Di Spazio Catai

 

I giacigli per la notte

Le considerazioni che seguono muovono da un’angolatura ben delineata, quella della nostra esperienza politica a Padova, nel bel mezzo del Nordest leghista e produttivo, e dal dibattito che negli scorsi mesi ha riflettuto – dentro e fuori la nostra assemblea – sul rapporto tra volontariato e mutualismo. L’occasione della loro stesura è data dal fato che la nostra città per tutto quest’anno, nonostante un programma stravolto dal Covid19, è la “capitale europea del volontariato”.

Chiunque abbia provato a mettere in pratica anche soltanto una tra le varie forme di attività sociale che chiamiamo mutualismo (distribuzioni alimentari, ambulatori popolari, doposcuola, sportelli, etc.), a maggior ragione se intenzionalmente declinata in modo conflittuale come nel caso di chi milita in un’organizzazione quale Potere al Popolo, si trova più volte a domandarsi o a sentirsi chiedere:

«qual è la differenza fra questa pratica e quella di un’associazione di volontariato?»

Del resto lo scopo immediato è lo stesso, tenere il vento della notte lontano da chi ha fame, alleviare per quanto possibile le sofferenze prodotte dalla società in cui viviamo. In una poesia di Brecht risuona la medesima domanda.

 

I giacigli per la notte (1931)

 

Sento che a New York

All'angolo della 26.a strada con Broadway

Durante i mesi d'inverno ogni sera c'è un uomo

E ai senzatetto che si assembrano implorando

Intorno ai passanti procura un giaciglio per la notte.

 

Il mondo non cambia per questo

I rapporti fra le persone non migliorano

Il tempo dello sfruttamento non ne viene abbreviato

Ma alcuni uomini hanno un giaciglio per la notte

Il vento per una nottata gli viene tenuto lontano

La neve a loro assegnata cade sulla strada.

 

Non mettere via il libro, tu, persona, che leggi.

Alcune persone hanno un giaciglio per la notte

Il vento per una nottata gli viene tenuto lontano

La neve a loro assegnata cade sulla strada.

Ma il mondo non cambia per questo

I rapporti fra le persone non migliorano

Il tempo dello sfruttamento non ne viene abbreviato. 

 

Celebrare l’associazionismo, sgomberare l’associazionismo

Complice la ricorrenza cui abbiamo fatto accenno, a Padova il tema del volontariato è al centro del discorso pubblico da più di un anno. Nello stesso periodo, le istituzioni hanno sgomberato numerosi spazi sociali, tra cui la nostra Casetta del Popolo “Berta”, ed altrettante esperienze che al panorama di una città solidale contribuivano non poco. Agli occhi di chi riconosca sinceramente il valore sociale dell’associazionismo, il fatto che qualche giorno prima dell’inaugurazione ufficiale di “Padova capitale europea del volontariato 2020” sia avvenuto l’ultimo di questi sgomberi è potuto apparire come una contraddizione, al limite dello scandalo. Ma si tratta di due facce della stessa medaglia.

Di cosa parliamo, infatti, quando parliamo di “volontariato”? Che cos’hanno e cosa non hanno in comune l’impegno quotidiano e a titolo gratuito di chi rischia poi uno sgombero e il concetto di cui quest’anno sentiamo parlare tanto? In entrambi i casi si tratta di un modo per intervenire su un tessuto sociale che sta attraversando (e soffrendo) una crisi profonda: economica, politica, affettiva, culturale, ecologica. Un intervento sociale che però è caratterizzato da logiche, obiettivi e prospettive differenti, a cui crediamo vadano anche dati due nomi distinti: volontariato e mutualismo.

È chiaro d’altra parte che questo recente capitolo di storia padovana, con i suoi sgomberi, le sue retoriche e le sue contraddizioni (vere o apparenti che siano), rispecchia una tendenza generale che travalica abbondantemente i confini della nostra città. La crisi e la sua gestione mediante austerità e politiche antipopolari da parte di governi di ogni colore hanno schiacciato nella solitudine, nel rancore e nella rassegnazione chi ne ha subito le conseguenze peggiori, lasciando trionfare l’individualismo e la guerra tra poveri contro ogni forma di agire collettivo.

È in questo contesto che prospera il “mostro” razzista e sovranista, in Italia cioè la Lega di Salvini, che ha gioco fin troppo facile a tacciare di “buonismo” ogni espressione di solidarietà: questa non è però che la faccia più brutale di una società talmente allo sfascio da non tollerare più, per potersi reggere in piedi, alcuna ipotesi di critica o trasformazione radicale incarnata in pratiche collettive, realmente solidali. Che le uniche forme di associazione o cooperazione ammesse siano quelle che stanno dentro determinati schemi e che non mettono in discussione il quadro complessivo, non è un caso. Così come non è un caso che ogni associazione che non si conformi a quegli schemi sia, potenzialmente, un’“associazione a delinquere”. Anche di questo la nostra città è stata testimone di recente, con la spropositata criminalizzazione di un comitato di lotta per la casa.

 

El tacòn peso del buso (la toppa peggiore del buco)

Il volontariato in salsa neoliberista si contraddistingue per una serie di funzioni. La prima, silenziare i sensi di colpa che prendono chiunque abbia un minimo di cuore davanti all’ingiustizia del mondo. La seconda, dare un po’ di sollievo a chi non ce la fa e che così proverà gratitudine verso i suoi benefattori. La terza, supplire allo stato dove esso, ritirandosi da un welfare sempre più privatizzato, non arriva a svolgere le sue funzioni. La quarta, creare business attorno a bisogni e necessità fondamentali attraverso un sistema di bandi, nuove posizioni di progettista sociale che aiutino nella compilazione dei suddetti bandi, università del volontariato che formino queste figure professionali e, immancabilmente, aziende, banche e fondazioni generose, pronte a finanziare progetti.

La conseguenza non è solo quella classica, di un assistenzialismo che lascia intatte le condizioni che lo rendono utile e necessario, ma è anche il trasferimento della gestione delle problematiche sociali dalle istituzioni pubbliche al terzo settore, aperto all’investimento privato e agevolato in maniera consistente sui piani normativo e fiscale, nonché ovviamente fondato su una mole gigantesca di lavoro non retribuito. In questa direzione si incammina la più recente interpretazione del concetto di volontariato, rendendolo di fatto un luogo di mediazione tra stato e mercato, del tutto sbilanciato a favore del secondo. L'intento dichiarato è quello di “ricucire” i pezzi di una società che si finge non siano portatori di bisogni e interessi divergenti. Il problema è che così si scambia per una toppa ciò che invece il buco lo allarga.

 

Un'altra trama possibile

Ciò che noi chiamiamo mutualismo si differenzia dal volontariato, anche classicamente inteso, per diversi fattori. Innanzitutto perché vuole intervenire sui problemi concreti delle classi popolari e degli strati più bassi e marginali delle nostre società, riconoscendoli come tali: lavoro, casa, povertà, istruzione, accesso ai servizi e alla cultura, ma anche lo stesso bisogno di socialità e convivialità di contro alla solitudine, sono intesi come effetti di un sistema che li produce strutturalmente. In secondo luogo, non vuole essere un gesto di carità che lascia in una posizione passiva chi lo riceve e in una di potere chi lo dà, bensì vuole porre al centro la cooperazione e l'autorganizzazione:

non ci sono “vittime” ci sono solo persone, donne, uomini, fratelli e sorelle.

Ciò significa che l'autodeterminazione è tanto lo scopo ultimo quanto lo strumento per raggiungerlo e che, quale che sia la natura dell'attività mutualistica, essa deve mirare a modificare i rapporti di potere nel senso di una reale uguaglianza. In terzo luogo il mutualismo ha l'ambizione di costruire – a partire dalle pratiche e imparando dalle pratiche – configurazioni e visioni del mondo diverse in chi vi entra a contatto, proponendo esempi, modelli, anticipazioni di nuovi modi di organizzazione sociale. Non soltanto criticare le forme di dominio vigenti (sfruttamento, precarietà, violenza di genere, ogni tipo di discriminazione), ma sforzarsi di produrre una trama di relazioni che ne sia completamente libera.

Detto altrimenti, il mutualismo non vuole mettere una pezza ai problemi sociali o individuali, ma contribuire a trasformare la società stessa. C'è una grande differenza, ma anche un confine spesso molto sottile, tra questa forma di impegno volontario che prova a farsi carico della trasformazione sociale e un volontariato che, andando a cercare spazio, fondi e mediazioni su un terreno strutturalmente fatto per andare in un'altra direzione e per servire tutt'altre logiche, rischia di diventare strumento di quella stessa macchina che alimenta e approfondisce le disuguaglianze.

 

Da dove veniamo, verso dove andiamo

Tutto quello che diciamo sul mutualismo deriva in primo luogo dalla nostra esperienza. È infatti proprio dalle pratiche che si origina la necessità di una prospettiva politica, non il contrario. Essa emerge non appena si tenta di agire anche solo sui problemi più immediati, per quanto piccoli, della nostra società. Quando, domandando più che spiegando, si allarga collettivamente lo sguardo dal problema o bisogno individuale alla condizione comune, da un piccolo cambiamento in meglio alla necessità di un cambiamento generale.

È il mutualismo stesso che richiede autonomia, organizzazione e analisi, perché non può fermarsi al singolo collettivo, al singolo quartiere, alla singola pratica ma deve cercarne altre e connettersi ad esse. Sono le pratiche stesse che, per essere attuate pienamente, necessitano di corrispondere ad una visione politica che le salvaguardi dal ricadere in un semplice volontariato o assistenzialismo. Questa è la ragione per cui noi contribuiamo al progetto di “Potere al Popolo!”, che utilizza la solidarietà concreta fra le componenti delle classi popolari come strumento di conflitto, accostandola ad altri strumenti di denuncia, lotta e rivendicazione politico-sociale.

Scrivici, contribuisci

"È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo", scriveva Mark Fisher, e mai affermazione ci è sembrata così calzante. Viviamo in un mondo difficile, non solo perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mostra ogni giorno la sua faccia più feroce, ma anche perché sembra sempre più difficile immaginare le alternative a questo stato di cose. Quando urliamo che ci hanno rubato il futuro non vogliamo dire solo che materialmente la nostra generazione non ha più davanti a sé la possibilità di una vita serena; “rubare il futuro” vuol dire anche sottrarci la possibilità di immaginarcene uno, non tanto per noi stessi, ma per tutta la società. Chi prova a immaginare un mondo diverso, addirittura chi prova a costruirlo, rientra nella categoria dei sognatori, degli illusi, di quelle strane persone che mancano di concretezza e che in molti non si vergognano a chiamare “pazzi”. E allora, così sia. Siamo pazzi. Siamo pazzi perché non guardiamo solo a ciò che è utile per qualcuno di noi, ma perché cerchiamo di intervenire sulla realtà, e perché pensiamo che il benessere di tutti equivalga al benessere di ciascuno. Siamo pazzi perché convinti che non debbano esistere sfruttati e sfruttatori, perché pensiamo che i diritti, la salute, le vite, vengono prima dei profitti. Da tempo pensavamo di aprire questo blog, nel quale vogliamo provare a raccogliere contributi che ci aiutino a immaginare una realtà diversa, ma questo ci sembra il momento migliore, il momento in cui tutti noi dobbiamo darci da fare in ogni modo per costruire una speranza e per costruire la prospettiva di un cambiamento ormai divenuto necessario. Il mondo non va solo cambiato, va rivoluzionato, e per preparare le energie per la rivoluzione che verrà ci servono anche le idee, ci serve costruirle e condividerle. Tra le mille attività che portiamo avanti, con le quali concretamente proviamo a intervenire sulla realtà che ci circonda, abbiamo bisogno anche di uno spazio, un momento, una pagina bianca, di fronte alla quale fermarci per raccontare l’esistente e immaginare il futuro, per dare una forma a quel limite che la realtà ci mette davanti e costruire strategie per superarlo. Perché sappiamo che anche se viviamo in una società che vuole farci credere di essere l’unica possibile, abbiamo un’infinità di mondi da guadagnare, e da perdere non abbiamo altro che le nostre catene. Buona lettura

IL BLOG DEI PAZZI

CookiesAccept

NOTE! This site uses cookies and similar technologies.

If you not change browser settings, you agree to it. Learn more

I understand