In una settimana 2 omicidi hanno fatto infuriare il web e fatto emergere la pochezza di molti giornali.
Se da un lato abbiamo l'analisi quasi sportiva di chi ha ucciso di botte un ragazzo di 21 anni dall'altra abbiamo la totale ignoranza ed incapacità di chiamare Uomo un Uomo.
Come spesso accade nei casi di cronaca che più suscitano sdegno si inizia ad analizzare, minacciare, maledire e criticare il colpevole dell'atto fisico e quindi colui che uccide e che ha di fatto preso una vita.
 
 
Willy Duarte è stato ucciso da due mostri.
Willy Duarte è stato ucciso dall’MMA
Willy Duarte è stato ucciso da una bravata.
Willy Duarte è stato ucciso dal fascismo.
Willy Duarte è stato ucciso da un errore.
Willy Duarte è stato ucciso da due bravi ragazzi.
Willy Duarte è stato ucciso dal razzismo.
Willy Duarte è morto.
 
Lo si può scrivere in mille modi, ma la vita interrotta di Willy non cambia. Resta fissa lì, radice di una tristezza infinita, che si declina nel desiderio morboso di fissare su carta una ragione che soddisfi tutti.
 
 
Appena si entra nelle mura di Napoli, da Porta San Gennaro, si va incontro a questa vecchia lapide. I caratteri impressi sono sbiaditi, ma la memoria, per chi la coltiva, rimane forte. Perché ricorda alcuni dei figli e delle figlie della nostra Napoli morti negli anni tremendi della seconda guerra mondiale.
 
Il primo nome in alto a sinistra è Ferdinando Avino. Zio Ferdinando era il fratello di mio nonno. Che ci fa lì Il suo nome? Se l'è meritato per essersi affacciato semplicemente al balcone della sua casa; un vigliacco, un fascista, gli sparò in fronte. Ricordo mio nonno raccontare i dettagli cruenti della scena, soprattutto quel proiettile che gli trapassava la testa... Così morì Ferdinando, per mano di un codardo.
 
Oggi, nella nostra Napoli, dei manifesti annunciano l'arrivo di un odiatore del Sud, che vorrebbe tenere un incontro a Piazza della Posta. Questo nome non esiste, quella Piazza da tempo è intitolata a Giacomo Matteotti. Veniva chiamata "della Posta" decenni fa, quando Zio Ferdinando fu ucciso da un proiettile sparato da un vigliacco.
 
Oggi c'è chi viene per sputare sulla nostra memoria, quella delle nostre lapidi e delle nostre famiglie. Ma il nostro popolo è troppo degno per lasciarsi infettare dalla propaganda odiosa di vigliacchi che hanno per patria solo il denaro e i like sui social...

di Adolfo Fattori

Diciamocelo: la scuola era già sul bordo di un baratro – e forse l’università era pronta a seguirla. Come nel romanzo new weird dell’americano Jeff VanderMeer, la Trilogia dell’Area X, una forza invisibile e aliena, partendo da una piccola area della costa americana, si sta allargando sempre di più, impestando la realtà e riducendola a una copia sgraziata e putrida di se stessa.

di  Roberto Evangelista 

 

In questi giorni si è parlato spesso di didattica e di ritorno a scuola. Soprattutto ora, con la ripresa dei contagi, il tema sembra essere di nuovo al centro dell'agenda politica. L'anno scolastico e l'anno accademico sono alle porte e la ripresa dei contagi preoccupa studenti, famiglie e insegnanti. Ma siamo sicuri che la didattica a distanza, o la didattica mista per le università, sia davvero una risposta all'emergenza? Oppure stiamo andando incontro allo sviluppo e alla sperimentazione di un nuovo modello di istruzione?

Se di scuola si sta parlando molto, ma non sempre in maniera costruttiva, l'università non sembra essere particolarmente menzionata nei discorsi di fine estate. Eppure, mai come ora, essa si trova a essere protagonista di una ristrutturazione che si pone già su un livello diverso rispetto a quello della gestione dell'emergenza sanitaria ancora in corso. Proviamo a ragionarci in maniera complessiva, andando al di là delle preoccupazioni che ci impone la situazione presente.

 
 
Qualche giorno fa mia nonna è caduta. A 89 anni, si sa, una caduta purtroppo significa quasi sempre una frattura. Quando mamma mi ha chiamato e sono corsa a casa, l'ho trovata sul letto con lo sguardo rivolto verso il soffitto, alternava urla di dolore a invocazioni religiose sussurrate che si completavano con il gesto costante del segno della croce. Stringeva le mani di chiunque si sedesse al suo fianco, portandosele sul petto. Non voleva bere, non voleva mangiare. Sembrava avesse già deciso che ormai non c'erano speranze a cui aggrapparsi ed era pronta ad affidare la sua anima al mistero della morte.
 

di Claudio Cozza

Questo articolo è il terzo di una serie di tre contributi su crisi economica, pandemia e impatto sulla produzione e sul lavoro in Italia e nel mondo

Come detto nel primo articolo di questa serie, è fondamentale iniziare le nostre analisi studiando la produzione industriale. Come detto poi nel secondo articolo, da più di un secolo ciò significa studiare l’organizzazione mondiale della produzione e come essa attraversa il nostro e tutti gli altri stati-nazione; anche al fine di capire se questa “base nazionale” conti ancora al tempo della globalizzazione e del capitale transnazionale.

di Giuseppe Aragno

 

Non è un caso che la strage di Pietrarsa si verifichi poco meno di un anno dopo i fatti dell’Aspromonte e il ferimento di Garibaldi, che durante la sua breve «dittatura» aveva consentito la nascita delle prime associazioni operaie; un peso in quegli eventi tragici, del resto, ce l’ha anche l’estensione della Legge Casati al neonato Regno d’Italia; nonostante i suoi forti limiti, infatti, essa costituisce un primo e sia pur debole tentativo di alfabetizzazione di massa.

 
 
Ieri [22 Luglio] ero alla Questura di Napoli per ritirare il permesso di soggiorno di mia sorella, presumibilmente nello stesso giorno in cui è stata scattata la foto che ha fatto "commuovere il web".
Era pieno di gente che accalcata davanti alle porte della Questura, chiedeva di essere ricevuta, mentre un agente in divisa urlava con le vene alla gola contro una cinquantina di persone che non accennava a fare un passo indietro.
 

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"È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo", scriveva Mark Fisher, e mai affermazione ci è sembrata così calzante. Viviamo in un mondo difficile, non solo perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mostra ogni giorno la sua faccia più feroce, ma anche perché sembra sempre più difficile immaginare le alternative a questo stato di cose. Quando urliamo che ci hanno rubato il futuro non vogliamo dire solo che materialmente la nostra generazione non ha più davanti a sé la possibilità di una vita serena; “rubare il futuro” vuol dire anche sottrarci la possibilità di immaginarcene uno, non tanto per noi stessi, ma per tutta la società. Chi prova a immaginare un mondo diverso, addirittura chi prova a costruirlo, rientra nella categoria dei sognatori, degli illusi, di quelle strane persone che mancano di concretezza e che in molti non si vergognano a chiamare “pazzi”. E allora, così sia. Siamo pazzi. Siamo pazzi perché non guardiamo solo a ciò che è utile per qualcuno di noi, ma perché cerchiamo di intervenire sulla realtà, e perché pensiamo che il benessere di tutti equivalga al benessere di ciascuno. Siamo pazzi perché convinti che non debbano esistere sfruttati e sfruttatori, perché pensiamo che i diritti, la salute, le vite, vengono prima dei profitti. Da tempo pensavamo di aprire questo blog, nel quale vogliamo provare a raccogliere contributi che ci aiutino a immaginare una realtà diversa, ma questo ci sembra il momento migliore, il momento in cui tutti noi dobbiamo darci da fare in ogni modo per costruire una speranza e per costruire la prospettiva di un cambiamento ormai divenuto necessario. Il mondo non va solo cambiato, va rivoluzionato, e per preparare le energie per la rivoluzione che verrà ci servono anche le idee, ci serve costruirle e condividerle. Tra le mille attività che portiamo avanti, con le quali concretamente proviamo a intervenire sulla realtà che ci circonda, abbiamo bisogno anche di uno spazio, un momento, una pagina bianca, di fronte alla quale fermarci per raccontare l’esistente e immaginare il futuro, per dare una forma a quel limite che la realtà ci mette davanti e costruire strategie per superarlo. Perché sappiamo che anche se viviamo in una società che vuole farci credere di essere l’unica possibile, abbiamo un’infinità di mondi da guadagnare, e da perdere non abbiamo altro che le nostre catene. Buona lettura

IL BLOG DEI PAZZI

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