di Lucia Amorosi

Quando M. mi chiama per risolvere il suo problema, ha una voce calma e gentile: è preoccupata per il suo futuro, visto che come lavoratrice domestica non sa chiaramente cosa aspettarsi una volta cessata l’emergenza.

Una delle due famiglie presso cui lavorava le ha comunicato che non ha intenzione di pagarla per il mese di aprile e che per maggio poi si vedrà. Ma M. non può permettersi di aspettare: ha bisogno del suo stipendio per mantenere la famiglia e pagare l’affitto:

Mi farò licenziare: sono più tutelata così, almeno ho sicuramente diritto alla disoccupazione…certo penso a tutte le mie colleghe che non hanno un contratto di lavoro regolare e che oggi dipendono totalmente dalla volontà dei loro datori di lavoro”.

Ma, oltre alla legittima preoccupazione, le sue parole fanno trasparire anche una certa dose di risentimento:

Perché ci trattano così? Io davvero non capisco: noi siamo essenziali per la sopravvivenza di questo paese, senza di noi come farebbero tante donne a poter lavorare? Non mi piace chiedere l’elemosina, io voglio che i miei diritti vengano rispettati…”.

M. è una lavoratrice domestica altamente qualificata: da quando è arrivata in Italia lasciando il Perù ormai molti anni fa, non ha mai smesso di formarsi fino ad ottenere un diploma da OSS e oggi, forte delle sue competenze, preferisce farsi licenziare invece di svendere la sua dignità di donna e lavoratrice. S. ha una situazione un po' diversa: è una “semplice” babysitter e anche lei ha perso il lavoro a causa dell’emergenza. S. è italiana: ama il suo lavoro, che vive con grande responsabilità, ma, come accade a molte italiane impegnate nel settore, non ha mai seguito un percorso di professionalizzazione e oggi non può essere certa di riuscire a trovare un altro lavoro, fatto che sta causando non poche tensioni a casa visto che anche suo marito sta pagando gli effetti di questa crisi. Nel caso di S. il calcolo delle ore lavorate ai fini del tfr non risulta esatto, ma preferisce rimanere in buoni rapporti con la ex datrice di lavoro e non mettere in discussione i suoi calcoli:

“Se non mi scrive lei la lettera di referenza, come faccio io a trovare un altro lavoro in una situazione così difficile e delicata?”.

M. e S. sono solo due tra le lavoratrici domestiche che si sono rivolte al Telefono Rosso di Potere al Popolo! per lavoratori e lavoratrici in difficoltà, uno dei tanti strumenti di mutualismo che si sono diffusi nelle scorse settimane, dimostrando ancora una volta tutto il potere della solidarietà dal basso. Due storie che nel loro piccolo parlano di invisibilità, dipendenza, ricattabilità: tutte caratteristiche ancora strettamente attuali del lavoro domestico e di cura e che assumono ancor più evidenza nell’emergenza che viviamo.

L’invisibilità dell’ambiente domestico privato, ma anche quella derivante dall’irregolarità contrattuale (2 milioni di lavoratrici e lavoratori stimati in totale, di cui solo 859mila regolari) e dalla problematica definizione dello status migratorio di queste donne (stiamo parlando di un settore altamente femminilizzato e con una stragrande maggioranza di stranieri). Un’invisibilità di fatto e un’invisibilità normativa che si rafforzano l’un l’altra, creando a loro volta le condizioni di dipendenza e ricattabilità dai propri datori di lavoro. Un’invisibilità costitutiva del lavoro domestico e di cura che rischia di perpetuarsi e rafforzarsi anche questa volta.

Le più recenti scelte governative per far fronte all’emergenza, purtroppo, non smentiscono la storica tendenza a “scaricare” sulle famiglie le necessità della riproduzione sociale, dalla cura degli anziani a quella della casa e dei figli, individuandole come uniche responsabili in questo settore. Molto è stato scritto nei giorni scorsi sull’assenza totale di misure di sostegno alle famiglie datrici di lavoro e alle lavoratrici domestiche nel DPCM di marzo, il Cura Italia: la centralità del lavoro svolto da queste persone appare oggi ancor più evidente ed è stato lo stesso Governo a riconoscere il lavoro domestico come attività essenziale, salvo poi dimenticarsi di garantire loro sicurezza e sostegno economico.

Oggi, aspettando che esca la versione definitiva del Decreto Rilancio, possiamo constatare un primo dato di fatto: nonostante le lacrime facili, nonostante la commozione sbandierata ai quattro venti per il ritorno alla visibilità di troppe e troppi invisibili, assistiamo ancora una volta all’adozione di misure emergenziali e limitate che non coprono, per esempio, chi è davvero invisibile, ovvero chi un contratto di lavoro non l’ha mai avuto o chi non ha modo di dimostrare il suo ingresso in Italia. Non sono state adottate ad oggi misure atte a sovvertire la condizione precedente e a cambiarla nel profondo e possiamo prevedere quello che succederà:

a fronte di un iniziale incremento delle regolarizzazioni dovuto alla paura di molte famiglie che la lavoratrice potesse essere multata a seguito delle restrizioni emergenziali sulla libertà di movimento, in un futuro non troppo lontano segnato da quella che si prevede già come una crisi economica epocale il rischio concreto è che molte famiglie non avranno le stesse risorse economiche di un tempo e potranno pagare molto meno.

Non si può ignorare, poi, il prevedibile abbandono del lavoro da parte di molte donne italiane che potrebbero decidere di risparmiare e accollarsi in prima persona le responsabilità della cura di casa e famiglia, mentre molte lavoratrici, a fronte di una contrazione della domanda, si ritroveranno ancora più ricattabili e vulnerabili.

Un affare privato

Non stupisce la dimenticanza del Governo per quanto riguarda il lavoro domestico e di cura: la centralità della famiglia nella società italiana e il ruolo esercitato al suo interno dalle più tradizionali forme di divisione sessuale del lavoro sono due assunti cardine della nostra organizzazione sociale. Ma non possiamo ignorare che i valori tradizionali si ammantano spesso di un valore tutto economico, ed è proprio in tal senso che il decreto di marzo non può essere interpretato come semplicemente incompleto, ma merita di essere analizzato alla luce di quella che è l’organizzazione latente del lavoro domestico e di cura.

Se da un lato è assolutamente vero che la famiglia e in particolare la sua componente femminile hanno svolto da sempre un ruolo cruciale nell’assicurare il mantenimento della vita stessa, negli ultimi decenni abbiamo assistito alla rapida diffusione di varie forme di privatizzazione di servizi, anche di quelli un tempo coperti prevalentemente dal pubblico (educazione e salute, per esempio) che non hanno fatto altro che rafforzare ulteriormente il ruolo già svolto dalle famiglie italiane. E’ fondamentale ricordare che servizi, garanzie e tutele che ormai vengono sempre più tagliati e compressi non sono mai stati frutto della graziosa concessione dei governi di turno, ma della lotta di tante lavoratrici e lavoratori nei decenni passati, e del conseguente tentativo di mediazione tra le due forze contrastanti di capitale e lavoro.

Se rispetto alla valorizzazione economica del lavoro domestico e di cura è già stato detto e scritto tanto (a partire dal Movimento per il Salario al Lavoro Domestico degli anni ’70, fino ai recenti sviluppi della Teoria della Riproduzione Sociale), quello che occorre mettere in luce è che la centralità esercitata dalla famiglia nel nostro welfare ha assunto forse un ruolo ancora più cruciale a seguito della congiunzione tra  trend generale di invecchiamento della popolazione, e il progressivo venir meno dell’assunzione di responsabilità pubblica e statale nel campo del welfare stesso. E’ qui che è avvenuto un passaggio essenziale per capire meglio anche ciò che succede oggi: l’imposizione del paradigma neoliberista a livello mondiale e la sua traduzione politica nel New Public Management hanno portato a un cambio generale che ha legittimato l’abbandono di forme pubbliche di welfare a favore di forme sempre più privatizzate. Quelli che un tempo erano diritti di cui i cittadini godevano sono diventati sempre più beni acquistabili sul mercato e il cittadino stesso è stato sostituito negli anni dalla figura del consumatore che sceglie liberamente cosa acquistare, ovviamente in base alle risorse economiche di cui dispone.

 

 

Lo Stato ha deliberatamente favorito questo processo, che ha avuto bisogno necessariamente di interventi pubblici e scelte politiche coerenti, scaricando sempre più sui singoli individui la responsabilità della riproduzione sociale e, ancor di più, sulle donne. Un processo simile ovviamente non è avvenuto in maniera lineare e uniforme, ma è stato declinato alla luce delle varie specificità nazionali: in Italia è stato in gran parte sostenuto dal ruolo centrale già svolto dalla famiglia da un lato e, per quanto riguarda specificatamente il lavoro domestico e di cura, dall’ingresso sempre più massiccio di forza lavoro migrante, in gran parte femminile, che ha progressivamente “liberato” le donne italiane dalle responsabilità della cura. Questo processo storico che ha visto l’esternalizzazione delle attività domestiche e di cura ad altre donne all’interno delle rigide barriere della famiglia patriarcale, ha alimentato di fatto la privatizzazione dell’organizzazione della cura, consentendo allo Stato stesso un risparmio di circa 9,7 miliardi di euro (come riportato nell’ultimo rapporto di Domina), senza considerare i benefici indiretti derivanti dall’incremento della forza lavoro femminile italiana.

Un prodotto come un altro?

E’ così che nel tempo si è assistito alla creazione di una vera fetta di mercato anche nel campo della cura: un simile processo generalizzato di mercificazione e messa a valore di attività non direttamente produttive, se da una parte ci testimonia il carattere onnipervasivo del capitalismo, dall’altro chiama in causa la stessa storica divisione tra attività produttive e attività riproduttive, mostrando chiaramente il carattere di interdipendenza tra esse. Eppure, al netto del generale processo di mercificazione che si è imposto sempre più nelle nostre società, non possiamo ritenere che questi servizi ormai direttamente acquistabili sul mercato da parte di singoli cittadini-consumatori siano uguali ad ogni altro bene: essi, infatti, producono valore pur non producendo direttamente prodotti materiali.

Il ragionamento che andrebbe fatto qui attiene direttamente alla sfera dell’estrazione di valore e dello specifico processo di valorizzazione economica di ogni attività umana, ma possiamo sicuramente ricordare che una delle principali caratteristiche del settore dei servizi è quella di avere un basso margine di produttività: questo rende, quindi, più difficile sostenere un incremento dei salari, sia esso dovuto a un aumento dell’occupazione o a un miglioramento delle condizioni salariali di lavoratori e lavoratrici.

 Avendo margini di produttività più bassi rispetto agli altri prodotti “normali”, accade che l’aumento dell’occupazione, per esempio, non può essere compensato da un aumento di produttività, arrivando a definire quel  trilemma of service economy[1],  che stabilisce una relazione escludente tra contenimento dei costi dettato anche dall’imposizione del diktat neoliberista, crescita dell’occupazione e uguaglianza salariale: i tre obiettivi non possono essere raggiunti simultaneamente e allora bisogna scegliere. In un’economia sempre più fondata sui servizi, contenere i costi e sostenere l’occupazione porta necessariamente ad alimentare disuguaglianze salariali tra lavoratori e lavoratrici, spesso articolate proprio sulla linea della razza, della nazionalità e del genere. Picchi[2] ha applicato lo stesso trilemma alla specificità del lavoro domestico, individuando in accessibilità, qualità del servizio e tutela del lavoro i tre vertici del triangolo. Rendere accessibile il lavoro domestico da parte delle famiglie all’interno di un contesto segnato ormai irrimediabilmente dalla privatizzazione delle attività di riproduzione sociale porta, infatti, ad aumentare le diseguaglianze tra lavoratrici, peggiorando in generale le condizioni di lavoro.

Questo è il processo che ha sempre più segnato l’organizzazione della cura e del lavoro domestico nelle nostre società almeno negli ultimi decenni: l’apertura di una nuova fetta di mercato caratterizzata però da queste contraddizioni in termini. La messa a valore della stessa cura degli altri, delle nostre relazioni più intime, ha un suo limite intrinseco nel fatto di essere profondamente radicata nella sfera sociale piuttosto che in quelle economica: l’estrazione di valore da ogni aspetto della nostra vita e la mercificazione delle nostre stesse relazioni si scontra coi limiti del trilemma sopra esposto.

Le telefonate di M. e di S. si inseriscono in questo quadro complessivo e testimoniano chiaramente che il contenimento dei costi per quanto riguarda i servizi alla persona non può che ripercuotersi inevitabilmente sulla qualità del lavoro svolto da queste donne. L’assenza di tutela, l’incertezza sul futuro, la dipendenza quasi totale dalla volontà delle famiglie datoriali derivano da quest’impostazione generale.

Trovare soluzioni tecniche e concrete per garantire migliori condizioni di lavoro a chi si prende cura di anziani e bambini consentendo a tante donne di andare a lavorare è urgente e necessario, come testimoniato da vari articoli e appelli che sono stati diffusi nelle scorse settimane, ma non può avvenire se non si cambia il nostro orizzonte complessivo. Farlo significa cambiare le nostre coordinate di riferimento:

se questa crisi sta facendo emergere tutte le contraddizioni violente del nostro sistema economico e sociale, allora forse dovremmo spingerci a pensare che è il caso di immaginare e creare un’alternativa valida all’esistente.

Se non si riconosce la centralità della riproduzione sociale e se non la si sottrae alle logiche più becere di mercificazione, si rischia di continuare su una strada segnata inevitabilmente da sfruttamento e oppressione. La riproduzione della vita e della nostra stessa sopravvivenza, va concepita come responsabilità collettiva e oggi più che mai questo appare evidente: lo vediamo nelle tante iniziative di solidarietà dal basso, dal supporto ai lavoratori in difficoltà alla spesa solidale, passando per i servizi di supporto psicologico: siamo comunità, siamo esseri sociali che si prendono cura l’un l’altro al di là delle logiche individualizzanti e del proprio tornaconto personale.

 Mai come oggi è necessario ridare valore non solo economico, ma sociale e umano alla cura e alle lavoratrici e lavoratori della cura, assumerla come responsabilità pubblica e sociale di cui lo Stato si deve far carico, evitando di continuare a scaricare i costi su famiglie a lavoratrici: se stiamo imparando qualcosa è che lo Stato deve tornare protagonista. Questo significa pianificare strategie di lunga durata che mirino a ridurre sostanzialmente il peso del lavoro irregolare, tutelando le lavoratrici: un lavoro così essenziale e fondamentale non può essere organizzato avendo come unico obiettivo quello del risparmio pubblico, ma anzi deve godere del giusto supporto anche economico da parte delle istituzioni. Che si tratti di aprire asili nido pubblici e accessibili, di defiscalizzare le spese contributive per le famiglie datoriali onde evitare il prevedibile ricorso all’informalità, quello che conta è garantire a queste lavoratrici l’emersione dal lavoro nero, dallo sfruttamento e dalla ricattabilità. Questo deve diventare un chiaro obiettivo politico di lunga durata.

 Non si tratta, quindi, di adottare misure emergenziali per poi tornare a quella che consideravamo la normalità. Riconoscere e tutelare il valore del lavoro domestico e di cura è il primo passo per romperne l’invisibilizzazione e per sottrarlo alla competizione col lavoro gratuito che tante donne già svolgono nelle loro case. Per farlo in maniera efficace e duratura occorre interrogarsi oggi più che mai su quale sia il senso del prendersi cura di sé e degli altri nella nostra società, attribuendo un valore che per una volta non sia strettamente economico e soggetto alle leggi di mercato, quanto profondamente e radicalmente umano e sociale.

 


[1] Iversen, Wrell, Equality, Employment, and Budgetary Restraint: The Trilemma of the Service Economy, World Politics, Vol. 50, No. 4 (Jul., 1998), pp. 507-546, Cambridge University Press

[2] Picchi S., The elderly care and domestic services sector during the recent economic crisis. The case of Italy, Spain and France, Investigaciones Feministas, Vol. 7 Núm 1 (2016) 169-190 

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"È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo", scriveva Mark Fisher, e mai affermazione ci è sembrata così calzante. Viviamo in un mondo difficile, non solo perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mostra ogni giorno la sua faccia più feroce, ma anche perché sembra sempre più difficile immaginare le alternative a questo stato di cose. Quando urliamo che ci hanno rubato il futuro non vogliamo dire solo che materialmente la nostra generazione non ha più davanti a sé la possibilità di una vita serena; “rubare il futuro” vuol dire anche sottrarci la possibilità di immaginarcene uno, non tanto per noi stessi, ma per tutta la società. Chi prova a immaginare un mondo diverso, addirittura chi prova a costruirlo, rientra nella categoria dei sognatori, degli illusi, di quelle strane persone che mancano di concretezza e che in molti non si vergognano a chiamare “pazzi”. E allora, così sia. Siamo pazzi. Siamo pazzi perché non guardiamo solo a ciò che è utile per qualcuno di noi, ma perché cerchiamo di intervenire sulla realtà, e perché pensiamo che il benessere di tutti equivalga al benessere di ciascuno. Siamo pazzi perché convinti che non debbano esistere sfruttati e sfruttatori, perché pensiamo che i diritti, la salute, le vite, vengono prima dei profitti. Da tempo pensavamo di aprire questo blog, nel quale vogliamo provare a raccogliere contributi che ci aiutino a immaginare una realtà diversa, ma questo ci sembra il momento migliore, il momento in cui tutti noi dobbiamo darci da fare in ogni modo per costruire una speranza e per costruire la prospettiva di un cambiamento ormai divenuto necessario. Il mondo non va solo cambiato, va rivoluzionato, e per preparare le energie per la rivoluzione che verrà ci servono anche le idee, ci serve costruirle e condividerle. Tra le mille attività che portiamo avanti, con le quali concretamente proviamo a intervenire sulla realtà che ci circonda, abbiamo bisogno anche di uno spazio, un momento, una pagina bianca, di fronte alla quale fermarci per raccontare l’esistente e immaginare il futuro, per dare una forma a quel limite che la realtà ci mette davanti e costruire strategie per superarlo. Perché sappiamo che anche se viviamo in una società che vuole farci credere di essere l’unica possibile, abbiamo un’infinità di mondi da guadagnare, e da perdere non abbiamo altro che le nostre catene. Buona lettura

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