Gli ultimi avvenimenti che hanno colpito l'area mediterranea dimostrano ancora una volta che i primi a pagare le conseguenze di guerre e crisi sono le popolazioni civili. 

Le politiche dei governi e regimi sono incapaci di rispondere alle più banali esigenze degli essere umani. E così le guerre prima distruggono le basi vitali delle popolazioni che sono costrette a fuggire per sopravvivere e garantire una vita decente; poi sono proprio sfollati e rifugiati che vengono usati come arma di ricatto politico e come capro espiatorio per garantire gli “interessi nazionali”.


La guerra sporca in Siria

L'intensificazione del conflitto armato tra la Turchia e la Siria a Idlib, dove le due parti dicono di combattere una delle ultime roccaforte delle forze islamiste su territorio siriano, nasconde, in realtà, il progetto di Erdogan di istituire una safe zone di 35km attorno alla città siriana per combattere le forze curde di YPJ/YPG e tutto il movimento curdo-siriano e per impedire che l'esperienza del confederalismo democratico possa espandersi su territorio turco. Per raggiungere l’obiettivo, Erdogan utilizza e collabora militarmente con le forze jihadiste.

A pagare le conseguenze di questa guerra sporca tra Turchia e Siria è la popolazione civile della Siria del Nord. Sono quasi 1 milione gli uomini e le donne in fuga dalle violenze, le condizioni attorno ai diversi campi profughi su territorio della Siria del Nord si stanno aggravando per causa delle distruzioni degli impianti idrici e degli attacchi diretti agli sfollati.

Nel frattempo, il presidente turco Erdogan ha di fatto aperto i confini con la Grecia e posto fine alla Dichiarazione comune tra la Turchia e l'Unione Europea che riguarda in primo luogo i rifugiati dalla Siria: Nel 2016, l'UE aveva promesso lo stanziamento di aiuti economici pari a 6 miliardi di euro in cambio di respingimenti dei migranti in Turchia. In questi anni di guerra in Siria sono arrivati circa 3.7 milioni di rifugiati in Turchia. Ma ora Erdogan li sta lasciando passare verso il Nord dove secondo l'International Organization for Migration (IOM) in una sola giornata circa 13.000 migranti hanno tentato di passare la frontiera Greca ed entrare in Europa. Si parla ora di 80.000 uomini e donne alla frontiera. E questo numero aumenterà drasticamente nelle prossime ore.

Le autorità greche non hanno alcuna intenzione di lasciare passare i rifugiati; anzi, nelle ultime ore hanno perfino aumentato i dispositivi di respingimento dei rifugiati alle frontiere. Le forze dell'ordine greche hanno lanciato gas lacrimogeni contro i migranti per bloccare il “tentativo organizzato, di massa e illegale di violare i nostri confini”, come dichiarato dal ministro della Difesa greco Nikos Panayotopulos. Il governo greco ha promesso di rafforzare il confine e di sospendere la possibilità di presentare richieste di asilo in Grecia per tutto il mese di marzo in modo da evitare l'arrivo di ulteriori rifugiati irregolari sia nel Paese sia nell'Unione Europea.
L'Europa ufficiale, con un tweet della presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, ha subito garantito sostegno politico e logistico alla Grecia tramite l'ampliamento della collaborazione con l'agenzia di management delle frontiere esterne dell'Europa Frontex alla frontiera turco-greca. Del resto business as usual: i vari governi europei garantiscono il commercio di armi tra le grandi aziende nazionali di armamento con i regimi in guerra e diventano, in questo modo, complici di questa sporca guerra.


Anche l'Italia gioca sporco

Se a Est del Mediterraneo la guerra in Siria provoca distruzione e sfollamenti, a Sud la situazione libica non è da meno. Il conflitto armato tra il governo internazionalmente riconosciuto di al-Sarraj e l'esercito del colonnello Haftar sta continuando, il processo di pacificazione iniziato alla conferenza di Berlino a metà gennaio e continuato al tavolo bipartitico di Ginevra è già fallito. Anche in Libia sono i civili e i rifugiati provenienti dai paesi subsahariani a pagare le conseguenze disastrose dell'incapacità della comunità internazionale a risolvere il conflitto.


Il conflitto in Libia

Il Governo italiano PD-M5S sta contribuendo in buona parte a questo fallimento, in primis orientando i suoi interventi diplomatici unicamente agli interessi delle grandi aziende italiane presenti sul territorio libico, soprattutto dell'ENI, per garantire lo sfruttamento delle risorse primarie e dei giacimenti di petrolio e gas; in secundis continuando la collaborazione con la guarda costiera libica per il respingimento dei rifugiati ai confini esterni.

Il cosiddetto Memorandum d'intesa tra l'Italia e la Libia – firmato nel 2016 dall'allora ministro dell'Interno Marco Minniti (PD) – è stato rinnovato automaticamente a inizio febbraio 2020. L'accordo prevede aiuti economici e logistici alla Guarda Costiera libica in cambio del blocco degli arrivi di rifugiati in Italia. L'attuale ministra dell'Interno Luciana Lamorgese avevo promesso di rendere più “umano” questo accordo, chiedendo una maggiore presenza delle organizzazioni internazionali (Onu, Unhcr, IMO) nei campi profughi libici. In questo modo però la ministra non fa altro che dare una legittimità internazionale a delle strutture nelle quali da anni ormai le autorità internazionali denunciano violazioni dei diritti umani più fondamentali e che non pochi definiscono dei veri e propri “lager”.


La repressione dei migranti

Inoltre il governo italiano in questi giorni ha bloccato nei porti di Pozzallo e Messina due imbarcazioni di soccorso in mare, la Ocean Viking e la Sea Watch 3, che nei giorni precedenti avevano salvato oltre 400 persone nel Mediterraneo. Le due navi, l'equipaggio e i rifugiati arrivati in Sicilia, sono stati messi in quarantena per rischio diffusione del Coronavirus benché nessun caso di malattia sia stato riscontrato e benché le zone di provenienza di queste donne e di questi uomini non siano state toccate dal contagio (a differenza dell’Italia stessa). In questo modo le autorità continuano a criminalizzare il lavoro di salvataggio in mare e i rifugiati. Altro che “svolta umana”.


Il commercio di armi

Il nostro governo è però complice di questo gioco sporco che ha come suo epicentro il Medio Oriente anche in un altro modo. Il Ministro degli Esteri Di Maio, durante i giorni più caldi dell’aggressione turca alla Siria del Nord (ottobre 2019) aveva dichiarato che l’Italia avrebbe sospeso la vendita di armi al governo di Erdogan. Già prima, nell’estate dello scorso anno, il precedente governo giallo-verde aveva a sua volta promesso che avrebbe interrotto la vendita di armi all’Arabia Saudita, visto che venivano impiegate nel massacro della popolazione yemenita. Le promesse di questi governi si sono dimostrate false. Non c’è stata alcuna sospensione dell’esportazione di armi. Gli unici impegnati realmente a bloccare la guerra sono stati i portuali di Genova, che a giugno 2019 prima e a febbraio 2020 poi, si sono rifiutati, come anche i lavoratori di altri porti europei, di eseguire il carico di morte per la Bahri Yanbu, nave battente bandiera saudita e hanno denunciato che alcune delle armi passate per il porto di Genova sono state utilizzate anche dalla Turchia nella guerra sporca contro i curdi.
 
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