di Giuseppe Aragno

È vero, ci ammazza e in questo senso è un nemico feroce dell’umanità. Vero è anche, però, che per suo conto l’umanità è stata nemica di se stessa, consentendo ai sacerdoti del dio mercato ci sacrificare scuola, ricerca, sanità e diritti dei lavoratori sull’altare delle chiese neoliberiste.

In questo inizio di secolo le pandemie si sono susseguite con una frequenza ignota ai tempi passati.

Tutte feroci, ma non sempre causate da un virus contagioso come quello che ci colpisce oggi, sicché questo forse è il primo, vero impatto con il nostro destino futuro. Nel migliore dei casi, chi spiega ciò che accade, ci dice che abbiamo speso poco per tutelare la salute dei cittadini, ma sorvola sul fatto che il virus ci uccide anche perché abbiamo sperperato miliardi per armi e per soldati.

Chi sembra più consapevole e intellettualmente onesto, fa cenno alla necessità di avere più scienza e più coscienza, ossia più respiratori e più posti letto negli ospedali, personale più numeroso e preparato, cittadini più capaci di pensare con la propria testa. Per evitare di finire ai margini, più che dirlo, lascia che si intuisca: scuole più efficienti, ricercatori meglio finanziati e svincolati dal mercato, ospedali più numerosi e attrezzati, un sacrosanto rispetto per i diritti dei lavoratori, ci avrebbero messi in condizione di evitare i danni maggiori e affrontare la lotta meglio armati e meno inermi.

Se questa, come pare, è la migliore lezione che ricaviamo dalla pandemia, che faremo per domani? Penseremo che basterà porre mano un po’ più seriamente a questi problemi, qui rafforzando e là migliorando, per poter poi tornare abbastanza tranquillamente al mondo com’era prima. In fondo “tornare a prima”, con qualche miracoloso rattoppo, è quello che pare interessare di più. Un interesse che ora si chiama “fase 2” e che vede in prima linea gli imprenditori, nella loro ignoranza abissale e con l’istinto suicida caratteristico del capitalismo di ultima generazione. Non a caso i migliori alleati del virus sono stati padroni e politici al loro servizio, fermi sin dall’inizio all’obiettivo indicato dal loro dio feroce: la salvaguardia del profitto e quindi la continuità della produzione.

La lezione che viene dal virus non è questa, eppure, per mantenere in piedi il loro mondo assassino, i sacerdoti del dio mercato hanno lasciato le fabbriche aperte, prima travolgendo gli ospedali malmessi, poi, per alleggerire la pressione, trasferendo malati infetti nelle residenze per anziani, trasformate in camere a gas che hanno fatto strage dei poveri ricoverati.

A parte la questione morale, il guaio è che ad ispirare queste scelte feroci di stampo nazista è stata ed è la totale incapacità di capire che lo scontro vero non è più solo sulle commesse, sul costo del lavoro e sullo sfruttamento.

 

Lo scontro tra capitale e lavoro c’è ed è terribile, ma avviene in seno a un conflitto nuovo e terrificante: quello tra capitale e ambiente devastato dalle leggi del mercato. Ciecamente, per decenni, gli imprenditori a caccia di profitti non hanno solo distrutto diritti e schiavizzato lavoratori, ma hanno alterato fino all’inverosimile equilibri naturali che precedono la nostra comparsa sulla terra. Da tempo ormai creare profitto vuol dire sconvolgere equilibri millenari per i quali i virus, godendo di un habitat adatto alla loro esistenza, hanno avuto rare occasioni di aggredire l’uomo trovandolo inerme.

 

C’è stato un tempo, ormai dimenticato, in cui confini definiti segnavano limiti insormontabili. Un tempo in cui i bovini allevati non sguazzavano nell’ammoniaca della loro urina, non aiutavano i virus  a stabilire la loro dimora nel corpo umano e non esponevano l’umanità senza difese all’insolito trasloco.

 

Se pensiamo a ciò che accade in Amazzonia, tutto diventa chiaro. La globalizzazione, intesa come diritto di distruzione, ha sconvolto e sconvolge ecosistemi, ha portato e porta uomini inermi a contatto con virus mai conosciuti. Oggi noi siamo gli indiani d’America ai tempi di Colombo e il disastro è compiuto. Il coronavirus è un campanello d’allarme. Ci uccide, ma ci dice anche che non possiamo ignorare questa nostra nuova condizione.

Ogni morto che fa è una lezione chiarissima: voi siete pericolosi per il pianeta e se pensate di tornare a bruciare foreste, a bucare l’ozono, ad avvelenare l’aria, l’acqua e la terra, noi virus saremo costretti a distruggervi. Questo ripete il virus alla Confindustria che segna a lutto le sue bandiere perché vuole ricominciare la distruzione. E se non lo capiremo, se ci inventeremo nuove fasi nella lotta alla pandemia, se ci affideremo ad arrischiate riprese, potremo anche scoprire vaccini, non batteremo un nemico che in due mesi ci ha mostrati per quello che siamo: animali impazziti, arroganti e violenti che hanno un sistema di vita autodistruttivo e pretendono di imporlo alla natura.

Se tornare indietro vuol dire per noi proseguire come se nulla fosse accaduto, è bene dirselo: non passeremo. Occorre che l’economia si rassegni a far posto alla storia e a una filosofia della vita che ci consenta di elaborare una concezione salvifica del futuro, che passi per il rispetto della natura, il recupero della nostra reale dimensione di atomo nella complessità dell’universo. O sapremo farlo – e se necessario imporlo con ogni mezzo a padroni e politici ciechi – o la partita è già persa. La natura è stanca di una umanità debole, rassegnata e nociva, che non toglie lo scettro del comando dalle mani di una minoranza di criminali psicopatici.

 

Scrivici, contribuisci

"È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo", scriveva Mark Fisher, e mai affermazione ci è sembrata così calzante. Viviamo in un mondo difficile, non solo perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mostra ogni giorno la sua faccia più feroce, ma anche perché sembra sempre più difficile immaginare le alternative a questo stato di cose. Quando urliamo che ci hanno rubato il futuro non vogliamo dire solo che materialmente la nostra generazione non ha più davanti a sé la possibilità di una vita serena; “rubare il futuro” vuol dire anche sottrarci la possibilità di immaginarcene uno, non tanto per noi stessi, ma per tutta la società. Chi prova a immaginare un mondo diverso, addirittura chi prova a costruirlo, rientra nella categoria dei sognatori, degli illusi, di quelle strane persone che mancano di concretezza e che in molti non si vergognano a chiamare “pazzi”. E allora, così sia. Siamo pazzi. Siamo pazzi perché non guardiamo solo a ciò che è utile per qualcuno di noi, ma perché cerchiamo di intervenire sulla realtà, e perché pensiamo che il benessere di tutti equivalga al benessere di ciascuno. Siamo pazzi perché convinti che non debbano esistere sfruttati e sfruttatori, perché pensiamo che i diritti, la salute, le vite, vengono prima dei profitti. Da tempo pensavamo di aprire questo blog, nel quale vogliamo provare a raccogliere contributi che ci aiutino a immaginare una realtà diversa, ma questo ci sembra il momento migliore, il momento in cui tutti noi dobbiamo darci da fare in ogni modo per costruire una speranza e per costruire la prospettiva di un cambiamento ormai divenuto necessario. Il mondo non va solo cambiato, va rivoluzionato, e per preparare le energie per la rivoluzione che verrà ci servono anche le idee, ci serve costruirle e condividerle. Tra le mille attività che portiamo avanti, con le quali concretamente proviamo a intervenire sulla realtà che ci circonda, abbiamo bisogno anche di uno spazio, un momento, una pagina bianca, di fronte alla quale fermarci per raccontare l’esistente e immaginare il futuro, per dare una forma a quel limite che la realtà ci mette davanti e costruire strategie per superarlo. Perché sappiamo che anche se viviamo in una società che vuole farci credere di essere l’unica possibile, abbiamo un’infinità di mondi da guadagnare, e da perdere non abbiamo altro che le nostre catene. Buona lettura

IL BLOG DEI PAZZI

CookiesAccept

NOTE! This site uses cookies and similar technologies.

If you not change browser settings, you agree to it. Learn more

I understand