Questo tavolo nasce dall’esigenza, dall’urgenza, di prendere parola e condividere riflessioni, ma soprattutto pratiche, su uno dei temi che in questi anni sta infiammando il dibattito pubblico e su cui si gioca una partita importante: flussi migratori e gestione dell’accoglienza.

Il quadro generale in cui ci muoviamo.
Assistiamo oggi ad una spaventosa omogeneità tra le politiche dei partiti che, dal PD al 5S, su questo terreno stanno costruendo consenso con un’evidente virata a destra. Se per questi signori, creare un discorso ad hoc su una presunta “emergenza” permette operazioni come il Decreto Minniti e ci pone davanti a scene come quelle di Piazza Indipendenza, tanto più per noi deve diventare un’occasione di lotta, un ambito in cui è necessario immaginare pratiche realmente ricompositive e vincenti. Come farlo? Che scenario ci troviamo ad affrontare oggi? Sono queste le domande su cui si è aperto il dibattito in un tavolo di lavoro che ha visto la partecipazione di numerose realtà, come collettivi ma anche associazioni, provenienti da tutta Italia e dai tanti migranti conosciuti durante i percorsi di lotta nati in questi anni.


Come funziona l’accoglienza e il sistema dei CAS
La narrazione mistificatoria legata all’ultima ondata migratoria mira a due tipi di risultati, il primo è occultare le ragioni che sono alla base di questo fenomeno - basti pensare alle numerose guerre, militari ed economiche, ad opera delle potenze occidentali che hanno destabilizzato e impoverito tantissimi paesi dell’area africana e mediorientale - e a legittimare una gestione criminale dell’accoglienza.
Proprio il tema dell’“accoglienza” è stato il fulcro della prima parte del dibattito e per ovvie ragioni: il sistema dei servizi legati al diritto all’accoglienza, già insoddisfacente e pieno di deficit, è diventato un vero e proprio mercato. Si riscontra, anche nelle testimonianze riportate nella discussione collettiva, da Padova a Catania, un proliferare dei cosiddetti CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria), concessi dalle prefetture tramite gare d’appalto e intorno a cui si è imbastito un vero e proprio business.
Le tante cooperative SRL che vincono la gara d’appalto ottengono ingenti fondi dallo Stato che dovrebbero essere impiegati per garantire diritti basilari ai tanti richiedenti asilo ospiti di queste strutture: assistenza legale, medica, corsi di lingua. Nel 98% dei casi (escludendo quel 2% che rappresenta un esempio virtuoso di buona accoglienza) i fondi erogati non vengono utilizzati per rispondere alle esigenze dei richiedenti asilo e per garantirne i diritti, ma vengono intascati dall’ente gestore.
Più volte è emersa la necessità di riflettere sul ruolo dei tanti lavoratori di questo settore, come operatori o mediatori che, se in alcuni casi risultano conniventi con la gestione securitaria e repressiva imposta dall’ente gestore, altre volte si sono mostrati degli importanti alleati nei percorsi di lotta sviluppatisi nei CAS.

 

Il “controllo popolare” e le pratiche della lotta antirazzista
A fronte di queste considerazioni generali, i partecipanti al tavolo hanno poi mostrato le numerose esperienze di lotta e solidarietà dal basso (sport, sportelli informativi, scuole d’italiano ecc.) nate sui rispettivi territori. Particolare interesse è stato posto sulla pratica del controllo popolare, che permette sia di conoscere (e denunciare pubblicamente) quello che avviene all’interno dei CAS sia di creare delle vere e proprie battaglie per l’acquisizione di diritti all’interno di queste strutture.
Nell’utilizzare il controllo popolare come strumento d’inchiesta e di lotta, così come nell’elaborazione di ragionamenti o nell’organizzazione di vertenze, è importante creare una saldatura tra italiani e immigrati.
Il tentativo di ricomposizione che dobbiamo operare costantemente, non deve farci dimenticare di riconoscere gli immigrati come i reali protagonisti di queste battaglie. Impariamo da chi vive in prima persone le contraddizioni e le discriminazioni razziali, impariamo quali sono le problematiche e le possibili strade da intraprendere e rivendicazioni da articolare in quelle vertenze, con assemblee in più lingue e abbandonando quell’atteggiamento paternalistico che nasconde uno dei tanti volti del paradigma coloniale per cui l’immigrato è un attore passivo e bisognoso di un “nostro aiuto” e non un soggetto attivo e autodeterminato con il quale poter condurre, fianco a fianco, una lotta per trasformare le condizioni di vita generali.


Quale piano mobilitativo per i prossimi mesi?
Il piano di agitazione e mobilitazione non si sviluppa solo tra le mura dei CAS, ma investe tutte quelle attività di mutualismo e solidarietà dal basso che interessano i migranti “accolti” e quelli “fuori struttura”.
Queste attività, di cui ognuno ha riportato la propria esperienza, sono:
- scuole d’italiano che promuovono l’apprendimento di uno degli strumenti fondamentali per acquisire indipendenza, per sfuggire ad inganni e poter prendere consapevolezza dei propri diritti;
- sportelli legali che permettono di accompagnare e far comprendere al richiedente asilo qual è l’iter legale e burocratico che dovrà affrontare. Uno strumento di assistenza che diviene immediatamente politico, perché non esistono problematiche singole che, se generalizzate, non possano diventare motivi di lotta.
Fondamentale per la nostra azione, a prescindere da quale sia il piano vertenziale aperto, è riuscire a produrre una controinformazione e un discorso a tutto tondo sul tema immigrazione e accoglienza, partendo dai nostri spazi (sfruttando i canali mediatici che ognuno ha a disposizione) fino ai luoghi del sapere come le scuole e le università, per cercare di arrivare al livello di massa oggi saturo di menzogne razziste.
È risultato quindi necessario:
1. investire sul territorio, riproducendo i modelli e metodologie condivise nella discussione ma tenendo conto delle singole specificità, creando aree sensibili alle tematiche anche nelle periferie dove di solito i CAS sono posizionati generando fenomeni di ghettizzazione, oltre che terreno fertile per il reclutamento da parte di caporali e criminalità organizzata;
2. effettuare un salto di qualità che possa portare le realtà interessate a confrontarsi periodicamente per coordinarsi, collaborare e socializzare analisi e competenze sviluppate su ogni territorio.

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