di Luca Di Mauro

 

Quarantasei anni fa la nazionale della DDR batteva la Germania federale in una delle partite simbolo dell’intreccio tra sport e politica del Novecento.

E quella di Amburgo – tra l’altro città culla del movimento operaio tedesco – non è una delle varie vittorie di Davide contro Golia, una curiosità tecnica per fissati,  tanto da non poter essere oscurata, nella memoria, nemmeno dalla successiva vittoria della coppa del mondo (sportiva e metaforica) da parte dell’Ovest.

- “Sì va be’, hanno perso a posta, il girone successivo, per i secondi, era molto più facile”.

Stronzate. Era il 1974 per tutti e la Guerra Fredda c’era per tutti, non solo non volevano perdere, volevano stravincere per dimostrare che, almeno calcisticamente, di paese ce n’era uno solo.

E poi l’allenatore dei Bianchi era un Ossi, scappato. Viveva per vincere quella partita, per umiliarli.

I Bianchi giocavano in casa e dovevano dimostrare che il loro modello era l’unico possibile; seppellirli di gol era il modo per dimostrare che l’esistenza degli altri era un incidente burocratico.

- “Sì va be’, ma sai come andavano queste cose, un aiutino chimico…”

Ma riguardate la partita. Nessuna superiorità fisica contrapposta alla tecnica. I Bianchi la prendono come una corrida, loro sono asserragliati in una ridotta. Perché prima di tutto non devono prendere gol. Perché sanno che ogni minuto di resistenza in più li fa esistere come persone, come cittadini di un paese, qualcosa di diverso dai poveri-oppressi-dalla-Stasi©, dai poveracci vestiti male che tentano con ogni mezzo di saltare il muro. Forse è vero, come dicono tutti, che la loro nazionale si salverebbe a stento nell’altra seconda divisione, ma la tecnica calcistica ha smesso di contare per loro appena si sono disposti in campo.

 

un secondo prima che accadesse l'impensabile

 

Ogni minuto di pareggio in più dimostra che ce ne sono almeno undici che, quella sera, non vorrebbero essere dell’Ovest. E i minuti passano, e i Bianchi si innervosiscono, non riescono a segnare e, quasi a lusingare le metafore giornalistiche, gli altri resistono giocando come collettivo.

Il mondo, o almeno metà del mondo, comincia a pensare che potrebbe riuscire il colpaccio, una partita a reti inviolate sarebbe un’umiliazione tremenda per i padroni di casa.

E poi l’impensabile.

Dopo quasi ottanta minuti di strenua resistenza si può osare, si può scoprire che Beckenbauer non intercetta ogni pallone possibile, che Vogt non arriva su ogni pallone immaginabile, che Sepp Maier può essere lasciato in ginocchio.

Che si può vincere.

Era il 22 giugno 1974 compagni.

Resistere, agire collettivamente e aspettare il 78°.

Scrivici, contribuisci

RADIO QUARANTENA

SIAMO TORNATI! Il 7 ottobre 2020 abbiamo inaugurato la seconda stagione di Radio Quarantena. Ritorniamo con una nuova redazione, quasi 20 collaboratori e 5 rubriche settimanali.

RADIO QUARANTENA

"È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo", scriveva Mark Fisher, e mai affermazione ci è sembrata così calzante. Viviamo in un mondo difficile, non solo perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mostra ogni giorno la sua faccia più feroce, ma anche perché sembra sempre più difficile immaginare le alternative a questo stato di cose. Quando urliamo che ci hanno rubato il futuro non vogliamo dire solo che materialmente la nostra generazione non ha più davanti a sé la possibilità di una vita serena; “rubare il futuro” vuol dire anche sottrarci la possibilità di immaginarcene uno, non tanto per noi stessi, ma per tutta la società. Chi prova a immaginare un mondo diverso, addirittura chi prova a costruirlo, rientra nella categoria dei sognatori, degli illusi, di quelle strane persone che mancano di concretezza e che in molti non si vergognano a chiamare “pazzi”. E allora, così sia. Siamo pazzi. Siamo pazzi perché non guardiamo solo a ciò che è utile per qualcuno di noi, ma perché cerchiamo di intervenire sulla realtà, e perché pensiamo che il benessere di tutti equivalga al benessere di ciascuno. Siamo pazzi perché convinti che non debbano esistere sfruttati e sfruttatori, perché pensiamo che i diritti, la salute, le vite, vengono prima dei profitti. Da tempo pensavamo di aprire questo blog, nel quale vogliamo provare a raccogliere contributi che ci aiutino a immaginare una realtà diversa, ma questo ci sembra il momento migliore, il momento in cui tutti noi dobbiamo darci da fare in ogni modo per costruire una speranza e per costruire la prospettiva di un cambiamento ormai divenuto necessario. Il mondo non va solo cambiato, va rivoluzionato, e per preparare le energie per la rivoluzione che verrà ci servono anche le idee, ci serve costruirle e condividerle. Tra le mille attività che portiamo avanti, con le quali concretamente proviamo a intervenire sulla realtà che ci circonda, abbiamo bisogno anche di uno spazio, un momento, una pagina bianca, di fronte alla quale fermarci per raccontare l’esistente e immaginare il futuro, per dare una forma a quel limite che la realtà ci mette davanti e costruire strategie per superarlo. Perché sappiamo che anche se viviamo in una società che vuole farci credere di essere l’unica possibile, abbiamo un’infinità di mondi da guadagnare, e da perdere non abbiamo altro che le nostre catene. Buona lettura

IL BLOG DEI PAZZI

CookiesAccept

NOTE! This site uses cookies and similar technologies.

If you not change browser settings, you agree to it. Learn more

I understand