Sull'omicidio di George Floyd

 

di Valeria Ciessetì

 

Nella cassetta degli attrezzi che siamo corsi a prendere da quando l'America è in fiamme per l'omicidio di George Floyd e che - oltre alle nostre convinzioni politiche ed esperienze - custodisce anche i film, i libri, la musica dei quali ci serviamo per interpretare la nostra contemporaneità, io vi propongo di metterci altri due arnesi, e precisamente due film horror.

Ora, in che razza di tempi viviamo se un film horror ci aiuta magistralmente a capire la realtà?


Innanzitutto, in tempi d'oro per il genere, e se siete dei cultori come me ve ne sarete accorti da almeno 5 anni a questa parte; poi sì, il tempo della nostra Storia è un tempo cupo e spaventoso e anche alle modalità della sua narrazione e interpretazione probabilmente tocca adeguarsi.

Per non incorrere nell'imperdonabile reato di spoiler, mi limito a consigliarvi di vedere (o rivedere) GET OUT e US, le due pellicole finora realizzate da Jordan Peele, 41 anni, comico, sceneggiatore, produttore e appunto regista afroamericano.
Guardateli in quest'ordine: il primo è una violentissima metafora americana del privilegio di razza, wasp vs black lives; il secondo è una feroce allegoria del privilegio di classe, upper class vs redneck, white trash e outsiders united.

 

 

Tra i due film c'è l'avvento della presidenza Trump e in US - che significa "noi" ma anche United States - va in scena non solo l'intero sistema di oppressione che permette alla ricca società americana di prosperare schiacciando letteralmente sotto di sé le classi subalterne, ma anche la sanguinosa rappresaglia proletaria che minaccia di rovesciarlo.

Nella successione cronologica e tematica dei due film è la paura con cui gioca Jordan Peele a offrirci forse una buona chiave di lettura per i fatti di Minneapolis e la loro fin qui irresistibile progressione dinnanzi alla vecchia America che trema rinchiusa nel bunker della Casa Bianca: la paura della rivolta contro la discriminazione razziale oggi, chissà domani il terrore della sollevazione delle masse di milioni di sfruttati e sfruttate che emergono dai bassifondi delle città e dalle loro immemori prigioni.

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SIAMO TORNATI! Il 7 ottobre 2020 abbiamo inaugurato la seconda stagione di Radio Quarantena. Ritorniamo con una nuova redazione, quasi 20 collaboratori e 5 rubriche settimanali.

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"È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo", scriveva Mark Fisher, e mai affermazione ci è sembrata così calzante. Viviamo in un mondo difficile, non solo perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mostra ogni giorno la sua faccia più feroce, ma anche perché sembra sempre più difficile immaginare le alternative a questo stato di cose. Quando urliamo che ci hanno rubato il futuro non vogliamo dire solo che materialmente la nostra generazione non ha più davanti a sé la possibilità di una vita serena; “rubare il futuro” vuol dire anche sottrarci la possibilità di immaginarcene uno, non tanto per noi stessi, ma per tutta la società. Chi prova a immaginare un mondo diverso, addirittura chi prova a costruirlo, rientra nella categoria dei sognatori, degli illusi, di quelle strane persone che mancano di concretezza e che in molti non si vergognano a chiamare “pazzi”. E allora, così sia. Siamo pazzi. Siamo pazzi perché non guardiamo solo a ciò che è utile per qualcuno di noi, ma perché cerchiamo di intervenire sulla realtà, e perché pensiamo che il benessere di tutti equivalga al benessere di ciascuno. Siamo pazzi perché convinti che non debbano esistere sfruttati e sfruttatori, perché pensiamo che i diritti, la salute, le vite, vengono prima dei profitti. Da tempo pensavamo di aprire questo blog, nel quale vogliamo provare a raccogliere contributi che ci aiutino a immaginare una realtà diversa, ma questo ci sembra il momento migliore, il momento in cui tutti noi dobbiamo darci da fare in ogni modo per costruire una speranza e per costruire la prospettiva di un cambiamento ormai divenuto necessario. Il mondo non va solo cambiato, va rivoluzionato, e per preparare le energie per la rivoluzione che verrà ci servono anche le idee, ci serve costruirle e condividerle. Tra le mille attività che portiamo avanti, con le quali concretamente proviamo a intervenire sulla realtà che ci circonda, abbiamo bisogno anche di uno spazio, un momento, una pagina bianca, di fronte alla quale fermarci per raccontare l’esistente e immaginare il futuro, per dare una forma a quel limite che la realtà ci mette davanti e costruire strategie per superarlo. Perché sappiamo che anche se viviamo in una società che vuole farci credere di essere l’unica possibile, abbiamo un’infinità di mondi da guadagnare, e da perdere non abbiamo altro che le nostre catene. Buona lettura

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