N. è una donna srilankese di Napoli che aspetta una bambina. La conosciamo quando ormai manca poco al parto attraverso i compagni srilanlakesi che si occupano insieme a noi dello Sportello Immigrati all’Ex OPG “Je so’ pazzo”.

Parla bene italiano e ci viene a chiedere qualche informazione per come avviare le pratiche per ricevere il permesso di soggiorno.

Ah, finalmente una cosa più o meno facile” pensiamo noi la prima volta che ci descrivono la sua problematica, abituati a trattare decine di situazioni e casi resi quasi impossibili da risolvere da leggi che sanno di razzismo e dagli ostacoli di una burocrazia folle. N. infatti avrebbe tutto il diritto di stare nel nostro Paese, per la legge italiana potrebbe avere un permesso di soggiorno per gravidanza che tuteli lei e il bambino. Sappiamo bene che tra il dire e il fare c’è di mezzo... la Questura di Napoli (un “elefante” ingolfato e lento quando deve concedere diritti, più scattante e agile quando i diritti li deve togliere), ma un permesso di soggiorno del genere è quasi impossibile da negare.

Ma a pochi giorni dal parto a casa di N. scoppia un incendio e ogni cosa viene bruciata dal fuoco: i documenti, la casa, il passaporto, i vestiti, i soldi, gli oggetti personali e via dicendo. Lei perde tutto e immediatamente la comunità dell’Ex OPG si attiva per venirle incontro. Alcuni compagni dell’Asilo condiviso le donano vestitini, giochi e cose di prima necessità per il bambino; il Punto di raccolta abiti per i senza tetto le fornisce abiti e giacche per sostituire quelli rimasti bruciati nell’incendio; i compagni dell’associazione srilankese “Ethera Api” contattano più volte l’Ambasciata e l’aiutano a rifare il certificato di data presunta della nascita e infine, grazie all’Ambulatorio popolare, l’accompagniamo a fare le ultimissime visite prima del parto.

La bambina nasce il 22 dicembre presso una clinica di Ponticelli. Ma N. in seguito all’incendio non ha più nessun documento che attesti la sua identità tranne una fotocopia del passaporto che recupera da una mail.
Nel momento in cui vorrebbe tornare a casa e godersi la sua piccola le dicono che per tale ragione non le è possibile riconoscere la sua bambina. Tra il Natale di mezzo, un paio di rassicurazioni ricevute senza fondamento e alcuni tentativi andati a vuoto, passano i giorni e N. non riesce a effettuare il riconoscimento della figlia.
Alla clinica, dopo aver garantito che avrebbero trovato una soluzione, le dicono invece che deve rivolgersi al Comune, al Comune le dicono che è necessaria una denuncia di smarrimento del passaporto, alla polizia le fanno sapere che non è possibile fare una denuncia perché il suo nominativo non risulta da nessuna parte e che deve rivolgersi al Consolato del suo Paese, al Consolato le dicono di rivolgersi direttamente all'Ambasciata e dall'Ambasciata le chiedono un permesso di soggiorno (che lei in teoria potrebbe avere, ma che non riesce ad avere proprio perché attualmente senza alcun documento che ne attesti l’identità - e in ogni caso ci vorrebbero settimane) oppure.... una denuncia di smarrimento (!!!).

Nonostante lei abbia sempre con se la fotocopia del suo passaporto e numerosi amici e amiche pronte a testimoniare la sua identità, la sua odissea per uscire dalla clinica insieme a sua figlia sembra senza via d’uscita per l’ottusità della burocrazia che caratterizza la vita degli stranieri che vivono nel nostro Paese.
N. allora ricontatta quella comunità che l’aveva già aiutata, quella rete di solidarietà che non si sa bene per quale motivo sembra essere pronta a intervenire quando un problema fa rima con ingiustizia. Nonostante le numerose insistenze le dimissioni di N. vengono dichiarate il 27 dicembre e lei risulta costretta a lasciare la clinica senza la figlia. Lei decide di non andarsene e insiste per poter rimanere accanto alla bimba.

La situazione non è semplice, per il riconoscimento N. ha a disposizione solo dieci giorni dalla data del parto e quasi sicuramente non riuscirà a uscire da questo assurdo groviglio burocratico in tempo per evitare l'intervento dei servizi sociali. Poi tutto si complicherebbe e la possibilità di tornare a casa con sua figlia diventerebbe un ulteriore labirinto.

Bisognava evitare che la perdita di qualche foglio di carta significasse la perdita della sua bambina.
A questa assurdità in cui stavano costringendo una mamma e sua figlia bisognava mettere fine!
Bisognava far vincere la solidarietà contro l’ottusità di questo strangolamento burocratico.
Per questo il giorno dopo l’ennesimo rifiuto a utilizzare il buon senso da parte di tutti decidiamo di accompagnare N. all’ufficio di polizia.

Davvero ci vogliono far credere che una persona, con la fotocopia del suo passaporto, con due testimoni che ne possono accertarne l’identità, con la copia di una pec inviata all’Ufficio immigrazione della Questura per chiedere di avviare le pratiche del permesso di soggiorno, non possa denunciare lo smarrimento del proprio passaporto?

Davvero se un incendio brucia tutti i miei documenti “brucia” anche la possibilità di stare con quella che è – evidentemente – mia figlia?
E guarda caso, facendo pressione e sottolineando come questo “vicolo cieco” sia riservato solo agli stranieri, ciò che il 27 dicembre era impossibile il 28 dicembre diventa possibile!

Una volta riusciti incrinare questo “muro di gomma” e riuscendo a far sì che N. denunci lo smarrimento del suo passaporto il più è fatto. Finalmente N. può andare a casa con la sua bambina!

La solidarietà può tutto. Se la normalità è un mondo dove i diritti si perdono e si acquistano come un portafogli, allora siamo pazzi.

Nessun uomo (o bambina) è illegale.

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