di Francesco Schettino

Ci sono persone che vedi quotidianamente, anche più volte nello stesso giorno e con cui condividi spazi comuni o esperienze, senza neanche volerlo, ma che, nonostante questo, hanno sulla tua vita un impatto che reputi essere insignificante. Pendolari che da anni prendono il tuo stesso treno regionale, la tua stessa metro oppure il tuo stesso bus; signori che si riforniscono al tuo stesso banco di frutta e verdura nel mercato rionale; lavoratori del civico accanto al tuo posto di lavoro con cui condividi la fila al bancomat per ritirare il denaro prima di andare a pranzo.

Insomma, ognuno ha un proprio esercito di visibili-invisibili fatto di donne e uomini che ti accompagnano inconsapevolmente durante la giornata ma di cui, oltre a non sapere il nome, avresti difficoltà a fornire un vago identikit.

Per quanto mi riguarda, ad esempio, a queste figure tipiche, si aggiungono anche i giornalisti televisivi e, in particolare, quelli che trasmettono il Tg3 regionale. Sarà forse l’orario in cui lo stesso va in onda, specie quello a cavallo di pranzo; sarà per l’importanza che destino alle notizie che vengono commentate, ma, in ogni caso, non saprei riconoscerne uno, neanche se dovessi incontrarlo sotto casa.

In realtà sarebbe più corretto dire che non saprei riconoscerne alcuno tranne Francesco Rositano, nome che a molti non dirà proprio niente: ma invece a me, come a tanti altri, con un candore probabilmente dovuto a inconsapevolezza, fu lui, nell’edizione di mercoledì 4 marzo, ore 14, a comunicare senza battere ciglio che a causa dell’emergenza COVID19 (allora ancora derubricata a una cosa “cinese”) le scuole sarebbero state chiuse dal giorno successivo sino al 15 marzo. Sgomento. Panico.

Ma il Rositano era impassibile e allora pensando di aver capito male mi fiondai su internet avendo, ahimè, conferma di aver capito bene. Forse neanche lui aveva in mente che quel giorno sarebbe stato forse l’ultimo di una normalità che in poche ore sarebbe stata aggredita da paura, clausura forzata, ronde, morte, contagi, infodemia e tutto quello che purtroppo abbiamo imparato a conoscere.

 

È così che, di fatto, personalmente è iniziata la quarantena. In anticipo, come tutti coloro che hanno figli minori, siamo stati improvvisamente catapultati in condizioni di cui nessuno aveva governo (e bisogna dire che a distanza di tre mesi da questo punto di vista non è cambiato un bel nulla). La successiva apparizione di Conte che, il 9 marzo ci collocava agli arresti domiciliari a tempo indeterminato con l’efficace locuzione per cui "purtroppo tempo non ce n’è", era solamente un orpello a una situazione che già dal 4 marzo aveva manifestato le sue più nefaste potenzialità.

 

Dunque era già, da quel fine settimana, che aveva anticipato la prima delle tante apparizioni televisive di Conte, che, tra teorie assurde e dichiarazioni dense di folklore, si dibatteva ampiamente di un problema che da asiatico era divenuto improvvisamente italiano e più precisamente lombardo. La strada dell’isolamento sembrava innegabilmente lunga, la sensazione di entrare in un altro tunnel in cui la luce sembrava lontanissima era forte. Tutti avevamo evidentemente sottovalutato la situazione e ora ci si trovava d’incanto, senza capire il come e il perché, in una condizione di costrizione domiciliare, sospensioni delle libertà che pensavamo acquisite, file interminabili per acquistare anche i beni necessari. Insomma, in poche ore eravamo finiti in un baratro dai confini sconosciuti, gestito, però, dagli stessi agenti del capitale che, in quanto nemici di classe, se non adeguatamente contrastati avrebbero potuto fare potenzialmente delle nostre vite qualsiasi cosa.

L’informazione, ovviamente, si appiattiva progressivamente sulle veline passate da governi locali e centrali, burattini del capitale, che schizofrenicamente terrorizzavano gli italiani reclusi, dopo aver solo qualche giorno prima enfatizzato la bellezza delle piste da sci piene di lombardi in vacanza. Il motto di #bergamoisrunning e l’aperitivo milenese dovrà rimanere nella memoria di tutti/e come l’emblema dell’avidità di profitto della classe dominante che, anche dinanzi a una tragedia sanitaria, non ha perso occasione di mostrare il suo lato più disumano e incurante di qualsiasi cosa che non sia il suo bieco arricchimento.

 

Avevo la chiara sensazione di trovarmi in una situazione di rischio mai provata la cui radice non proveniva dall’epidemia, bensì dalle politiche che avrebbero potuto applicare i governanti di un sistema di capitale in profonda crisi. Una sensazione di asfissia, questa, che era diffusa, percettibile nelle tante telefonate che nel frattempo si moltiplicavano tra persone quasi incredule, nel mezzo di un incubo in cui erano improvvisamente piombate, apparentemente senza via d’uscita.

 

Fu così che pensai che la clausura obbligatoria avrebbe potuto facilitare la discussione tra compagne e compagni, dare voce a coloro che normalmente non hanno possibilità di esprimersi. Approfondimenti, analisi critiche in grado di mettere alla prova le evidenti incoerenze che quotidianamente ci venivano presentate: in una parola controinformazione. Se i consueti canali social (facebook, twitter, instagram ecc.) ovviamente nelle mani del capitale transnazionale, sono ormai da anni inondati da qualsiasi tipo di cosa - divenendo ancor più di prima luoghi in cui è di fatto impossibile approfondire alcunché – mi ricordai di un progetto che avevamo iniziato ad abbozzare alcuni mesi fa, e che poi, per motivi di tempo, eravamo stati costretti a mettere da parte: una web radio. Le premesse per un buon lavoro non mancavano: potenziali ascoltatori e interlocutori non potevano esimersi dal rispondermi perché costretti a casa; sete di conoscenza, soprattutto nella prima parte, era per tutti/e ai massimi; un vuoto di analisi economica e di inchiesta sui posti di lavoro era li a disposizione per essere colmato. Il mezzo tecnico era già stato approntato e restava solo partire. Fu così che tra il 9 e il 10 marzo mandai dapprima l’invito alla collaborazione e poi un messaggio di apertura dell’esperienza radiofonica.

Da subito, allora come oggi, la generosità degli intervenuti è stata straordinaria, ben al di là delle attese. In quasi tre mesi abbiamo prodotto quasi 80 ore di registrazione mantenendo, nonostante evidenti difficoltà organizzative, una programmazione quotidiana di qualità. Si accorse di noi persino la Rai (Rainwes24) che ci propose un’intervista andata in onda intorno alla fine del mese di marzo, diversi periodici sudamericani (Correio Alba, sito RICPD) che pubblicarono le nostre chiacchierate e alcune delle interviste. Il contributo sistematico di compagne e compagni che già delle prime settimane hanno coadiuvato il lavoro – penso a Marco Morra, Luca De Crescenzo, Carla Filosa, Fabio Marcelli, Francesco Macario, Azzurra Nonni – è stato perciò fondamentale: ha permesso una organizzazione più efficiente e consentito di focalizzare con maggiore oculatezza i nodi da sciogliere.

Molte questioni, come ad esempio quella delle aperture delle fabbriche nell’epicentro della pandemia, sono state anticipate quasi di un mese rispetto ai media mainstream: ad ogni modo, la nostra capacità di analisi di classe ha fatto di certo la differenza proponendo dei piani di approfondimento che per certi versi sono stati unici e che, per questa ragione, abbiamo pensato di lasciare a disposizione sul sito della radio finché sarà possibile. Riascoltando, infatti, alcuni episodi, o anche gli editoriali quotidiani, emerge come il COVID19 abbia reso ancora più chiaro, nonostante gli strenui sforzi dei lacchè della classe dominante, in Italia come altrove, il fatto che le conseguenze della crisi sanitaria ed economica sono già state pagate nella sua grande parte dalla classe subordinata con il contributo della vita (cosa evidente soprattutto in America, dove afroamericani, ispanici, abitanti delle favelas o popolazioni indigene hanno pagato il tributo di sangue più grande) propria o dei congiunti o con la perdita del lavoro. Ma si tratta solo di un acconto, perché il peggio potrebbe ancora dover arrivare. Ancora una volta è emersa tutta la violenza del sistema di capitale proteso nell’eliminazione eugenetica delle parti più fragili delle popolazioni e all’imposizione del ricatto rappresentato dall’insolubile binomio salute-salario dinanzi a cui si son trovate centinaia di migliaia di lavoratori, costretti ad andare a lavorare nel bel mezzo dell’epidemia, a causa delle volontà dei falchi di Confindustria diligentemente riportate all’interno dei famigerati DPCM.

Dunque, comunque andrà a finire (semmai dovesse farlo), il COVID19, al di là dei suoi aspetti patologici, nasce e resta una questione innanzitutto di classe. Questo è quello che la radio ha tentato di raccontare e che proverà ancora a fare sino al 13 giugno ultimo giorno di trasmissione.

Ci fermeremo qui? Neanche per sogno. Questa esperienza radiofonica sarà solo un trampolino per quel che verrà poi. A partire da settembre ritorneremo con un’altra veste ma con sempre lo stesso intento, ossia quello di fornire analisi, smascherare l’informazione mainstream, osservare in un’ottica di classe la realtà.

Stay tuned… su Radio quarantena!

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SIAMO TORNATI! Il 7 ottobre 2020 abbiamo inaugurato la seconda stagione di Radio Quarantena. Ritorniamo con una nuova redazione, quasi 20 collaboratori e 5 rubriche settimanali.

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"È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo", scriveva Mark Fisher, e mai affermazione ci è sembrata così calzante. Viviamo in un mondo difficile, non solo perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mostra ogni giorno la sua faccia più feroce, ma anche perché sembra sempre più difficile immaginare le alternative a questo stato di cose. Quando urliamo che ci hanno rubato il futuro non vogliamo dire solo che materialmente la nostra generazione non ha più davanti a sé la possibilità di una vita serena; “rubare il futuro” vuol dire anche sottrarci la possibilità di immaginarcene uno, non tanto per noi stessi, ma per tutta la società. Chi prova a immaginare un mondo diverso, addirittura chi prova a costruirlo, rientra nella categoria dei sognatori, degli illusi, di quelle strane persone che mancano di concretezza e che in molti non si vergognano a chiamare “pazzi”. E allora, così sia. Siamo pazzi. Siamo pazzi perché non guardiamo solo a ciò che è utile per qualcuno di noi, ma perché cerchiamo di intervenire sulla realtà, e perché pensiamo che il benessere di tutti equivalga al benessere di ciascuno. Siamo pazzi perché convinti che non debbano esistere sfruttati e sfruttatori, perché pensiamo che i diritti, la salute, le vite, vengono prima dei profitti. Da tempo pensavamo di aprire questo blog, nel quale vogliamo provare a raccogliere contributi che ci aiutino a immaginare una realtà diversa, ma questo ci sembra il momento migliore, il momento in cui tutti noi dobbiamo darci da fare in ogni modo per costruire una speranza e per costruire la prospettiva di un cambiamento ormai divenuto necessario. Il mondo non va solo cambiato, va rivoluzionato, e per preparare le energie per la rivoluzione che verrà ci servono anche le idee, ci serve costruirle e condividerle. Tra le mille attività che portiamo avanti, con le quali concretamente proviamo a intervenire sulla realtà che ci circonda, abbiamo bisogno anche di uno spazio, un momento, una pagina bianca, di fronte alla quale fermarci per raccontare l’esistente e immaginare il futuro, per dare una forma a quel limite che la realtà ci mette davanti e costruire strategie per superarlo. Perché sappiamo che anche se viviamo in una società che vuole farci credere di essere l’unica possibile, abbiamo un’infinità di mondi da guadagnare, e da perdere non abbiamo altro che le nostre catene. Buona lettura

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