Veloci appunti su cosa sta succedendo negli USA e su cosa stiamo facendo noi

di Salvatore Prinzi

 

Ve ne sarete accorti: negli USA sta succedendo di tutto. E' qualcosa di storico e senza precedenti, e non solo perché per la prima volta un Presidente è costretto a scappare in un bunker per difendersi dal suo popolo...
Ma perché a scendere in piazza sono centinaia di città, con cortei partecipatissimi e trasversali, che non hanno paura delle forze dell'ordine e non si fermano nemmeno dopo 3 morti e 4.500 arresti, che attaccano i nodi del potere repressivo o economico ma riescono allo stesso tempo a coinvolgere gente comune, star e artisti, a costringere pezzi di establishment a riconfigurarsi.


Il detonatore è stato il barbaro omicidio di George Floyd, l'immagine altamente simbolica del poliziotto col ginocchio sul collo del nero, che ha riassunto secoli di oppressione e violenza più di mille libri. E le stesse parole di George, che dicendo "non riesco a respirare", hanno espresso quello che tanti ormai sentono, strozzati ogni giorno da questa società capitalistica ed escludente, che ti soffoca mettendoti in un cliché razziale, non ti fa respirare a lavoro, non ti dà voce sui media, ti stringe alla gola la sera per l'ansia e la rabbia...
Il ginocchio implacabile del poliziotto e il suo volto inespressivo non erano nell'ordine dell'umano: erano la personificazione di un sistema oppressivo che grava su tutti, chi più chi meno.
Ma l'omicidio di George è stata la scintilla su un materiale infiammabile. Questo infatti dobbiamo capire: le rivolte non nascono mai dal nulla, sono frutto di più fattori che precipitano in un punto. Anche per questo non sono "replicabili" a tavolino (basti pensare alla farsa dei Gilet Arancioni rispetto ai Gilets Jaunes francesi...).

 

Com'è potuto accadere?


Semplificando al massimo (mi scuso per i limiti dell'analisi ma questo è un post, non un documento), direi che tre sono i fattori che hanno determinato questo scenario.


Il primo: la violenza strutturale della polizia USA verso i neri. I dati sono davvero impressionanti, incomparabili a qualsiasi nazione "civile". Parliamo di migliaia di morti per mano della polizia, una cosa che in Italia, pur avendo molti casi di abusi, non possiamo immaginare. Difficile trovare un nero negli USA che non abbia avuto un parente, un amico, un conoscente ucciso dalla polizia. La quale, nel 99% dei casi, non subisce conseguenze. In una società di cultura "liberale", dove in ogni ambito lavorativo "chi sbaglia paga", dove la responsabilità individuale conta, l'impunità dei poliziotti e la loro incompetenza viene reputata intollerabile da molti, anche bianchi moderati.


Il secondo: un processo di accumulazione che va avanti da anni e la presenza di organizzazioni nere strutturate, capaci, con dei leader riconoscibili.
Si pensa infatti - ed è un pensiero reazionario - che le rivolte siano una folla di gente che spontaneamente scende in strada a fare il delirio. Se poi sono neri, quindi tendenti al selvaggio, tutto torna. Invece nelle rivolte l'elemento di spontaneità è sempre intrecciato a un elemento di organizzazione. Nei momenti felici i due elementi non si oppongono ma si rafforzano.

 

Nel movimento attuale non c'è ovviamente un'organizzazione unica strutturata tipo Partito, capace di fare sintesi e di incassare politicamente il risultato. Ma certo la presenza di organizzazioni nere conta. Non c'è solo Black Lives Matter: c'è tutto un mondo di associazioni, reti, realtà che si muovono fra il sociale (mutualismo, sportelli in difesa dei diritti), il politico (eleggendo rappresentanti) e il culturale-mediatico (contatti con artisti, campagne informative, siti e riviste).
Queste organizzazioni non si attivano con le rivolte: lavorano nei tempi morti, formano quadri capaci (li avete mai sentiti parlare? Impressionanti!), costruiscono discorso che si deposita anche inconsapevolmente nella testa degli americani.


Senza questo lavoro quotidiano giorno per giorno non si darebbero nemmeno le rivolte: soprattutto durerebbero meno, sarebbero meno estese, velocemente isolate, non riuscirebbero a fare egemonia. Si imporrebbe una distinzione mortifera fra "buoni" e "cattivi".
Occupy Wall Street nel 2011, Fight for $15 nel 2012, Black Lives Matter nel 2013 e infine tutta l'attivazione intorno a Sanders e Ocasio-Cortez: sono quasi 10 anni che negli USA si accumulano forze sociali e che alla fine di ogni ciclo di mobilitazione - invece di disperdersi, come da noi accade anche a causa di un rifiuto tutto ideologico e ormai parodistico delle forme organizzate e della complementarietà degli strumenti di lotta - si sedimenta forza.
Terzo fattore: il combinato fra crisi sanitaria e crisi economica. Negli USA più di centomila morti di Covid, la maggior parte poveri, tantissimi latini o neri. Il virus ha reso palesi le ingiustizie sociali nell'accesso alle cure. E la crisi economica che sta seguendo ha portato a 40 milioni di disoccupati... indovinate fra quali gruppi sociali?
All'inizio della pandemia avevamo detto che questa avrà effetti storici, come e più della crisi del 2008 (che comunque ci regalò le primavere arabe e la nascita di un forte ciclo di protesta e di partiti politici nuovi). Ecco, sta accadendo. Per questo urge prepararsi anche qui!

 

Che dobbiamo fare noi?


Molti italiani sono umanamente toccati da quello che succede negli USA, ma pensano che tutto sommato non li riguardi. Altri invece si esaltano perché vedono materializzarsi lì la loro rabbia, ma non sanno che fare qui. In un mondo sempre più integrato e soprattutto per la penetrazione della cultura, dell'immaginario USA nel nostro paese, quello che accade lì non possiamo non sentirlo familiare. Quello che accade nella vetrina mondiale del capitalismo, in quello che ci viene proposto come modello, non può non essere oggetto di riflessione. Ma proprio per questo non possiamo fare gli spettatori.
Abbiamo una grossa occasione.

Ecco alcune cose che possiamo fare:

1. Produrre e far circolare buona informazione
Quella che troviamo sui giornali o in tv non è solo falsa, è strumentale. Serve a impedire la connessione fra i rivoltosi di lì e i potenziali rivoltosi di qui. Serve a condannare preventivamente le proteste che anche qui si potrebbero verificare dopo il coronavirus.

Invece noi abbiamo bisogno di far capire agli italiani cosa è in gioco, perché l'oppressione di lì ha la stessa natura dell'oppressione di qui, di imparare come si fa e semmai di riprodurre.
Senza informazione corretta non esiste un popolo cosciente, senza informazione non è possibile produrre la teoria di cui abbiamo bisogno per rendere più efficace la nostra prassi.

 

2. Mobilitarci per far vincere la loro protesta
Dobbiamo andare sotto le Ambasciate USA. Fare arrivare al suo Governo e ai manifestanti d'oltreoceano che appoggiamo le loro rivendicazioni. La protesta infatti non è generica, mira anche a mettere in crisi l'attuale assetto poliziesco, a ottenere condanna per i poliziotti colpevoli, sostituzione dei dirigenti, riforme. Per ottenere questo obbiettivo, per evitare altri morti, serve fare pressione da tutti i lati. Serve costringere le autorità a cedere.

3. Mobilitarci per le nostre vite
Anche da noi le vite dei neri non contano, muoiono in mare o nei campi, anche da noi c'è razzismo. Anche da noi le "seconde generazioni" sono oppresse, gli viene negata la cittadinanza. Anche da noi ci sono gli abusi delle divise, in primis contro gli immigrati, ma anche contro le classi popolari italiane.
Negli USA i neri si ribellano perché in decenni hanno costruito consapevolezza e organizzazione. In Italia siamo ancora all'inizio. Ma questa è una buona occasione.
Abbiamo innanzitutto bisogno di un nuovo antirazzismo che


a) non parta dal bianco caritatevole e paternalista ma dall'autorganizzazione delle comunità oppresse;
b) non separi le rivendicazioni dei neri da quelle delle altre componenti sociali italiane, ma le tenga insieme in un'ottica di classe.

Non sto teorizzando qualcosa di impossibile, un simile antirazzismo e protagonismo già è in marcia: guardate al Movimento Migranti e Rifugiati Napoli, al lavoro dell'USB con i braccianti o del SI COBAS con i facchini.

Neri o bianchi, italiani e meridionali, braccianti, operai o rider: tutti insieme dobbiamo dire LE NOSTRE VITE CONTANO!
Regolarizzazione, Ius soli, diritti di braccianti e lavoratori, abolizione dei decreti sicurezza, togliere ai militari per strada le funzioni di polizia, pretendere gli identificativi: sono solo alcune delle lotte concrete che possiamo articolare!

 

4. Sganciarsi dal modello USA, unirci al suo popolo
Approfittiamo di questa occasione per dire due cose: gli USA non possono essere il nostro modello sociale, economico e politico. Quel modello è fallimentare. Uccide la gente, produce idiozia, crea i Trump. Basta imitare gli USA, implementare le loro leggi, partecipare alle loro avventure militari, stare nella NATO, che non è altro che il ginocchio sul collo di interi paesi!
E contemporaneamente costruiamo relazioni e contatti con la parte consapevole del loro popolo, impariamo da loro, dalla loro cultura, musica, dalla loro capacità di organizzazione e comunicazione! L'anti-imperialismo non è anti-americanismo!

 

5. Costruire contatti e far crescere l'organizzazione.

Mobilitiamoci e usiamo questa mobilitazione per conoscerci. Per costruire contatti anche fra noi. Per federare esperienze che già esistono. Perché anche in Italia, affinché le rivolte non muoiano in fasce, c'è bisogno di organizzazioni forti e capaci. C'è bisogno di usare tutti gli strumenti: dal mutualismo e dagli sportelli che fanno molti centri sociali e reti solidali per radicarsi fra le classi popolari, al lavoro culturale e informativo, passando anche per il conflitto nelle strade e sui posti di lavoro e una partecipazione alle elezioni senza compromessi con le forze dominanti.

 

E' una cazzata smentita dalla storia che una cosa escluda l'altra. Semmai, ognuna da sola muore se non si è capaci di una sintesi politica. A quella è chiamato ognuno di noi, ovunque collocato. Ognuno di noi è responsabile.


COME NEGLI USA ANCHE QUI!
LE NOSTRE VITE CONTANO!

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SIAMO TORNATI! Il 7 ottobre 2020 abbiamo inaugurato la seconda stagione di Radio Quarantena. Ritorniamo con una nuova redazione, quasi 20 collaboratori e 5 rubriche settimanali.

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"È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo", scriveva Mark Fisher, e mai affermazione ci è sembrata così calzante. Viviamo in un mondo difficile, non solo perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mostra ogni giorno la sua faccia più feroce, ma anche perché sembra sempre più difficile immaginare le alternative a questo stato di cose. Quando urliamo che ci hanno rubato il futuro non vogliamo dire solo che materialmente la nostra generazione non ha più davanti a sé la possibilità di una vita serena; “rubare il futuro” vuol dire anche sottrarci la possibilità di immaginarcene uno, non tanto per noi stessi, ma per tutta la società. Chi prova a immaginare un mondo diverso, addirittura chi prova a costruirlo, rientra nella categoria dei sognatori, degli illusi, di quelle strane persone che mancano di concretezza e che in molti non si vergognano a chiamare “pazzi”. E allora, così sia. Siamo pazzi. Siamo pazzi perché non guardiamo solo a ciò che è utile per qualcuno di noi, ma perché cerchiamo di intervenire sulla realtà, e perché pensiamo che il benessere di tutti equivalga al benessere di ciascuno. Siamo pazzi perché convinti che non debbano esistere sfruttati e sfruttatori, perché pensiamo che i diritti, la salute, le vite, vengono prima dei profitti. Da tempo pensavamo di aprire questo blog, nel quale vogliamo provare a raccogliere contributi che ci aiutino a immaginare una realtà diversa, ma questo ci sembra il momento migliore, il momento in cui tutti noi dobbiamo darci da fare in ogni modo per costruire una speranza e per costruire la prospettiva di un cambiamento ormai divenuto necessario. Il mondo non va solo cambiato, va rivoluzionato, e per preparare le energie per la rivoluzione che verrà ci servono anche le idee, ci serve costruirle e condividerle. Tra le mille attività che portiamo avanti, con le quali concretamente proviamo a intervenire sulla realtà che ci circonda, abbiamo bisogno anche di uno spazio, un momento, una pagina bianca, di fronte alla quale fermarci per raccontare l’esistente e immaginare il futuro, per dare una forma a quel limite che la realtà ci mette davanti e costruire strategie per superarlo. Perché sappiamo che anche se viviamo in una società che vuole farci credere di essere l’unica possibile, abbiamo un’infinità di mondi da guadagnare, e da perdere non abbiamo altro che le nostre catene. Buona lettura

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