la sua storia.
Direte voi: eh ma una storia "non fa testo".
Infatti. Ogni storia è storia a sé, proprio capire questo significa allontanarsi dalla logica dello stereotipo e della "guerra tra poveri". Quella logica che fa comodo solo a chi vuole comandare, a chi vuole sfruttare, a chi vuole buttare fumo negli occhi e distrarci dai veri problemi.
Insomma, per parlare di storie concrete, che fa comodo a quelli come De Luca, soprattutto in campagna elettorale.

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Signor De Luca, mi chiamo Jennifer, sono una ragazzina di etnia Rom nata in Campania.
Il prossimo anno frequenterò la terza media, la preside e le insegnanti sono contente di me, potrei dire una alunna come tante, ma cosa mi rende diversa dalla mia compagna di banco?
Lei ha i documenti ed io no, lei ha una casa ed io no, e prima di arrivare ai cancelli della scuola devo la mattina presto lavarmi con l’acqua fredda ed asciugarmi i capelli al vento, al freddo d’inverno. I compiti li devo fare in fretta, prima che cali il sole, non abbiamo elettricità. Di notte mi fanno compagnia i rumori, quelli dei topi e le corse dei gatti per acchiapparli, a volte si sentono macchine estranee arrivare, scaricano rifiuti. Ma è ora di andare, la scuola è lontana, ed il Comune non mette a disposizione per noi scolari del Campo nessuna navetta.
Mia madre mi accompagna, e non so se essere contenta, perché per farmi frequentare la scuola ed esserci anche all’uscita deve rinunciare a fare il mercatino o le elemosine in zone lontane, ha provato anche a chiedere un lavoro a nero, già a nero, perché anche lei è nata qui ma senza documenti, ma l’essere di etnia rom è troppo pregiudizievole, quindi dicevo, non so se essere contenta: o studio o mangio.
Mio padre da anni bussa a porte portoni e chiese per trovare soluzioni e risposte alla mancanza di regolarizzazione.

Signor De Luca, mi chiamo Jennifer e sono una rom nata in Campania.

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SIAMO TORNATI! Il 7 ottobre 2020 abbiamo inaugurato la seconda stagione di Radio Quarantena. Ritorniamo con una nuova redazione, quasi 20 collaboratori e 5 rubriche settimanali.

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"È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo", scriveva Mark Fisher, e mai affermazione ci è sembrata così calzante. Viviamo in un mondo difficile, non solo perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mostra ogni giorno la sua faccia più feroce, ma anche perché sembra sempre più difficile immaginare le alternative a questo stato di cose. Quando urliamo che ci hanno rubato il futuro non vogliamo dire solo che materialmente la nostra generazione non ha più davanti a sé la possibilità di una vita serena; “rubare il futuro” vuol dire anche sottrarci la possibilità di immaginarcene uno, non tanto per noi stessi, ma per tutta la società. Chi prova a immaginare un mondo diverso, addirittura chi prova a costruirlo, rientra nella categoria dei sognatori, degli illusi, di quelle strane persone che mancano di concretezza e che in molti non si vergognano a chiamare “pazzi”. E allora, così sia. Siamo pazzi. Siamo pazzi perché non guardiamo solo a ciò che è utile per qualcuno di noi, ma perché cerchiamo di intervenire sulla realtà, e perché pensiamo che il benessere di tutti equivalga al benessere di ciascuno. Siamo pazzi perché convinti che non debbano esistere sfruttati e sfruttatori, perché pensiamo che i diritti, la salute, le vite, vengono prima dei profitti. Da tempo pensavamo di aprire questo blog, nel quale vogliamo provare a raccogliere contributi che ci aiutino a immaginare una realtà diversa, ma questo ci sembra il momento migliore, il momento in cui tutti noi dobbiamo darci da fare in ogni modo per costruire una speranza e per costruire la prospettiva di un cambiamento ormai divenuto necessario. Il mondo non va solo cambiato, va rivoluzionato, e per preparare le energie per la rivoluzione che verrà ci servono anche le idee, ci serve costruirle e condividerle. Tra le mille attività che portiamo avanti, con le quali concretamente proviamo a intervenire sulla realtà che ci circonda, abbiamo bisogno anche di uno spazio, un momento, una pagina bianca, di fronte alla quale fermarci per raccontare l’esistente e immaginare il futuro, per dare una forma a quel limite che la realtà ci mette davanti e costruire strategie per superarlo. Perché sappiamo che anche se viviamo in una società che vuole farci credere di essere l’unica possibile, abbiamo un’infinità di mondi da guadagnare, e da perdere non abbiamo altro che le nostre catene. Buona lettura

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