Nei giorni scorsi forse a qualcuno di voi sarà capitato di sentir parlare del capitano dell'Inter Mauro Icardi, finito nell'occhio del ciclone per alcune dichiarazioni presenti nella sua biografia uscita di recente nelle librerie.

Già il fatto che un ragazzo di soli ventitré anni abbia pensato di scrivere un'autobiografia potrebbe dirla lunga sull'individualismo e l'egocentrismo che oggi sono diventati tra i principali vettori del calcio moderno... Ma per ora atteniamoci ai fatti.
Nel suo libro “Sempre avanti” Icardi racconta la lite con alcuni tifosi avvenuta durante una partita di campionato. Il giocatore argentino racconta che, alla fine del match, sarebbe andato ad applaudire i tifosi venuti in trasferta e avrebbe lanciato maglia e pantaloncini ad un bambino, maglia rilanciatagli indietro da uno dei tifosi presenti in curva. Indignato da tutto ciò il capitano interista insulta i tifosi presenti per non aver apprezzato il suo gesto. Il giocatore racconta di aver ricevuto anche delle raccomandazioni dai dirigenti della squadra, che gli rimproveravano di essersi rivolto con toni troppo accesi verso la tifoseria.
Per tutta risposta Icardi dichiara nel suo libro: “Sono pronto ad affrontarli uno a uno. Forse non sanno che sono cresciuto in uno dei quartieri sudamericani con il più alto tasso di criminalità e di morti ammazzati per strada. Quanti sono? Cinquanta, cento, duecento? Va bene, registra il mio messaggio, e faglielo sentire: porto cento criminali dall’Argentina che li ammazzano lì sul posto, poi vediamo”.

In seguito a questa minaccia i tifosi chiedono che ad Icardi gli venga tolta la fascia di capitano. Seguirà una querelle tra Icardi, tifosi e dirigenza che porterà all'eliminazione del passo dall'autobiografia e al mantenimento della fascia, l’unica pena che il calciatore deve pagare è un'ammenda di venticinquemila euro (quasi niente se pensiamo che il suo stipendio è di oltre cinque milioni a stagione).

Questa storia ci sembra interessante perché getta luce su alcuni aspetti del mondo del calcio moderno che sono sotto gli occhi di tutti.

Questa è una storia che parla di individualismo, di un ragazzo di ventitré anni che crede di essere un dio perché gioca a pallone, e non si rende conto che a pochi come lui viene data oggi l’occasione di giocare in una delle squadre più importanti d’italia e d’Europa. E' una storia che ci parla di un mondo del calcio in cui è radicata una visione fortemente machista e sessista, in cui i problemi si risolvono con offese e minacce. E' purtroppo l'ennesima dimostrazione di quanto sia marcio il sistema calcio, diametralmente opposto rispetto alla nostra idea di sport popolare.

Noi crediamo che lo sport debba essere accessibile a tutti, una forma aggregativa, che debba rispettare le diversità, insegnare il rispetto, la cooperazione e la solidarietà. E crediamo soprattutto che possa essere una metafora di come organizzandosi, sudando e lottando per un obiettivo, nessun risultato sia impossibile da raggiungere. 

Ci sono anche altre storie però, forse meno conosciute ma che vale la pena raccontare.

Lo conoscete Fabio Pisacane? A quattordici anni viene tesserato nelle fila del Genoa, ma successivamente scopre di essere affetto dalla sindrome di Guillain-Barrè, che da un giorno all'altro lo porta prima alla paralisi e poi al coma. Non si arrende, lotta contro la sua malattia e alla fine riesce anche a sconfiggerla – anche se il sogno di giocare ad alti livelli sembra ormai sfumato. Passa qualche anno, e nel 2011 Pisacane si ritrova a giocare nel Ravenna. Assieme al suo compagno di squadra Farina, gli vengono offerti dal direttore sportivo Buffone centomila euro per truccare una partita (più del doppio del suo stipendio annuale dell'epoca). Lui non solo rifiuta, ma diventa il testimone chiave dell'inchiesta “Last Bet”, quella che nel 2011 porta all'esplosione dell'ennesimo scandalo relativo al calcio-scommesse. In seguito sarà ricoperto di riconoscimenti e onorificenze ufficiali, tanto giuste quanto ipocrite se si pensa che sono conferite da quegli stessi signori della FIFA, principali responsabili dello stato in cui versa il mondo del calcio oggi.

Pisacane è approdato al Cagliari la scorsa stagione, in serie B. Dopo aver sudato la promozione in A ha raggiunto il suo sogno, quello di quando era bambino. Giocare nella massima serie italiana. Diventato improvvisamente popolare grazie o "a causa" della sua “favola”, è stato invitato alla domenica sportiva. Quel giorno il Cagliari ha battuto in casa l'Inter, per 2 a 1: la domanda su Icardi - essendo appena scoppiato il polverone sul suo libro - era scontata. Al giornalista che gli domanda cosa pensasse in merito al calcio-scommesse e ad Icardi, Fabio Pisacane – che non viene né da Chiaia né da Posillipo – risponde così: “Io vengo da un quartiere difficile, ma la mia famiglia non mi ha mai fatto mancare l'educazione, i valori e i principi. Io penso che nel calcio, come nella vita, per arrivare a certi livelli non ci sia bisogno di scorciatoie, ma penso che solo attraverso il lavoro si possano raggiungere grandi risultati. Io ho cercato nel mio piccolo di portare in alto il nome del mio quartiere (Quartieri Spagnoli, ndr ) e oggi infatti c'è anche un'associazione per il recupero dei minori a casa mia”.

Noi non siamo di quelli che pensano che Pisacane sia un eroe: gli eroi per noi sono ben altri, come tanti e tante che lottano ogni giorno sui campi dove si giocano partite ben più importanti e impegnative. Questa riflessione è nata però spontanea vedendo la contrapposizione di due esempi di vita, uno che combattiamo, l'altro in cui ci identifichiamo. Persone umili che lavorano, sudano e non cercano scorciatoie, che non si abbattono davanti alle difficoltà e che anzi lottano con tutte le proprie forze. Non lo reputiamo quindi un eroe, ma certamente una figura a cui ispirarsi quando insegniamo ai piú piccoli cosa significano parole come “gioco di squadra” , “cooperazione”, “divertimento”, diversamente dai tanti, ormai troppi calciatori che vediamo in TV, stereotipi basati sul culto capitalista dell'apparire e della ricchezza, del successo facile, dell'arroganza e della prepotenza come mezzo di affermazione.

Nella nostra idea di mondo e anche di sport non c'è spazio per nessuno che non rispetti gli altri, che pensi che la violenza e i soldi risolvano i problemi. Alla star piena di soldi e contratti pubblicitari miliardari preferiamo un ragazzo onesto che non dimentica le sue origini, il luogo in cui vive e che lotta in maniera pulita, sia sul campo che fuori, capace di raggiungere i propri obiettivi e realizzare i propri sogni!

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