di Lucia Amorosi

 

Mi è capitato di vedere l’ultimo cartoon di Zerocalcare sulle rivolte negli Stati Uniti e il primo pensiero è stato: oh, finalmente! Finalmente qualcuno che sposta l’attenzione sul fatto che negli Stati Uniti in questi giorni, mentre si buttano giù statue di un passato che evidentemente non è stato magnifico per tutte e tutti, si fanno anche tante altre cose: si procede a tagliare i finanziamenti alla polizia per destinare quel denaro a servizi sociali di vario tipo, si moltiplicano forme di autorganizzazione dal basso e gestione autonoma di diversi spazi urbani, si sente finalmente la voce di chi per troppo tempo è stato costretto a rimanere in silenzio.

Dalle nostre parti tuttavia, il dibattito sembra essere ormai monopolizzato dalla querelle statue e in particolare dal tentativo di capire se la statua di Indro Montanelli a Milano debba rimanere lì o meno, e sta venendo fuori davvero di tutto.

Per prima cosa, credo sia fondamentale ricordare che, per quanto riguarda gli Stati Uniti (ma non solo) stiamo parlando di statue la cui presenza nello spazio pubblico è determinata dal chiaro intento di celebrare singoli personaggi storici. Le statue abbattute, da Colombo a Robert Milligan, sono il chiaro simbolo e la celebrazione di un passato che per quella maggioranza silenziosa che sta finalmente prendendo voce, è stato solo saccheggio e violenza. Non capisco davvero chi continua a ripetere che abbattendo queste statue si sta facendo un danno alla memoria storica, come se la storia fosse qualcosa di sacro e statico e senza considerare che il presente di oggi sarà la storia di domani. Quando tra qualche secolo si studierà (se si studierà) il periodo in cui la folla di tutti gli esclusi dal grande sogno americano hanno deciso di abbattere le statue che simboleggiavano un passato di sola sventura e violenza, questo costituirà un fatto storico tanto quanto l’aver deciso di innalzare quelle statue nei secoli precedenti per celebrare la grandezza di chi su quella violenza e quello sfruttamento ha costruito il proprio benessere. Se migliaia di persone negli Stati Uniti, in Inghilterra o in Belgio non si identificano in quel simbolo, se non hanno alcuna voglia di celebrare quel passato, forse è perché il modello di vita che viene loro  offerto e che è stato  costruito col sangue e col sudore dei loro antenati continua ad essere solo un miraggio anche per chi è  nato e cresciuto negli Stati Uniti, nella Francia o nell’Inghilterra  degli anni ’20 di questo nuovo millennio.

E poi veniamo all’Italia, perché qui credo il discorso sia un po' diverso. Il dibattito pubblico si concentra in particolare sulla possibilità o meno di rimuovere la statua di Indro Montanelli dai giardini a lui dedicati e quindi di rinominare i giardini stessi. Non è una storia nuova: basti pensare alle mille polemiche seguite all’azione di détournement operata da Non Una Di Meno Milano quando ha deciso di coprire la statua in questione di vernice rosa l’8 marzo 2019. Apriti cielo! E’ vero che Montanelli ha sicuramente fatto qualcosa di disdicevole comprando e stuprando durante la campagna di Etiopia Destà, bambina di soli 12 anni, ma questo non può mettere in discussione il suo valore come intellettuale e giornalista.

C’è chi, come il sindaco di Milano Beppe Sala, ha addirittura parlato di “errori umani”.

Personalmente, ritengo che Montanelli non meriti una statua neppure come giornalista, ma queste restano valutazioni assolutamente personali. Il tema è un altro: il tema è che quello di Montanelli non è stato un errore, ma qualcosa di assolutamente normale nel pieno del colonialismo italiano e Montanelli non è stato l’unico a comprare spose bambine. Il madamato era pratica diffusa all’epoca , e occorre piuttosto sottolineare che Montanelli continuava a rivendicare l’accaduto anche in una celebre intervista del ‘69, incalzato da Elvira Banotti, in un contesto (visto che, a quanto pare, in questi giorni stiamo tutti a contestualizzare) molto diverso da quello dell’Italia coloniale e segnato già dalla diffusione delle rivendicazioni femministe. Nonostante la nuova sensibilità sul tema che aveva fatto aprire gli occhi a molta gente, Montanelli continuava a rivendicare tutto.

Il tema è che, nell’Italia del 2020, si preferisce parlare di “errore umano” e difendere a spada tratta l’immagine perfetta e immacolata del “padre del giornalismo italiano”, invece di aprire un ragionamento serio e degnamente articolato su una delle pagine più dimenticate della nostra storia: quella del periodo coloniale.

L’Italia ha avuto delle colonie, le ha amministrate in maniera violenta, esattamente come avviene in ogni forma di colonialismo, perché il colonialismo è questo: conquista di un territorio e mantenimento del controllo su di esso esercitati con la forza e con la violenza. E invece nessuno dei tanti difensori di Montanelli sembra essere in grado di (o forse è meglio dire intenzionato a) aprire un ragionamento serio sul tema (e sarebbero davvero tanti i temi da aprire in questo paese dalla memoria corta).  

Il tema è, che se questo percorso a ritroso tra i fantasmi del nostro passato si fosse iniziato, probabilmente quella statua non l’avremmo mai messa.

Se le statue cadute negli Stati Uniti vogliono rompere con un passato che non sta più bene a tanti, producendo, di fatto, un avanzamento della Storia stessa, dalle nostre parti dobbiamo ancora iniziare a studiare a fondo questo stesso passato, confrontarci con esso come collettività, uscire dall’idea dell’Italiano bravo solo a mangiare e giocare a calcio.

Se avessimo già fatto tutto questo, ora forse più che riempire le prime pagine dei giornali cercando di capire se sia giusto o meno buttare a terre delle statue, ci staremo confrontando sulle radici reali e profonde di questa protesta e sui cambiamenti concreti e radicali che sta provocando. Non la vedremmo più come la protesta degli afroamericani o in solidarietà agli afroamericani, ma la sentiremmo come nostra, come protesta per un mondo finalmente libero dal razzismo dell’oggi e di retaggi di un passato coloniale che ha determinato ciò che oggi stiamo vivendo, seppure in modalità e con sfumature diverse, in tutto il mondo.

 

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"È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo", scriveva Mark Fisher, e mai affermazione ci è sembrata così calzante. Viviamo in un mondo difficile, non solo perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mostra ogni giorno la sua faccia più feroce, ma anche perché sembra sempre più difficile immaginare le alternative a questo stato di cose. Quando urliamo che ci hanno rubato il futuro non vogliamo dire solo che materialmente la nostra generazione non ha più davanti a sé la possibilità di una vita serena; “rubare il futuro” vuol dire anche sottrarci la possibilità di immaginarcene uno, non tanto per noi stessi, ma per tutta la società. Chi prova a immaginare un mondo diverso, addirittura chi prova a costruirlo, rientra nella categoria dei sognatori, degli illusi, di quelle strane persone che mancano di concretezza e che in molti non si vergognano a chiamare “pazzi”. E allora, così sia. Siamo pazzi. Siamo pazzi perché non guardiamo solo a ciò che è utile per qualcuno di noi, ma perché cerchiamo di intervenire sulla realtà, e perché pensiamo che il benessere di tutti equivalga al benessere di ciascuno. Siamo pazzi perché convinti che non debbano esistere sfruttati e sfruttatori, perché pensiamo che i diritti, la salute, le vite, vengono prima dei profitti. Da tempo pensavamo di aprire questo blog, nel quale vogliamo provare a raccogliere contributi che ci aiutino a immaginare una realtà diversa, ma questo ci sembra il momento migliore, il momento in cui tutti noi dobbiamo darci da fare in ogni modo per costruire una speranza e per costruire la prospettiva di un cambiamento ormai divenuto necessario. Il mondo non va solo cambiato, va rivoluzionato, e per preparare le energie per la rivoluzione che verrà ci servono anche le idee, ci serve costruirle e condividerle. Tra le mille attività che portiamo avanti, con le quali concretamente proviamo a intervenire sulla realtà che ci circonda, abbiamo bisogno anche di uno spazio, un momento, una pagina bianca, di fronte alla quale fermarci per raccontare l’esistente e immaginare il futuro, per dare una forma a quel limite che la realtà ci mette davanti e costruire strategie per superarlo. Perché sappiamo che anche se viviamo in una società che vuole farci credere di essere l’unica possibile, abbiamo un’infinità di mondi da guadagnare, e da perdere non abbiamo altro che le nostre catene. Buona lettura

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