di Salvatore Prinzi

Ho assistito ieri a una cosa troppo tenera.
Sui tetti qui intorno vengono a nidificare rondini, gabbiani. Quest'anno con il lockdown se la son spassata così tanto che anche nel ventre della città potevi fare birdwatching.

Così ho visto nascere i piccoli di gabbiano, tutti grigi, muovere i primi passi sotto gli occhi dei genitori, fino a provare a volare.
C'era sto cucciolo che negli ultimi giorni saltava sul posto, sbatteva le ali, si incazzava perché voleva e non riusciva. Vedevi proprio la vita che doveva uscire, fare il suo corso, ancora ostacolata da un corpo fragile.

Ieri all'improvviso sento un bordello esagerato, un allarme aereo. Era successo che il piccolo aveva provato a volare ma non era ancora pronto. Per cui s'era lanciato dal tetto ma era planato sulla strada. Non s'era fatto male, ma era esposto ai predatori. Gli altri se n'erano accorti e avevano avvisato la comunità. Un bel po' di gabbiani sono arrivati e si sono messi a marcare a turno il cucciolo, pronti ad attaccare se si fosse avvicinato qualche malintenzionato.
Così, ogni volta che qualcuno portava a pisciare il cane, s'accendeva l'allarme gabbianesco, e ricominciavano a volare minacciosi che manco negli Uccelli di Hitchcock. Questo per ore.

Finché, verso la fine del pomeriggio, mentre stavo lì a buttare un occhio, il cucciolo prende e parte come un razzo. Inizia a volare veloce verso l'alto, puntando al mare. Il suo guardiano s'alza in volo con lui e in meno di sei secondi girano tutti i gabbiani dai tetti più lontani, ne conto una trentina, chi a fiancheggiare il nuovo arrivato, chi ad aprirgli la strada avanti, chi a coprirgli le spalle.
Tutta una comunità che si è mobilitata per il figlio caduto, tutta una comunità che l'ha accompagnato nel suo ingresso nella vita adulta. Un favore che avrebbe di sicuro ricambiato a sua volta.

Non è una grande riflessione, lo so, ma mentre vedevo decine di gabbiani volare insieme, pensavo che quello che chiediamo ogni giorno, quello per cui tanti lottano pagando spesso un prezzo altissimo, quello che ci raccontano sia impossibile, in fondo è naturale. Che il collettivo stia al centro, che ci si dia reciproco aiuto, che quando qualcuno cade per poche forze o inesperienza venga assistito da tutti, che quando riesce ad alzarsi in volo venga protetto e festeggiato...

Mentre la casa si riempiva delle immagini delle rivolte negli USA, mi si è fatto sensibile nel cuore il perché, a dispetto delle armi brandite, il nome esteso del Black Panther Party fosse "for Self-Defense", o perché, in tempi più recenti, i rivoluzionari curdi in Siria abbiano deciso di chiamarsi "Unità di Protezione Popolare".

Ci dicono pazzi, ci dipingono terroristi, ma non facciamo altro che seguire un'inclinazione naturale: difenderci dai predatori, mobilitarci per i più fragili, dare modo alla vita di svilupparsi in tutte le sue molteplici forme.

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SIAMO TORNATI! Il 7 ottobre 2020 abbiamo inaugurato la seconda stagione di Radio Quarantena. Ritorniamo con una nuova redazione, quasi 20 collaboratori e 5 rubriche settimanali.

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"È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo", scriveva Mark Fisher, e mai affermazione ci è sembrata così calzante. Viviamo in un mondo difficile, non solo perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mostra ogni giorno la sua faccia più feroce, ma anche perché sembra sempre più difficile immaginare le alternative a questo stato di cose. Quando urliamo che ci hanno rubato il futuro non vogliamo dire solo che materialmente la nostra generazione non ha più davanti a sé la possibilità di una vita serena; “rubare il futuro” vuol dire anche sottrarci la possibilità di immaginarcene uno, non tanto per noi stessi, ma per tutta la società. Chi prova a immaginare un mondo diverso, addirittura chi prova a costruirlo, rientra nella categoria dei sognatori, degli illusi, di quelle strane persone che mancano di concretezza e che in molti non si vergognano a chiamare “pazzi”. E allora, così sia. Siamo pazzi. Siamo pazzi perché non guardiamo solo a ciò che è utile per qualcuno di noi, ma perché cerchiamo di intervenire sulla realtà, e perché pensiamo che il benessere di tutti equivalga al benessere di ciascuno. Siamo pazzi perché convinti che non debbano esistere sfruttati e sfruttatori, perché pensiamo che i diritti, la salute, le vite, vengono prima dei profitti. Da tempo pensavamo di aprire questo blog, nel quale vogliamo provare a raccogliere contributi che ci aiutino a immaginare una realtà diversa, ma questo ci sembra il momento migliore, il momento in cui tutti noi dobbiamo darci da fare in ogni modo per costruire una speranza e per costruire la prospettiva di un cambiamento ormai divenuto necessario. Il mondo non va solo cambiato, va rivoluzionato, e per preparare le energie per la rivoluzione che verrà ci servono anche le idee, ci serve costruirle e condividerle. Tra le mille attività che portiamo avanti, con le quali concretamente proviamo a intervenire sulla realtà che ci circonda, abbiamo bisogno anche di uno spazio, un momento, una pagina bianca, di fronte alla quale fermarci per raccontare l’esistente e immaginare il futuro, per dare una forma a quel limite che la realtà ci mette davanti e costruire strategie per superarlo. Perché sappiamo che anche se viviamo in una società che vuole farci credere di essere l’unica possibile, abbiamo un’infinità di mondi da guadagnare, e da perdere non abbiamo altro che le nostre catene. Buona lettura

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