di Claudio Cozza

 

Questo articolo è il secondo di una serie di tre contributi su crisi economica, pandemia e impatto sulla produzione e sul lavoro in Italia e nel mondo il primo lo trovate qui

 

Nell’immaginario italico, le ricorrenze sono sempre molto sentite: quando si incappa in una “cifra tonda”, viene sempre voglia di ricordare quell’evento del passato. Salvo poi dimenticarsene già dal mese dopo, per non dire dell’anno dopo: quel +1 che è fastidiosamente il meno tondo possibile.

Alcune commemorazioni sono più intuitive: la grande mostra sui 500 anni dalla morte di Raffaello Sanzio di quest’anno, il giubileo del 2000. Altre necessitano di una maggiore propensione matematica, come per il bimillenario della nascita di Virgilio (70 aC – 1930 dC) fortemente voluto dal regime fascista. Per chi è impregnato dell’ideologia nazionalista, queste ricorrenze sono effettivamente utili a solleticare il senso di appartenenza. Ma per noi?

 

Per noi avrebbe senso ricordare lo statuto dei lavoratori, approvato esattamente 50 anni fa, nel maggio 1970. Sfortunatamente, questa ricorrenza è scomparsa nel giro di pochissimi giorni dalle testate giornalistiche principali, soppiantata da un altro cinquantenario ben più affascinante: giugno 1970, la cosiddetta partita del secolo! Quell’Italia-Germania 4-3, maturato alla fine dei supplementari della semifinale dei mondiali di calcio del Messico. Questa ricorrenza piace di più, e in fondo anche a sinistra.

Non solo per la leggerezza della tematica sportiva, ma perché è facile prendere una posizione: scegli la bandierina, scegli il colore della maglia, e la complessità sparisce. I “buoni” sono da una parte sola fin dall’inizio: noi siamo italiani e subito ci dobbiamo identificare con i calciatori azzurri. Ma questo meccanismo mentale vale anche per gli osservatori più sofisticati: nella partita di calcio immaginata dai Monty Python fra filosofi tedeschi e filosofi dell’antica Grecia, come non identificarsi immediatamente coi secondi? Visto peraltro che Marx fu tenuto dai Monty Python in panchina per quasi tutto il tempo…

Noi italiani siamo così, ci piace vivere tutto come una semplice contrapposizione sportiva. Lo diceva anche quel furbastro un po’ razzista di Churchill: “gli italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre e perdono le guerre come se fossero partite di calcio”.

 

Ma perché questo lungo preambolo? Come avevamo detto nel primo contributo di questa breve serie (la mossa della regina), per capire l’attuale crisi economica capitalistica dobbiamo analizzare due piani distinti ma interconnessi: la produzione materiale in un singolo paese e quella mondiale. Purtroppo, se lo facciamo nella stessa ottica di una partita di calcio, “italiani contro tedeschi, olandesi e così via”, avalliamo il gioco delle ricorrenze nazionalistiche e veniamo fuorviati su due aspetti:

  1. Questa vuota contrapposizione oscura l’analisi di classe: il conflitto non è genericamente fra italiani e tedeschi, fra sud Europa e nord Europa; ma fra sfruttati e sfruttatori. Questi, a loro volta, eterogenei e conflittuali al loro interno: borghesia industriale, capitale monopolistico finanziario, piccolo contro grande capitale; eventualmente con una base geografica determinata, ossia capitale a base tedesca, usamericana, cinese e così via.
  2. Ma non è solo questo! La contrapposizione vuota, da partita di calcio, oscura il modo specifico con cui avviene la produzione capitalistica odierna. Nell’attuale fase di imperialismo transnazionale, non ha nemmeno più senso parlare di capitale a base italiana contro capitale a base tedesca, perché è ormai imperante la frammentazione mondiale della produzione.

 

Di cosa stiamo parlando? Non di una generica “globalizzazione della produzione” ma del fatto che mondializzazione del capitale significa oggi che i grandi capitali sono transnazionali: la loro proprietà attraversa gli stati-nazione, con le azioni delle imprese capogruppo (holding finanziarie) possedute da individui e famiglie di capitalisti provenienti da tutto il mondo. Ciò è soltanto l’evoluzione delle società per azioni come già raccontate da Marx (Libro III del Capitale, capitolo 27) e poi dagli studiosi dell’imperialismo a inizio Novecento (si vedano i concetti di capitale monopolistico finanziario o di società a catena in Lenin, Hilferding, Pietranera).

 

Queste holding finanziarie controllano imprese industriali che non solo operano in settori anche molto diversi fra loro, ma collegate secondo una logica di “filiera produttiva”. Dal punto di vista tecnico, significa che il prodotto di un settore è il mezzo di produzione di un altro settore (ad esempio, l’output della siderurgia è l’input del settore dei macchinari; e l’output di un’impresa che produce macchinari per l’intaglio del legno è ovviamente l’input dell’Ikea di turno che produce mobili). Dal punto di vista della proprietà, questa frammentazione è ormai mondiale, per cui ogni singola componente può essere prodotta in qualsiasi angolo del mondo, al fine di comprimere il più possibile i costi (bilanciando la vicinanza geografica per comprimere i costi di trasporto con la lontananza del produrre a costi bassi laddove sono compressi i diritti dei lavoratori oppure sono lasche le legislazioni ambientali).

 

Infine, questa frammentazione non è solo geografica ma provoca una sottomissione di piccoli capitali (ad esempio, subfornitori di componenti) che si fanno carico di produrre solo una parte del prodotto finito. Queste imprese, ancorché formalmente indipendenti, sono spesso sottomesse alla grande impresa di turno (la holding finanziaria di sopra, oppure un’altra grande impresa appartenente allo stesso gruppo della holding) che è l’unica acquirente delle loro componenti. Insomma, queste piccole imprese sostengono tutti i costi e i rischi dell’essere giuridicamente indipendenti ma sono “dipendenti di fatto” dalla grande impresa.

 

 

Questo meccanismo può risultare in borghesie contrapposte nello stesso paese, magari perché operanti in filiere o settori in contrasto fra loro. E possono invece unire – per noi senza alcuna sorpresa – capitalisti di paesi diversi. Come già detto in un intervento radiofonico, qualche settimana fa gli industriali del settore auto tedesco si sono espressi a favore degli aiuti europei nei confronti del sud Europa.

 

Buon cuore? Non proprio: sebbene gruppi come Volkswagen, Mercedes e BMW abbiano importanti stabilimenti produttivi in est Europa, essi hanno ancora localizzate in Spagna e in Italia altre loro filiali produttive e soprattutto piccole imprese subfornitrici. Questa è la logica che spiega tutto: nell’esempio fatto, la “pietà” degli industriali tedeschi dell’auto; in un eventuale esempio opposto, il fatto che capitalisti tedeschi di altro settore o filiera vogliano invece per le imprese concorrenti italiane e spagnole la mazzata finale, magari con prestiti ad alto tasso d’interesse nonostante la pandemia.

 

La partita dell’ultimo mezzo secolo è quindi un’altra, non quella di Messico 1970. Solo per caso è proprio intorno a quell’anno che si è interrotta la fase di accumulazione capitalistica, quella iniziata dopo la distruzione della seconda guerra mondiale. L’analisi della produzione industriale italiana nell’ultimo mezzo secolo deve essere pertanto analizzata nell’ottica della subfornitura rispetto ai capitali di altri paesi. E, con uno sguardo al futuro, tuttalpiù cercando di capire se imprese filiali e subfornitrici in Italia saranno spiazzate da ulteriori dislocazioni dei capitali esteri. Ad esempio, con il grande capitale tedesco che disinveste dall’Italia e fa nuovi investimenti in Est Europa.

Insomma, collocare il capitalismo italiano all’interno della riorganizzazione della produzione mondiale e del lavoro. Ci proveremo brevemente nella prossima puntata.

 

 

 

 

 

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"È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo", scriveva Mark Fisher, e mai affermazione ci è sembrata così calzante. Viviamo in un mondo difficile, non solo perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mostra ogni giorno la sua faccia più feroce, ma anche perché sembra sempre più difficile immaginare le alternative a questo stato di cose. Quando urliamo che ci hanno rubato il futuro non vogliamo dire solo che materialmente la nostra generazione non ha più davanti a sé la possibilità di una vita serena; “rubare il futuro” vuol dire anche sottrarci la possibilità di immaginarcene uno, non tanto per noi stessi, ma per tutta la società. Chi prova a immaginare un mondo diverso, addirittura chi prova a costruirlo, rientra nella categoria dei sognatori, degli illusi, di quelle strane persone che mancano di concretezza e che in molti non si vergognano a chiamare “pazzi”. E allora, così sia. Siamo pazzi. Siamo pazzi perché non guardiamo solo a ciò che è utile per qualcuno di noi, ma perché cerchiamo di intervenire sulla realtà, e perché pensiamo che il benessere di tutti equivalga al benessere di ciascuno. Siamo pazzi perché convinti che non debbano esistere sfruttati e sfruttatori, perché pensiamo che i diritti, la salute, le vite, vengono prima dei profitti. Da tempo pensavamo di aprire questo blog, nel quale vogliamo provare a raccogliere contributi che ci aiutino a immaginare una realtà diversa, ma questo ci sembra il momento migliore, il momento in cui tutti noi dobbiamo darci da fare in ogni modo per costruire una speranza e per costruire la prospettiva di un cambiamento ormai divenuto necessario. Il mondo non va solo cambiato, va rivoluzionato, e per preparare le energie per la rivoluzione che verrà ci servono anche le idee, ci serve costruirle e condividerle. Tra le mille attività che portiamo avanti, con le quali concretamente proviamo a intervenire sulla realtà che ci circonda, abbiamo bisogno anche di uno spazio, un momento, una pagina bianca, di fronte alla quale fermarci per raccontare l’esistente e immaginare il futuro, per dare una forma a quel limite che la realtà ci mette davanti e costruire strategie per superarlo. Perché sappiamo che anche se viviamo in una società che vuole farci credere di essere l’unica possibile, abbiamo un’infinità di mondi da guadagnare, e da perdere non abbiamo altro che le nostre catene. Buona lettura

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