di Claudio Cozza

(Questo articolo è il primo di una serie di tre contributi su crisi economica, pandemia e impatto sulla produzione e sul lavoro in Italia e nel mondo)

Al di là dell’antipatia o simpatia che ci può suscitare, l’attuale regina inglese Elisabetta ha un grande merito. Invitata all’inaugurazione dell’anno accademico 2008/2009 della London School of Economics, invece di limitarsi a fare presenza, osò chiedere a professori e intellettuali come mai nessuno avesse previsto la crisi economica che era appena scoppiata. Intervento che è poi stato ribattezzato “il discorso della regina”, con richiamo a quello fatto da suo padre in tempo di guerra. Insomma, un discorso molto poco politicamente corretto.

Ma, dopotutto, la mossa della regina degli scacchi è proprio fare quello che le pare, andare dove le pare, potersi muovere in tutte le direzioni. La risposta del capo dipartimento, che aveva appena chiuso il suo discorso inaugurale, fu ovviamente evasiva, del tipo: “qualcuno faceva affidamento su qualcun altro e tutti pensavano di fare la cosa giusta”.

Una risposta più precisa la possiamo dare noi: nessun economista capisce nulla di economia, semplicemente perché tutti gli economisti partono sempre a ragionare dai «fantomatici mercati». Basta leggere il sommario dei principali manuali di economia. Capitolo 1 di Microeconomia (Varian, 2012): il mercato. Capitolo 2 dei Principi di economia (Frank e altri, 2013): la base dello scambio. Capitolo 2 dei Principi di economia (Mankiw e Taylor, 2018): domanda e offerta, come funzionano i mercati. E così via.

Poi però arriva il coronavirus e tutti gli economisti, su internet o in televisione, si lanciano a parlare di: che impatto ha la pandemia su cosa si produce, dove verranno chiuse più fabbriche, quale impatto occupazionale ci sarà, quanta e quale ristrutturazione produttiva è in arrivo, perché è necessario introdurre innovazioni tecnologiche.

Ciò dimostra che, per capire l’economia, la prima domanda dovrebbe essere sempre: come si produce? Partire cioè parlando della produzione e non dello scambio sul mercato. Delle condizioni del lavoro e non delle nostre esigenze di consumatori.

Molto spesso non capiamo i fenomeni economici semplicemente perché il pensiero dominante li spiega (o li nasconde…) in una grande confusione: parlando dei «fantomatici mercati». Facendo così, la nostra esperienza particolare di consumatore viene proiettata su una rappresentazione dell’economia che è diversa da come realmente funziona. Non a caso, veniamo considerati consumatori, quando non anche dei generici cittadini, prima ancora che lavoratori.

Eppure, quando la crisi scoppia, il nostro primo pensiero è cosa ne sarà del nostro lavoro (se ne abbiamo uno) o della sua ricerca (se siamo disoccupati o studenti). Soltanto dopo aver affrontato e risolto questo punto, essendo cioè tranquillizzati nell’avere comunque un lavoro e il relativo salario, i nostri pensieri potranno andare a cosa consumeremo durante la pandemia o se la nostra libertà di movimento di cittadini è stata ridotta. Richiamando e aggiornando un manuale di economia “critico” di tanti anni fa (Pesenti, 1972),

“uno studente non ha certo bisogno di andare all’università per sapere che è libero di scegliere tra le varie prospettive che gli si presentano. Sa anche che se deve scegliere tra diversi impieghi possibili, sceglierà quello in cui il lavoro è piacevole e rende di più. Non ha neanche bisogno di imparare come si devono spendere i dieci euro che ha in tasca”. E allora di cosa dovrebbe parlare la scienza economica? “Ciò che vuole sapere lo studente è perché ha dieci euro e non cento in tasca, e perché se, appena laureato, cerca una occupazione e non la trova”.

Nei manuali ci sono invece tante pagine sprecate per spiegare come sceglie un consumatore: forse per non raccontare subito nel dettaglio che tutto parte da come si produce? Facciamo allora anche noi la “mossa della regina” e chiediamo di capire, che ci spieghino, come e cosa si produce oggi. Se viviamo in Italia, ciò significa approfondire i due seguenti argomenti:

  1. Studiare le condizioni della produzione in Italia: le condizioni del lavoro, la distribuzione fra macro-settori (agricoltura, industria, servizi), gli investimenti esteri nel nostro paese e all’estero delle multinazionali italiane; in particolare rispetto a quanto successo dopo l’esplosione della crisi. Che non è questa del 2020, non era nemmeno quella citata dalla regina nel 2008 ma proviene da molto più lontano, diciamo dalla fine degli anni ’60, inizio degli anni ’70.
  2. Studiare come funziona oggi la globalizzazione della produzione e come ha funzionato negli ultimi secoli di storia. Questo perché, a dispetto di tentazioni autarchiche e sovraniste, la produzione è sempre più una produzione globale: filiere di produzione internazionali e cosiddette catene globali del valore. Per finire poi a parlare di imperialismo.

Ma questo nella prossima puntata…

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"È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo", scriveva Mark Fisher, e mai affermazione ci è sembrata così calzante. Viviamo in un mondo difficile, non solo perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mostra ogni giorno la sua faccia più feroce, ma anche perché sembra sempre più difficile immaginare le alternative a questo stato di cose. Quando urliamo che ci hanno rubato il futuro non vogliamo dire solo che materialmente la nostra generazione non ha più davanti a sé la possibilità di una vita serena; “rubare il futuro” vuol dire anche sottrarci la possibilità di immaginarcene uno, non tanto per noi stessi, ma per tutta la società. Chi prova a immaginare un mondo diverso, addirittura chi prova a costruirlo, rientra nella categoria dei sognatori, degli illusi, di quelle strane persone che mancano di concretezza e che in molti non si vergognano a chiamare “pazzi”. E allora, così sia. Siamo pazzi. Siamo pazzi perché non guardiamo solo a ciò che è utile per qualcuno di noi, ma perché cerchiamo di intervenire sulla realtà, e perché pensiamo che il benessere di tutti equivalga al benessere di ciascuno. Siamo pazzi perché convinti che non debbano esistere sfruttati e sfruttatori, perché pensiamo che i diritti, la salute, le vite, vengono prima dei profitti. Da tempo pensavamo di aprire questo blog, nel quale vogliamo provare a raccogliere contributi che ci aiutino a immaginare una realtà diversa, ma questo ci sembra il momento migliore, il momento in cui tutti noi dobbiamo darci da fare in ogni modo per costruire una speranza e per costruire la prospettiva di un cambiamento ormai divenuto necessario. Il mondo non va solo cambiato, va rivoluzionato, e per preparare le energie per la rivoluzione che verrà ci servono anche le idee, ci serve costruirle e condividerle. Tra le mille attività che portiamo avanti, con le quali concretamente proviamo a intervenire sulla realtà che ci circonda, abbiamo bisogno anche di uno spazio, un momento, una pagina bianca, di fronte alla quale fermarci per raccontare l’esistente e immaginare il futuro, per dare una forma a quel limite che la realtà ci mette davanti e costruire strategie per superarlo. Perché sappiamo che anche se viviamo in una società che vuole farci credere di essere l’unica possibile, abbiamo un’infinità di mondi da guadagnare, e da perdere non abbiamo altro che le nostre catene. Buona lettura

IL BLOG DEI PAZZI

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