di Beniamino Simioli

 

- Il nostalgico: immerso in un passato che non è mai esistito, per il nostalgico il PCI era la perfezione assoluta e tutto è finito per colpa di Occhetto e della svolta della Bolognina. Il nostalgico non vuole sentire ragioni, gli basta adorare Berlinguer ed emozionarsi pensando alle salsicce delle feste dell'Unità. Inutile provare a dirgli che negli anni '80 il PCI già stava dall'altra parte della barricata da un po' di tempo, che i Veltroni e i D'Alema non sono venuti fuori dal nulla ma sono stati coccolati e cresciuti proprio da Enrico Berlinguer, che buona parte del corpo "militante" del PCI, ben prima della Bolognina, era formato da burocrati e arrivisti che soprattutto nelle cosiddette regioni rosse erano più abituati alla gestione del potere che alla lotta di classe, inutile invitare a leggersi tutta la famosa intervista rilasciata da Berlinguer a Scalfari (quella in cui parla della questione morale) per scoprire che già nel 1981 il segretario del PCI elogiava il "mercato" e "l'austerità". Insomma inutile provare a fargli capire che Occhetto è stato la conseguenza e non la causa di un lungo processo di degenerazione. Il nostalgico vuole soltanto restare a sognare a occhi aperti mentre invoca l'unità e l'utilizzo dei vecchi simboli, perché è convinto che così, magicamente, tutto tornerà come prima.

Il nostalgico non è un venduto, è uno che è rimasto coerente con se stesso, è in buona fede e nella stragrande maggioranza dei casi è una bravissima persona, per questo dal punto di vista umano va rispettato, il problema è che dal punto di vista politico è inutile se non addirittura dannoso.
- l'eziomaurista: Nel nostro paese Ezio Mauro, ex direttore del quotidiano "La Repubblica", è considerato un autorevole opinionista. In realtà si tratta di un ciarlatano secondo solo a un mostro sacro dalla ciarlatagine come Paolo Mieli.
Quindi chiamo eziomauristi tutti i ciarlatani che pur definendosi di sinistra vomitano menzogne anticomuniste. Gli eziomauristi danno la colpa di tutto quello che è successo di negativo in questo paese alla scissione di Livorno del 1921. Il fascismo, i 40 anni di governi democristiani, le stragi di Stato, tangentopoli e così via fino ad arrivare ai giorni nostri e alla litigiosità della presunta sinistra... tutta colpa dei comunisti e del fatto che hanno sottovalutato il "pericolo del fascismo".
Per l'eziomaurista anche quando i comunisti subiscono gli effetti nefasti della repressione è comunque colpa loro, perché esistono e non gli piace il capitalismo e questo non va bene, infatti l'eziomaurista è il più sincero dei democratici solo fino a quando si resta in un quadro di compatibilità con il modo di produzione capitalistico.
- il religioso: ha il suo santino e in base a quello decide i buoni e i cattivi. Utilizzando categorie morali più adatte ad una religione che a una lettura materialistica della storia. Il tuo santino è Bordiga? Allora il PCd'I è stato un vero partito comunista solo fino al 1926 e Gramsci è un traditore di merda. Il tuo santino è Trostkij? Allora Gramsci è stato solo un poco ingenuo e il PCd'I è stato tra i buoni fino al 44 (quando ha cambiato nome ed è diventato PCI). Il tuo santino è Stalin? Allora va tutto bene fino alla morte di Togliatti... e così via. Insomma analisi storica prossima allo zero, ma una grande voglia di scomunicare gente e attribuire patenti di comunismo.
QUELLO CHE MANCA È...
un approccio materialista a una storia gloriosa e piena di contraddizioni, d'intuizioni geniali ed errori. Senza l'ansia di decidere i buoni e i cattivi, ma con la curiosità e la volontà di capire le ragioni di ognuno, di comprendere la dialettica della storia, le difficoltà di ogni processo rivoluzionario e d'inserire ogni passaggio nel giusto contesto storico. Questo non per concludere con un ipocrita "volemose bene" ma per comprendere e imparare (anche per non rifare le stesse cazzate) dall'esperienza d'organizzazione della classe operaia e dei lavoratori (anche quando nel dopoguerra aveva ormai un orizzonte riformista) più grande d'occidente.
A questo può servire questo anniversario, a studiare e interrogarci per provare a capire quello che possiamo fare, noi comunisti e comuniste del XXI secolo, per uscire dall'angolo in cui siamo e ritornare ad assaltare il cielo per costruire un mondo più giusto, come sognavano quei ragazzi e quelle ragazze che a Livorno il 21 Gennaio del 1921 uscirono dal Goldoni e si riunirono al Teatro San Marco per fondare il Partito Comunista d'Italia, sezione della Terza Internazionale.

di Redazione

Forse è vero: non siamo bravi nei festeggiamenti. E d'altra parte la storia del Partito comunista d'Italia, che nasceva ormai cento anni fa, è una storia di vittorie e di resistenza popolare, ma anche di tradimenti e di sconfitte. 

Eppure, noi quella storia vogliamo conoscerla e soprattutto vogliamo ricordare (perché no: "festeggiare") quella scissione che ha aperto una possibilità: la possibilità di una svolta rivoluzionaria non solo per l'Italia.

Quel giorno di Gennaio, a Livorno, le prime cineprese hanno immortalato il congresso dei socialisti, un congresso che si preannunciava storico perché era nell'aria la scissione dei massimalisti e la costituzione di un nuovo partito, un partito che conteneva la parola "comunista", quella che più di tutte faceva paura ai governi mondiali. Un gruppo di militanti (molti dei quali giovanissimi) con coraggio e generosità decisero che era venuto il momento di rompere con la politica "dei compromessi e dell'attendismo propria del "vecchio" Partito Socialista, che - nonostante avesse significato l'introduzione della lotta di classe in un paese con enormi sacche di arretratezza come l'Italia  - ormai non rappresentava più le spinte accelerate di un mondo operaio che aveva imparato a costruire le automobili e a occupare le fabbriche.

Quello che è venuto dopo è la storia che ci è appartenuta, dalla quale ci siamo distaccati, che abbiamo criticato ferocemente, o che abbiamo imparato a comprendere. E nonostante da un certo momento in poi non possiamo dire di riconoscerci nella storia del PCI, con altrettanta sicurezza possiamo dire che quel giorno, a Livorno, avremmo voluto esserci anche noi, perché sentiamo che il momento dell'istituzione del Partito Comunista d'Italia ci appartiene, come ci appartiene ogni momento di svolta del movimento operaio. 

Abbiamo preparato un breve dossier di articoli che ruotano attorno al centenario del PCI, alla sua storia e alla critica di questa storia. Proveremo nel corso dei prossimi giorni a raccogliere altri contributi per inserire nuovi elementi di dibattito. Per adesso: vi auguriamo buona lettura, sperando che la parola "comunista" continui a riempire le nostre teste e i nostri cuori per i prossimi cento anni!

- Avanti popolo: a cent'anni dalla scissione di Livorno, Emanuele Bellintani

- Brigate Rosse, la parte dannata della storia Geraldina Colotti 

- La storia del PCI fra processi di apprendimento e strategia egemonica Alexander Hobel

- 1921-2021. Il passato come chiave di lettura del presente Giuseppe Aragno

- Il centenario della fondazione del pcdi (poi PCI). Gli archetipi nella mia bolla facebook Beniamino Simioli

di Emanuele Bellintani

Il centenario del XVII Congresso del PSI di Livorno in cui si consumò la rottura tra il raggruppamento comunista e quello massimalista unitario, e che portò alla nascita del Partito Comunista d’Italia è il momento perfetto in cui interessi e appetiti particolari del presente giocano sulle emozioni e sulla distanza temporale per (continuare a) confondere le acque. Rileggere politicamente e storicamente quei giorni con coraggio, può invece servire all’oggi per ritrovare le coordinate di un cambiamento radicale.

di Geraldina Colotti

Durante il secolo scorso, l’Italia non ha avuto soltanto il più grande Partito comunista d’Europa e il più grande sindacato d’Europa, ma, per quasi un ventennio, anche l’estrema sinistra più forte d’Europa. Un fermento esploso con il ’68, ma incubato nell’insofferenza crescente verso la linea dell’accomodamento nel recinto delle compatibilità “democratiche” portata avanti dal Pci.

di Valeria Ciessetì

Quando nel 1843 Charles Dickens scrisse il suo celeberrimo "A Christmas Carol", la più famosa delle storie di Natale, probabilmente non immaginava che il racconto avrebbe avuto un successo secolare e che, insieme a molti dei suoi romanzi, avrebbe potentemente modificato la percezione delle disuguaglianze sociali, non solo nella società vittoriana che abitava, lanciata come una locomotiva verso l'accumulazione e la costruzione di grandi patrimoni che tuttora sopravvivono.

di Alexander Höbel 

 

Una storia organica, una strategia di lunga durata

La storia del Partito comunista italiano, di cui nel gennaio 2021 si celebrerà il centenario della fondazione, è stata da sempre oggetto, oltre che di una storiografia spesso straordinaria (si pensi a Paolo Spriano ed Ernesto Ragionieri), anche di molte letture deformanti, viziate dal pregiudizio ideologico quando non dalla vera e propria incomprensione.

di Giuseppe Aragno

La riflessione di Potere al Popolo sul ruolo dell’Università e della Ricerca nel mondo della formazione è stata finora debole e frammentaria. Ho già provato a porre l’accento sul problema, ma vale la pena di tornarci su, cercando risposte a domande emerse sin dalla nascita di Pap e cadute sostanzialmente nel vuoto. Perché, ad esempio, quando si tratta di discutere i docenti sono in genere più numerosi degli studenti? E perché tra gli insegnanti, gli «anziani» prevalgono sui più giovani?

di Giuseppe Aragno

 

Premessa 

Il 21 gennaio 1921, la corrente di sinistra del PSI, guidata da Bordiga e Gramsci, diede vita al Partito Comunista d’Italia, sezione italiana dell’Internazionale comunista, con l’intento di organizzare e guidare la lotta di classe per l’emancipazione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. E’ una data che vale la pena di ricordare anche perché dal 1991 l’autoscioglimento del partito ha aperto la via al vento della reazione e siamo giunti al punto che l’equiparazione tra nazifascismo e comunismo, diventato arbitrariamente sinonimo di stalinismo, è oggi un luogo comune, accettato talora, sia pure con qualche debole riserva, persino da sedicenti comunisti.

di Geraldina Colotti

Riprendiamo un articolo già pubblicato qui

In Venezuela, il chavismo ha recuperato l’Assemblea Nazionale, togliendo, con il voto di domenica 6, la maggioranza alla destra che l’aveva ottenuta nelle legislative del 2015. Con oltre l’82% delle schede scrutinate, il Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) e i suoi alleati del Gran Polo Patriottico (GPP) hanno ottenuto il 67% delle preferenze: 3,5 milioni di voti sui 5,2 milioni registrati.

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RADIO QUARANTENA

SIAMO TORNATI! Il 7 ottobre 2020 abbiamo inaugurato la seconda stagione di Radio Quarantena. Ritorniamo con una nuova redazione, quasi 20 collaboratori e 5 rubriche settimanali.

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"È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo", scriveva Mark Fisher, e mai affermazione ci è sembrata così calzante. Viviamo in un mondo difficile, non solo perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mostra ogni giorno la sua faccia più feroce, ma anche perché sembra sempre più difficile immaginare le alternative a questo stato di cose. Quando urliamo che ci hanno rubato il futuro non vogliamo dire solo che materialmente la nostra generazione non ha più davanti a sé la possibilità di una vita serena; “rubare il futuro” vuol dire anche sottrarci la possibilità di immaginarcene uno, non tanto per noi stessi, ma per tutta la società. Chi prova a immaginare un mondo diverso, addirittura chi prova a costruirlo, rientra nella categoria dei sognatori, degli illusi, di quelle strane persone che mancano di concretezza e che in molti non si vergognano a chiamare “pazzi”. E allora, così sia. Siamo pazzi. Siamo pazzi perché non guardiamo solo a ciò che è utile per qualcuno di noi, ma perché cerchiamo di intervenire sulla realtà, e perché pensiamo che il benessere di tutti equivalga al benessere di ciascuno. Siamo pazzi perché convinti che non debbano esistere sfruttati e sfruttatori, perché pensiamo che i diritti, la salute, le vite, vengono prima dei profitti. Da tempo pensavamo di aprire questo blog, nel quale vogliamo provare a raccogliere contributi che ci aiutino a immaginare una realtà diversa, ma questo ci sembra il momento migliore, il momento in cui tutti noi dobbiamo darci da fare in ogni modo per costruire una speranza e per costruire la prospettiva di un cambiamento ormai divenuto necessario. Il mondo non va solo cambiato, va rivoluzionato, e per preparare le energie per la rivoluzione che verrà ci servono anche le idee, ci serve costruirle e condividerle. Tra le mille attività che portiamo avanti, con le quali concretamente proviamo a intervenire sulla realtà che ci circonda, abbiamo bisogno anche di uno spazio, un momento, una pagina bianca, di fronte alla quale fermarci per raccontare l’esistente e immaginare il futuro, per dare una forma a quel limite che la realtà ci mette davanti e costruire strategie per superarlo. Perché sappiamo che anche se viviamo in una società che vuole farci credere di essere l’unica possibile, abbiamo un’infinità di mondi da guadagnare, e da perdere non abbiamo altro che le nostre catene. Buona lettura

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