Controllo Popolare e Antimafia sociale: esperienze e pratiche per una lotta diffusa e popolare contro le mafie e le politiche di governo che le favoriscono.


Cos’è il controllo Popolare?

Di solito il controllo lo esercitano “loro” (la politica, le istituzioni, la burocrazia, le forze della repressione, le organizzazioni mafiose) su di “noi” (le persone comuni, sottoposte a regole e dettami imposti dall’alto, sfruttate e costrette a produrre per arricchire qualcun altro). Ci hanno abituati all’idea che il nostro ruolo è quello di subire passivamente, quello che invece noi vogliamo fare è riprenderci, in ogni campo e ambito, il nostro diritto di decidere e di scegliere. Vogliamo essere “noi” a controllare “loro”.

Come si fa? A nostro avviso in primo luogo ampliando le forme della decisione democratica: abbiamo già degli strumenti, spesso ottenuti con anni di dure battaglie, non dobbiamo snobbarli, ma provare, tatticamente, ad utilizzarli fino in fondo. Dicendo questo non ci riferiamo solo al voto, ma alla possibilità concreta di far valere i nostri diritti, di verificare ciò che viene fatto con i nostri soldi, sulle nostre spalle e di opporci a qualsiasi provvedimento ci sembri inadeguato, abbandonando la comune strada della rassegnazione o della mera delega ed occupandoci in prima persona e collettivamente di tutto ciò che ci riguarda più da vicino (salute, lavoro, scuola).

Proviamo a fare qualche esempio per essere più concreti. Da quando abbiamo occupato l’Ex-Opg di Materdei- a Napoli- abbiamo avviato moltissime attività sociali (doposcuola, ambulatorio, sportello migranti, sportello legale e camera del lavoro, laboratori artistici, palestra popolare, etc. etc.). In queste esperienze di autogestione abbiamo provato a mantenere un equilibrio sano tra l’offerta di un “servizio” (il compensare alle mancanze che lo Stato ha nei nostri territori in materia di istruzione, benessere psico-fisico, etc.), rispondendo così ad un bisogno materiale di una larga fetta della popolazione napoletana,  e la costruzione di vertenze che avessero come scopo la presa in carico, da parte del servizio pubblico e delle istituzioni, di queste mancanze. Il nostro obbiettivo non è quello di sostituirci alle istituzioni, ma di dimostrare che si può rispondere ai bisogni di tutti, si possono trovare delle soluzioni generalizzabili. Ma soprattutto riusciamo a dimostrare che se possiamo farlo noi, dal basso, senza soldi e attraverso un metodo cooperativo, allora tanto più deve e può farlo l’istituzione preposta; per questa ragione intendiamo “controllarle”, non accettare passivamente l’idea che “non ci sono soldi”, che le “cose vanno così e sono sempre andate così” che “la burocrazia è lenta”, ma esigere che cambino. Questo cambiamento può avvenire solo con il supporto e la forza di tutti quelli che, avvicinatisi inizialmente solo per soddisfare un bisogno specifico e individuale, partecipano a battaglie molto più ampie. Qui è il perno della nostra pratica: chi è “utente”, assistito, oggetto di un servizio, deve diventare soggetto e protagonista della lotta che si vuole portare avanti in un settore.


Dal controllo Popolare nei Cas al Movimento Migranti e Rifugiati Napoli

Esausti dal continuo flusso mediatico e politico delle fake news sulle condizioni di accoglienza che parlavano di hotel a 5 stelle, 35 euro al giorno, I- phone, etc.  abbiamo deciso di attivarci dopo che diverse persone che vivevano in alcuni dei CAS peggiori della provincia di Napoli ci contattarono tramite lo sportello di assistenza legale e la scuola di italiano per migranti, per richiedere il nostro aiuto.

Per noi fu subito una grande sfida,  provammo da subito ad organizzarci con loro, cercando di coinvolgere le associazioni e la cittadinanza attiva. Il nostro compito, man mano che si  procedeva ad inquadrare i problemi legati a questo modello di accoglienza, iniziava ad essere sempre più chiaro e allo stesso tempo più complesso. Iniziavamo a capire e a renderci conto della mole di interessi che muoveva un sistema del genere, che continua a distinguersi per la poca trasparenza.

 Il primo step è stata l’autoformazione: abbiamo provato a reperire più  informazioni possibili. In molti casi è stato semplice, più ci avvicinavamo alle informazioni che teneva solo la prefettura più diventava difficile la  loro reperibilità. Risultava quasi impossibile  sapere il numero di accolti effettivi per struttura, o ,cosa ancora più grave, reperire informazioni sugli enti gestori a  cui la prefettura partenopea aveva affidato il servizio di accoglienza e assistenza..

Il secondo passo fu quello di fare una chiamata pubblica, con tanto di seminario di autoformazione, per poi dividersi in squadre e andare a fare visita ai vari centri che con difficoltà avevamo individuato sul territorio. Con il Capitolato di affidamento del servizio della prefettura alla mano, che stabiliva i servizi minimi per legge erogabili dall’ente gestore,  iniziammo a fare visita ai vari centri. Volevamo vedere con i nostri occhi e poi far vedere al resto della popolazione lo stato dell’arte dei famosi hotel a  5 stelle. Quasi ovunque arrivavano le squadre del controllo popolare la situazione pareva essere tragicamente quasi la stessa, e riscontavamo:  strutture fatiscenti, sovraffollate in moltissimi casi, situazioni di forte disagio e abbandono. E come costante la mancanza di moltissimi servizi alla persona, come la mancanza di assistenza sanitaria, persone malate abbandonate a sé stesse o obbligate a prendere antidolorifici generici. Il Capitolato nella sua quasi totalità non veniva rispettato.

La cosa che ci sorprese molto fu la solidarietà e la complicità che si instaurò immediatamente in tutti i centri dove riuscivamo ad arrivare. Scambiavamo i nostri contatti e cercavamo di fare assemblee all’interno dei centri per ascoltare i problemi che i richiedenti protezione internazionale vivevano in quelle strutture. In molti casi riuscivamo a fare ottime assemblee che rimanevano attive nei centri, in altri casi venivamo allontanati da sedicenti operatori, spesso anche con minacce. Diventava sempre più chiaro che andavamo a disturbare importanti interessi.

Abbiamo provato a denunciare pubblicamente le situazioni dei centri più inumani che abbiamo visto, e con i vari contatti che avevamo preso iniziarono ad arrivarci richieste per incontrarci nuovamente. Fu allora che decidemmo di convocare un’ assemblea con gli ospiti di tutte le strutture che abbiamo monitorato. L’assemblea vide una grande partecipazione dai Cas del centro e dalla provincia di Napoli, arrivarono tantissime delegazioni di assemblee che si erano formate in tanti centri.  In alcuni centri si erano sviluppati spontaneamente lotte e vertenze per richiedere il pagamento del pocket money di 2.50 euro che non ricevevano da mesi oppure per avere assistenza sanitaria, sapere cosa sta succedendo con i propri documenti etc. In molti casi queste lotte si concludevano con l’espulsione e la revoca dal sistema di accoglienza e questo andava a scoraggiare e inibire l'emulazione. Con questo primo incontro invece si riuscì a riconnettere un tessuto sociale che era isolato e scoraggiato, in molti casi già in lotta ma invisibile e in silenzio. Spesso finivano su qualche giornale locale che sistematicamente parlava solo dell’intervento repressivo addossando tutta la responsabilità a chi protestava senza mai parlare della gestione del centro o delle ragioni delle proteste. L’assemblea provò a scrivere una lettera per richiedere un incontro alla Prefettura, che si dimostrò sorda a tutte le richieste e le legittime rivendicazioni. Tramite i nostri canali social iniziammo a far uscire interviste e foto di quello che avevamo visto con i nostri occhi. Molte persone iniziavano per la prima volta ad avere un racconto e una narrazione documentata diversa. Le famose fake news sui “privilegi” lasciavano sempre più spazio a quella che è la cruda realtà. Un sistema di profitto privato sulla pelle di richiedenti protezione internazionale, e di cui invece l’informazione mainstream ha volutamente bypassato, criminalizzando soltanto i beneficiari del sistema, cioè i migranti.

Questa esperienza fece innescare uno straordinario ciclo di lotte che ci portò a fare tantissime manifestazioni e presidi sotto la prefettura di Napoli: in alcuni casi siamo riusciti a far chiudere il centro appena visitato, in altri ad ottenere miglioramenti, altri sono tutt’oggi in lotta. 

La cosa più importante che è nata da questa partecipazione diretta, spinta dalla voglia di poter decidere e cambiare le cose, è stata la nascita di quello che è oggi il Movimento Migranti e Rifugiati Napoli. Un movimento di lotta che negli ultimi due anni è sceso periodicamente nelle strade di Napoli. Nato inizialmente sulle rivendicazioni inerenti alle condizioni di accoglienza, ha poi sviluppato la sua strada lottando per la regolarizzazione dei migranti presenti sul territorio, contro lo sfruttamento a nero, per il diritto alla casa, alla salute, trovandosi spesso fianco a fianco con i movimenti studenteschi, dei disoccupati e delle donne.


Antimafia sociale e organizzazione popolare

La lotta che parte dal terreno del sociale diventa dunque un dispositivo per ripensare radicalmente la cittadinanza, che non è più una questione di status giuridico, ma diventa uno strumento di inclusione e unione di tutte quelle marginalità sociali e strati popolari che nei quartieri vanno poi a costituire una fetta di consenso alle organizzazioni criminali.  Rompere questa dinamica e trasformarla in una linea di resistenza  nelle situazioni abbandonate dalle istituzioni è stato per noi un percorso che ci ha portato a vedere la questione della mafia come una questione fondamentalmente politica e sociale. Non può essere una battaglia che si può vincere meramente sul piano repressivo o sul piano mediatico-culturale. Ma è una battaglia che per essere vinta deve affrontare i problemi reali che vivono i settori popolari. Se non si risolve il problema della disoccupazione, se non si interviene contro la chiusura degli ospedali, se non si garantiscono percorsi di studio reali per chi vive nelle condizioni di marginalità, se non si interviene riqualificando e offrendo prospettive concrete alla popolazione più povera, è chiaro che ogni discorso sull’antimafia sarà solo un discorso retorico, quasi una formalità, un non voler risolvere realmente il problema ma continuare una narrazione dell’antimafia che si autoriproduce.

Attraverso lo strumento del controllo popolare vogliamo che il popolo prenda fiducia in sé e si organizzi perché la sua volontà venga rispettata. Crediamo fortemente nell'attivazione di ampie fasce della popolazione che imparino a conoscere i meccanismi decisionali, a vigilare sul loro svolgimento, a imporre alle istituzioni le loro priorità e le loro soluzioni pratiche. In questo si può caratterizzare e rafforzare la sperimentazione di nuove forme di partecipazione e modelli organizzativi che diano protagonismo diretto al popolo, che aprano la possibilità di decidere e incidere sulla vita pubblica, che incrementino la conoscenza dei bisogni reali dei territori, attraverso una pratica politica che non smette mai di tornare su se stessa e farsi più efficace davanti a circostanze che si presentano ogni volta diverse. Crediamo nella possibilità di sviluppare la democrazia fino in fondo, e soprattutto di metterla in pratica.

Quando parliamo di questa forza che parte dal basso non ci basiamo su ipotesi o belle speranze, ma su qualcosa che abbiamo visto nascere e crescere nella nostra città in questi ultimi mesi e anni. Riattivare il popolo non significa rivolgersi né interpretare questo insieme come un tutto unitario, il popolo dei nazionalismi, quello che si spellava le mani a Palazzo Venezia quando parlava il duce. Parliamo invece di demos, i molti, la maggioranza, la parte bassa della società, quella che non ha parte, quella che lavora e produce ricchezza, ma non comanda e decide mai.

Il decreto Sicurezza è un regalo del Governo alla Mafia

Il decreto legge Sicurezza e Immigrazione del governo giallo-verde è un  decreto fortemente razzista che riduce ulteriormente lo spazio democratico individuando e criminalizzando le categorie sociali più vulnerabili. In perfetta sintonia con la legge Minniti Orlando, anche questo ennesimo decreto si inserisce nella retorica della sicurezza. È inaccettabile che si continui a parlare di immigrazione come tema di sicurezza nazionale, mentre la vera sicurezza non l'hanno trovata i 5 milioni di italiani, braccia e cervelli, che sono stati costretti ad abbandonare il Paese per sfuggire alla condanna della povertà. La sicurezza invece la continua a trovare la mafia che potrà ancora lucrare indisturbata sul sistema dell'accoglienza straordinaria, come abbiamo visto nel sistema Inaugurato da Maroni con il maxi centro del Cara di Mineo, fino ad arrivare al sistema di Mafia Capitale. La sicurezza la troveranno i caporali e i padroni che avranno braccia a 15 euro al giorno.

Si colpiscono lucidamente i diritti, garantiti dalla Costituzione italiana e dal diritto internazionale, eliminando l'istituto della protezione umanitaria, e prevedendo la revoca della cittadinanza e del premesso di soggiorno per la condanna in primo grado di diverse fattispecie di reato. Si colpisce volutamente l'unico sistema d'accoglienza realmente funzionante come quello degli Sprar, condannando centinaia di persone a continuare a vivere nel sistema dell'accoglienza straordinaria, gestito in moltissime regione proprio dalla mafia. Questo è il primo regalo che Matteo Salvini fa a Cosa nostra.  Mentre il vero problema, che conosciamo e viviamo tutti i giorni, della violenza della mafia che continua a sparare e a gestire ingenti commerci, infiltrando le amministrazioni pubbliche per difendere i propri interessi, continuerà ad operare tranquillamente. Ciò che concerne la lotta alla mafia, contenuto all'interno del decreto, sembra un timido affacciarsi ad un problema reale del paese, ma senza la minima volontà di mettere in campo soluzioni di lotta alla criminalità organizzata. Le energie e le risorse infatti verranno spese per combattere chi scappa da situazioni di miseria e guerre e dittature e i poveri che vivono nelle città. Più soldi e armi alle forze armate, mentre le scuole sicure non sappiamo più dove cercarle; più carceri per i migranti che grazie a questo decreto diventeranno illegali moltiplicando (quindi più spese per lo stato) i tempi di permanenza dentro i CPR (centri di detenzione per i rimpatri). E guarda caso per accelerare la costruzione di queste galere razziali, dove moltissimi migranti finiranno, non si faranno bandi ma assegnazioni dirette (procedura negoziata senza bando): cosi il governo giallo-verde, dopo aver difeso il sistema del business dell'accoglienza straordinaria, vuole creare un altro tipo di business, quello della detenzione. E in un Paese dove già con i bandi aperti, la criminalità si infiltra negli appalti pubblici, con questa geniale idea siamo già sicuri a chi andranno i soldi dei contribuenti. Una strada già battuta dall'allora ministro della Lega Nord Roberto Maroni, con milioni di euro spesi per il fallimentare sistema di detenzione e espulsione, in quanto i rimpatri (anch'essi costosi, ma non redditizi) non sono mai avvenuti, perché i paesi da dove i migranti fuggono non hanno siglato intese con l'Italia. Maroni pagava dai 40 agli 80 euro al giorno per ogni detenuto nei CPR, poi come spesso è successo molti di questi centri sono stati incendiati da rivolte dei migranti contro le condizioni inumane di detenzioni. Il CPR Milano venne incendiato 14 volte in tre anni, il ministero dell'interno, a conduzione Lega Nord, dovette sborsare la bellezza di 150 milioni di euro nel 2011 per ristrutturare i CPR dove scoppiavano le rivolte. Pensate che Salvini farà meglio e diversamente da Maroni?

Questo è il concetto di sicurezza che il “governo della paura” instilla dentro di noi. Dobbiamo vivere dentro le nostre città armati e pronti a sparare l'uno contro l'altro, alimentando una guerra tra poveri, una lotta a ribasso in materia di diritti, si distrae volontariamente la popolazione con la logica del capro espiatorio (in questo caso il migrante) senza capire che presto saremo tutti “capri espiatori”.

Questo decreto avrà come principale funzione la creazione sistematica di clandestini, di poveri, di disperati, che andranno ad ingrossare i quartieri ghetto dove ogni giorno con enormi fatiche cerchiamo di seminare speranze nel deserto lasciato dalle istituzioni. Dopo la lotta alle ONG e a chi pratica solidarietà dal basso, ora l'obbiettivo reale e ultimo è l'abbattimento dei costi della manodopera tutta, migrante e italiana. E quale metodo migliore se non quello di creare una massa di irregolari che andranno direttamente ad ingrossare le fila del caporalato e del lavoro a nero e iper sfruttato che saranno costretti ad accettare qualsiasi “salario”, qualsiasi condizione, qualsiasi abuso?

Questa è la sicurezza che il Governo della Paura ha promulgato con questo decreto della vergogna che, oltre a stralciare la Costituzione punta a creare un clima di caccia al migrante, che potrà trasformarsi a breve in una guerra di tutti contro tutti.
Per questo bisogna far conoscere, parlare, dire le cose come stanno. Ma bisogna anche rimettere al centro della nostra azione la solidarietà, far capire che noi, i poveri, gli sfruttati, gli esclusi, siamo sulla stessa barca e soltanto  insieme possiamo fermare questa deriva reazionaria.

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