di Salvatore Prinzi

Finale di Coppa Italia di ieri.
La partita viene giocata a porte chiuse per le misure anti-Covid.
Ma invece di lasciare, come in passato, gli spalti vuoti, la televisione aggiunge un filtro che crea tifosi virtuali.

Per cui per 90 minuti non si vedono i seggiolini vuoti, ma bandierine sventolanti.

E ci è andata bene, perché in Spagna hanno aggiunto anche suoni virtuali: finti cori, finti applausi, finti brividi - ma non i finti fischi, e si capisce perché...

Per fortuna a molti "utenti" - meglio dire "persone" - la cosa non è piaciuta. Chi ha criticato l'invadenza dell'effetto grafico, che ipnotizza, distraendo dal match, e stanca con i colori troppo forti. Chi ha trovato ridicolo sostituire i tifosi con dei pixel, simulare la passione, fare del calcio un videogame.

E altre critiche ancora si potrebbero fare: da quella, tipica del mondo ultras, al Calcio Moderno, che ieri avrebbe raggiunto l'apoteosi sostituendo le curve insubordinate con dei disciplinati soldatini delle società, snaturando lo stadio come evento collettivo, con i suoi odori e sapori, a quella, anticapitalista, che potrebbe notare come quest'effetto serve a intensificare il messaggio pubblicitario, che non sarebbe più visibile solo nel dettaglio dei cartelloni, ma presente durante tutta la partita attraverso finte coreografie spalmate sul fondo della percezione.

Io ne aggiungerei un'altra, se volete "filosofico-morale". Perché dietro a queste scelte vedo in fondo una gran paura, tipica della nostra società. Quella del vuoto e della morte.

 

Nella nostra società non può esistere vuoto: tutto deve essere sempre saturo, iper-stimolato, iper-veloce. Non possono esistere tempi morti e non può esistere la morte: i riti per accettarla, per renderla domestica, sono ormai residuo di un passato. Per questo ci fa sempre più terrore, per questo non riusciamo ad accettarla, cerchiamo di spostarne sempre più in là la linea.

 

Quegli spalti vuoti ci avrebbero parlato del Covid, della tragedia dentro cui siamo passati, dei nostri 35.000 morti, dei nostri nonni, dei nostri genitori che non ci sono più. Evidentemente qualcuno pensa che la presenza di quest'assenza sia angosciante.

Io credo di no. Credo che sarebbe giusto lasciare gli spalti vuoti. Credo che questi morti andrebbero ricordati per quello che sono: un grande vuoto nel cuore di centinaia di migliaia di persone e non velocemente cancellati come se nulla fosse accaduto.

Credo che se tante persone paradossalmente erano contente del lockdown è perché finalmente per un attimo questa vita satura si è fermata, per i tempi morti che ha aperto, perché ci ha rimesso in contatto con qualcosa di profondo.

Il mondo del calcio, dello spettacolo, non hanno imparato niente dalla pandemia. Qualcuno di noi invece ha fatto i conti con la morte, con quella grande e con quelle piccole di tutti i giorni. Col negativo che per forza attraversa la nostra esistenza.

Pretendiamo non lo si debba dimenticare.

 

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"È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo", scriveva Mark Fisher, e mai affermazione ci è sembrata così calzante. Viviamo in un mondo difficile, non solo perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mostra ogni giorno la sua faccia più feroce, ma anche perché sembra sempre più difficile immaginare le alternative a questo stato di cose. Quando urliamo che ci hanno rubato il futuro non vogliamo dire solo che materialmente la nostra generazione non ha più davanti a sé la possibilità di una vita serena; “rubare il futuro” vuol dire anche sottrarci la possibilità di immaginarcene uno, non tanto per noi stessi, ma per tutta la società. Chi prova a immaginare un mondo diverso, addirittura chi prova a costruirlo, rientra nella categoria dei sognatori, degli illusi, di quelle strane persone che mancano di concretezza e che in molti non si vergognano a chiamare “pazzi”. E allora, così sia. Siamo pazzi. Siamo pazzi perché non guardiamo solo a ciò che è utile per qualcuno di noi, ma perché cerchiamo di intervenire sulla realtà, e perché pensiamo che il benessere di tutti equivalga al benessere di ciascuno. Siamo pazzi perché convinti che non debbano esistere sfruttati e sfruttatori, perché pensiamo che i diritti, la salute, le vite, vengono prima dei profitti. Da tempo pensavamo di aprire questo blog, nel quale vogliamo provare a raccogliere contributi che ci aiutino a immaginare una realtà diversa, ma questo ci sembra il momento migliore, il momento in cui tutti noi dobbiamo darci da fare in ogni modo per costruire una speranza e per costruire la prospettiva di un cambiamento ormai divenuto necessario. Il mondo non va solo cambiato, va rivoluzionato, e per preparare le energie per la rivoluzione che verrà ci servono anche le idee, ci serve costruirle e condividerle. Tra le mille attività che portiamo avanti, con le quali concretamente proviamo a intervenire sulla realtà che ci circonda, abbiamo bisogno anche di uno spazio, un momento, una pagina bianca, di fronte alla quale fermarci per raccontare l’esistente e immaginare il futuro, per dare una forma a quel limite che la realtà ci mette davanti e costruire strategie per superarlo. Perché sappiamo che anche se viviamo in una società che vuole farci credere di essere l’unica possibile, abbiamo un’infinità di mondi da guadagnare, e da perdere non abbiamo altro che le nostre catene. Buona lettura

IL BLOG DEI PAZZI

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