di Juliette Franco

 

Così come passano alla storia e si incidono nelle menti di tutti opere d'arte sparse in giro per il mondo, allo stesso modo dovrebbero essere ricordati sempre la resistenza e il sacrificio che donne e uomini hanno compiuto e stanno compiendo da qualche parte, in silenzio, per difendere la giustizia e la libertà.

La Turchia di Erdogan è oggi uno dei posti più violenti al mondo, dove la libertà ha smesso di esistere. Chiunque risulta scomodo al regime viene represso senza pietà, ogni pensiero e azione diverso dagli imperativi del sultano viene eliminato. Da giugno 2016, dopo il fallito colpo di Stato, la repressione del regime turco si è ulteriormente inferocita costringendo al carcere migliaia di persone, tra le quali almeno 600 avvocati e 200 giornalisti (escludendo tutti quelli perseguitati ed esiliati).

Da due carceri turche gli avvocati Aytaç Unsal e Ebru Timtik stanno digiunando da mesi per sostenere la lotta del Grup Yorum, accusato di terrorismo per aver dedicato la propria vita e la propria musica alla libertà, contestando il fascismo di Erdogan.

Nei giorni scorsi Helin Bölek, Mustafa Koçak, Ibrahim Gökçek sono morti dopo quasi un anno di digiuno, resistendo fino all’ ultimo. E la loro lotta contro l'oppressione non si è conclusa, grazie a chi continua a non abbassare la testa di fronte le violenze del regime.

Aytaç Ünsal, avvocato che li ha difesi, è una di queste persone. Si trova nel carcere di Balikesir e pochi giorni fa ha scritto queste parole che non possono lasciarci indifferenti:

"Non ho mai lasciato indietro le persone più vulnerabili. Ho vissuto i momenti più felici della vita mentre difendevo i più deboli nei tribunali. Grazie al mio lavoro di avvocato ho conosciuto il valore della vita e delle singole persone. L’ufficio legale popolare mi ha insegnato la vita in termini reali. Ora mi stanno costringendo a rinunciare a tutto questo. Dicono che non puoi difendere gli operai, gli abitanti del villaggio, la gente dell’Anatolia. Dicono che non puoi essere un avvocato presso l’Ufficio legale popolare. Dicono che non puoi vedere Didem per i prossimi dieci anni e mezzo. Stanno cercando di mettere al bando le persone, il paese, il mio amore, la mia professione. Ma queste non sono cose senza valore a cui puoi semplicemente rinunciare. Non è abbastanza semplice dire “Beh, non c’è niente da fare.” Io non rinuncerò mai alla mia gente, all’Anatolia, che mi ha insegnato la vita, che mi ha reso umano con il suo sforzo. Morirò ma non mi arrenderò. Questa è la storia del mio viaggio. Resisterò alla morte come Mustafa Koçak e come İbrahim Gökçek che è morto pesando 30 chili. Fanno parte della mia famiglia già da quando eravamo bambini. Io sono stato loro avvocato fin dall’infanzia. Morirò, ma non smetterò mai di difenderli!"

Coraggio e sacrificio che, pur arrivando da un posto lontano come la Turchia ed isolato come un carcere, si espandono oltre i confini come un urlo, arrivando a persone di tutto il mondo. Scelte estreme come queste rendono immenso ed immortale il valore della resistenza, ci ricordano ciò di cui ci dobbiamo sbarazzare e ciò che dobbiamo difendere attorno a noi. Per trasformare un mondo ancora troppo schiacciato dalle ingiustizie in un posto dove gli oppressi troveranno il loro riscatto e conosceranno la libertà.

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SIAMO TORNATI! Il 7 ottobre 2020 abbiamo inaugurato la seconda stagione di Radio Quarantena. Ritorniamo con una nuova redazione, quasi 20 collaboratori e 5 rubriche settimanali.

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"È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo", scriveva Mark Fisher, e mai affermazione ci è sembrata così calzante. Viviamo in un mondo difficile, non solo perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mostra ogni giorno la sua faccia più feroce, ma anche perché sembra sempre più difficile immaginare le alternative a questo stato di cose. Quando urliamo che ci hanno rubato il futuro non vogliamo dire solo che materialmente la nostra generazione non ha più davanti a sé la possibilità di una vita serena; “rubare il futuro” vuol dire anche sottrarci la possibilità di immaginarcene uno, non tanto per noi stessi, ma per tutta la società. Chi prova a immaginare un mondo diverso, addirittura chi prova a costruirlo, rientra nella categoria dei sognatori, degli illusi, di quelle strane persone che mancano di concretezza e che in molti non si vergognano a chiamare “pazzi”. E allora, così sia. Siamo pazzi. Siamo pazzi perché non guardiamo solo a ciò che è utile per qualcuno di noi, ma perché cerchiamo di intervenire sulla realtà, e perché pensiamo che il benessere di tutti equivalga al benessere di ciascuno. Siamo pazzi perché convinti che non debbano esistere sfruttati e sfruttatori, perché pensiamo che i diritti, la salute, le vite, vengono prima dei profitti. Da tempo pensavamo di aprire questo blog, nel quale vogliamo provare a raccogliere contributi che ci aiutino a immaginare una realtà diversa, ma questo ci sembra il momento migliore, il momento in cui tutti noi dobbiamo darci da fare in ogni modo per costruire una speranza e per costruire la prospettiva di un cambiamento ormai divenuto necessario. Il mondo non va solo cambiato, va rivoluzionato, e per preparare le energie per la rivoluzione che verrà ci servono anche le idee, ci serve costruirle e condividerle. Tra le mille attività che portiamo avanti, con le quali concretamente proviamo a intervenire sulla realtà che ci circonda, abbiamo bisogno anche di uno spazio, un momento, una pagina bianca, di fronte alla quale fermarci per raccontare l’esistente e immaginare il futuro, per dare una forma a quel limite che la realtà ci mette davanti e costruire strategie per superarlo. Perché sappiamo che anche se viviamo in una società che vuole farci credere di essere l’unica possibile, abbiamo un’infinità di mondi da guadagnare, e da perdere non abbiamo altro che le nostre catene. Buona lettura

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