di Rosa Sica


La storia di Silvia Romano mi colpì particolarmente. A pochi giorni dal suo rapimento, quando era sulla bocca di tutti, e nessuno ci risparmiarò le sue boiate insulse, scrissi questo. Troppo lungo per gli standard di fb ma ero incazzata nera.

Non c'era il covid. E i 5 stelle governavano a braccetto con Salvini e la schiera di quanti dicevano che tutto sommato, se vai ad aiutare i ne*ri un po' te la sei cercata... Ma era lo stesso paese di ora.

Per fortuna Silvia è viva e da ora torna libera.
Noi l'abbiamo sempre aspettata.

Ho letto l'editoriale (se così lo si può definire) osceno che Gramellini sul Corriere ha scritto sulla vicenda di Silvia, la giovanissima volontaria rapita in Kenia.

Sono andata sul profilo della ragazza, in alto, la prima cosa che vedi, è la frase

"Piuttosto che essere normale, hai scelto di essere felice"

Mi ha colpito, un po' - lo confesso - perchè ricalca quello che migliaia di volte, un po' per scherzo, un po' per provocazione, coi miei compagni abbiamo detto mentre facevamo le cose più assurde, ma anche le più banali e che però non fa più nessuno, quel "se la normalità è questo, allora je so' pazzo" che ci siamo scelti come firma.

Ci sono due cose che ritrovo nella storia di Silvia, ma che sono tornate sempre più spesso negli ultimi mesi:
 
1. L'esempio da demolire. premessa: la scelta che ha fatto lei non è quella che ho fatto io. reputo la mia maniera di contribuire al benessere collettivo (quel poco che faccio) su binari ben diversi, per provenienza culturale, storica, per visione della realtà, da quella fatta da lei. militare in una realtà autorganizzata, comunista, non è far parte di un' ONG, non è dedicarsi alla cooperazione internazionale. eppure, quando due estati fa è iniziata la pubblica crociata delle istituzioni contro i "taxi del mare" la mia comunità - nonostante le differenze e divergenze con quel mondo - non ha esitato a schierarsi.
Perchè ci è parso lampante che quello era un attacco molto più complessivo e che non si attestava sul livello politico della questione, andava più giù, su un piano etico, di comportamento. le inchieste - che non portano a nulla però screditano, gettano ombre, fanno perdere tempo e soldi, rallentano in definitiva - isolavano quei volontari come "corpi estranei" alla società, spezzavano legami pregressi, rendevano di fatto impossibile crearne di nuovi. chi ha militato mai in un contesto "antagonista" lo sa bene, perchè ci passa ciclicamente.

Il messaggio, più che ai diretti interessati, è rivolto a chi sta fuori: fai bene a restarne fuori, fai bene a restare a casa, fai bene a far vincere la paura. è passato, e questo in generale, un sistema valoriale per cui niente è più importante di te stesso, della tua libertà (fosse anche la libertà di non far nulla e non essere toccato da nulla in un mondo sempre più violento, sempre più osceno: è già qualcosa!). Dedicarsi ad altro da sé (dal proprio progetto personale, a prescindere da quale sia) non è un'opzione di serie b, per gli sfigati: semplicemente, non è un'opzione.

Sei libero di trascinarti, questo quello che ti è dato. cerca riparo per le cose che non ti piacciono solo e soltanto dentro di te. e se non ci riesci, perchè nessuno ci riesce, colpevolizzati, diventa depresso, sfoggia il disprezzo e il cinismo come farebbe un bulletto qualsiasi e poi torna a sentirti impotente. e soprattutto fregiati di essere normale, come gli altri, come tutti. qualche sera fa se ne parlava in gruppo, un compagno aveva ragione a dire ai più giovani che non bisogna avere paura a farsi vedere diversi, a vivere diversamente, a mostrare il proprio non essere riducibili, perché nessuno si unisce alle tue fila se non si palesa un esempio coerente, se non intravede la disponibilità di andare fino in fondo. aveva ragione.
 
2. Le donne vanno rimesse "a posto", sempre. Guardate - e qui indignazione di tutti i piselli all over the world messa in conto - che se Silvia fosse stata un uomo non avremmo letto le stesse reazioni. Silvia non è una rivoluzionaria, io non so nemmeno che pensa delle cose del mondo, non so se è d'accordo con la caduta tendenziale del saggio di profitto, non so se apprezza la guerriglia, non me ne frega niente.

Ogni volta che una donna esce dal seminato, e sempre nella storia è stato così, e acquisisce protagonismo, ci troviamo davanti a due tipi di reazione. È pazza, sta fuori con la testa, oppure è una che non ha concretezza, è un'idealista, una che non ragiona (e Gramellini è tra i secondi).


L'elemento dell'azione consapevole, della razionalità, e quindi della possibilità di agire pianificando e calibrando, deve essere messo in dubbio. una donna non ha potere su se stessa, è in balia di altro, sia il maschio o l'elemento irrazionale poco conta. E quale che sia il giudizio morale (è pazza o vive fuori dal mondo) l'esito è sempre il tentativo di rimetterla a posto, al suo posto.

Solo così riusciamo a capire il "se l'è cercata", a capire veramente il perché in milioni le augurano violenze atroci. D'altronde il corpo delle donne è sempre stato terreno di scontro politico, la punizione fisica come modalità per ristabilire i ruoli, plateale. Non voglio scomodare le partigiane, non voglio scomodare quello che viene fatto alle prigioniere di guerra, non 1000 anni fa, ma ancora oggi.

Guardate le tre ragazzine dei collettivi studenteschi che Salvini ha sbattuto in prima pagina: "le stuprassero i loro amici neri!". Così forse tornano normali, tornano a posto. E Salvini, o chi per lui, questo lo sapeva benissimo.

Se queste cose che mi frullano il testa, sicuramente parziali e imprecise, cogliessero anche solo un poco nel segno, è evidente che il lavoro che ci aspetta richiede tanto tempo, tanta pazienza e tanto fegato. Trasformare le relazioni sociali, costruire un'etica nostra altra dalla putrescenza in cui ci siamo infognati, non è prendersi un governo, posto che nemmeno quello siamo in grado di fare. Ma è assolutamente imprescindibile.

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"È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo", scriveva Mark Fisher, e mai affermazione ci è sembrata così calzante. Viviamo in un mondo difficile, non solo perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mostra ogni giorno la sua faccia più feroce, ma anche perché sembra sempre più difficile immaginare le alternative a questo stato di cose. Quando urliamo che ci hanno rubato il futuro non vogliamo dire solo che materialmente la nostra generazione non ha più davanti a sé la possibilità di una vita serena; “rubare il futuro” vuol dire anche sottrarci la possibilità di immaginarcene uno, non tanto per noi stessi, ma per tutta la società. Chi prova a immaginare un mondo diverso, addirittura chi prova a costruirlo, rientra nella categoria dei sognatori, degli illusi, di quelle strane persone che mancano di concretezza e che in molti non si vergognano a chiamare “pazzi”. E allora, così sia. Siamo pazzi. Siamo pazzi perché non guardiamo solo a ciò che è utile per qualcuno di noi, ma perché cerchiamo di intervenire sulla realtà, e perché pensiamo che il benessere di tutti equivalga al benessere di ciascuno. Siamo pazzi perché convinti che non debbano esistere sfruttati e sfruttatori, perché pensiamo che i diritti, la salute, le vite, vengono prima dei profitti. Da tempo pensavamo di aprire questo blog, nel quale vogliamo provare a raccogliere contributi che ci aiutino a immaginare una realtà diversa, ma questo ci sembra il momento migliore, il momento in cui tutti noi dobbiamo darci da fare in ogni modo per costruire una speranza e per costruire la prospettiva di un cambiamento ormai divenuto necessario. Il mondo non va solo cambiato, va rivoluzionato, e per preparare le energie per la rivoluzione che verrà ci servono anche le idee, ci serve costruirle e condividerle. Tra le mille attività che portiamo avanti, con le quali concretamente proviamo a intervenire sulla realtà che ci circonda, abbiamo bisogno anche di uno spazio, un momento, una pagina bianca, di fronte alla quale fermarci per raccontare l’esistente e immaginare il futuro, per dare una forma a quel limite che la realtà ci mette davanti e costruire strategie per superarlo. Perché sappiamo che anche se viviamo in una società che vuole farci credere di essere l’unica possibile, abbiamo un’infinità di mondi da guadagnare, e da perdere non abbiamo altro che le nostre catene. Buona lettura

IL BLOG DEI PAZZI

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