Il cavone non è un vero e proprio quartiere. È una salita. Piuttosto lunga, un po’ faticosa, ricorda il letto di un fiume che scende da una collina. È una specie di cintura che collega piazza Dante con il quartiere Materdei che si accosta al quartiere Sanità. Questi luoghi per molti Srilankesi sono la loro casa.

Una geografia diversa a quella che siamo abituati a percorrere noi, fatta di vicoli e case piccoline che a volte (come quelle di molti napoletani) si affacciano sulla strada. I napoletani si mischiano con questi stranieri la cui provenienza a molti rimane ignota, che parlano pochissimo o per nulla l’italiano e per farsi capire – quando è strettamente necessario – usano qualche espressione napoletana difficilmente riconoscibile.

Lì, come molti altri suoi connazionali, abita Fernando. Si chiama così, come tanti Srilankesi. In realtà Fernando è un cognome, uno dei più comuni dalle sue parti, ma qui lo usa come nome proprio perché Warnakulasuriya sarebbe troppo difficile da far capire. Ha visto troppi Kumara diventare “Mario”, per non preferire un nome facilmente comprensibile agli italiani.

Fernando riceve un volantino, sabato, che lo informa di una iniziativa domenica mattina. Si tratta di qualcosa di strano che sente per la prima volta. È una specie di lezione fatta da italiani, ma con traduzione nella sua lingua, che spiega come orientarsi nelle diverse forme di permesso di soggiorno che lo Stato italiano può riconoscere ai cittadini stranieri. Non ci dà peso, all’inizio, guarda il volantino e lo mette in tasca. Domenica è il suo unico giorno libero, perché la pizzeria dove lavora è chiusa, e ne approfitta per passare una giornata con i suoi amici, a mangiare a bere e a parlare delle loro famiglie, del loro paese. Poi ci pensa, però, e si ricorda che anche lui una domanda di permesso di soggiorno l’ha fatta, circa quattro mesi fa. Si è rivolto a un’agenzia, spiegando che lui non ha un contratto di lavoro. Un’agenzia gestita da uno srilankese e tre italiani. Gli hanno detto di non preoccuparsi, che con 400 euro sicuramente un permesso di soggiorno lo avrebbe avuto nel giro di trenta giorni. 400 euro li guadagna in un mese, e gli va meglio che ad altri, però li ha spesi volentieri credendo finalmente di risolvere un problema. Sono passati tre mesi e non ha ancora saputo niente, nemmeno quelli dell’agenzia gli hanno più risposto.

Torna a casa, Fernando, e lo accoglie un odore penetrante di aglio e curry, che è come una tentazione a lasciare da parte i problemi pregustando le chiacchiere e la compagnia della domenica. La fidanzata, Rushani, sta friggendo le polpette per il giorno successivo, e l’odore della genovese e del ragù scompare, così come gli italiani, le cui facce pallide sono rimandate tutte al lunedì successivo. Però quella lezione è prevista per domenica, e lui è preoccupato. Non ha mai sentito parlare dell’Ex OPG “Je so’ pazzo”, ma quasi istintivamente riprende il volantino e capisce che via Imbriani si trova pochi metri sopra casa sua. Potrebbe essere utile andare. In fondo è alle 11, Rushani potrebbe precederlo dagli amici e lui potrebbe partecipare all’iniziativa. Ma Rushani ha ricevuto una carta strana con scritto sopra “espulsione”, che è una parola cattiva, di cui gli hanno spiegato il significato.

Lascia stare le polpette, domani andremo più tardi.

E così, un po’ controvoglia ma convinti, il giorno dopo entrano nell’Ex OPG “Je so’ pazzo”. Lo immaginavano piccolino, invece gli sembra di non arrivare mai alla stanza dove deve tenersi questa lezione. Lungo il percorso trovano tante stanze e tante attività: scoprono di poter mandare i loro figli a fare doposcuola o a imparare l’italiano, scoprono che possono venire a fare una partita utilizzando il campetto, che esiste una palestra e che qualche volta ci sono serate di musica o di teatro. Non ci credono che è tutto gratis.

Quando finalmente entrano nella stanza della Camera popolare del lavoro, trovano circa quaranta connazionali. Alcuni sono sconosciuti, altri sono amici veri, altri ancora sono incontri inaspettati, gente persa di vista che fa piacere rivedere. Si salutano, aspettano di prendere posto e sperano che ne sia valsa la pena. La stanza è fredda ma pulita e accogliente. C’è Charit, Sanka, Poruthutage, Hatti, Korela, Kumara, ma anche Gayesha, Samadara, Renuka, Damanyante, Vanmathy, Logini. Seduti, scoprono che gli italiani dell’Ex-OPG stanno lavorando insieme a un’associazione di srilankesi che si chiama Ethera Api (noi all’estero). Il lavoro di tante persone, srilankesi e italiane, gli permette di conoscere meglio le regole, ma anche di far venire loro la voglia di cambiarle. Scoprono che possono rivolgersi, gratuitamente, a uno sportello che li segue ogni giovedì, che possono alzare la voce quando la polizia non gli dà informazioni, quando qualcuno gli chiede soldi per pratiche che potrebbero sbrigare gratuitamente, quando il datore di lavoro non vuole fare un contratto, oppure quando li caccia senza una spiegazione.

Trovano un ambiente nel quale possono cominciare a chiedere ciò che è giusto e non accontentarsi di chiedere solo ciò che gli viene permesso. Capiscono che quando in questura vieni trattato come se fossi l’ultima incombenza della giornata, quando vieni cacciato, minacciato, quando qualcuno ti urla dietro, puoi usare la parola abuso, puoi rivolgerti a qualcuno che ha e può fornirti gli strumenti per difenderti. Una volta tanto, sembra che la lingua italiana, i suoi modi e le sue parole, non sia qualcosa di urlato, da subire. Esiste anche un italiano più gentile, una lingua che parla di diritti e di possibilità, una lingua che non ti viene data bella e fatta, ma che il lavoro di una intera comunità sta costruendo giorno dopo giorno. E tutti quelli presenti nella stanza, anche loro, ne sono un ingranaggio.

Alle due l’iniziativa finisce, qualcuno si trattiene con l’avvocato e i ragazzi dello sportello per esporre alcuni problemi. Fernando e Rushani arrivano tardi a pranzo; parleranno di Srilanka e dei loro familiari, ma anche dell’Italia e di via Imbriani. Nomi nuovi, discorsi inediti. La serata finisce così, con le solite preoccupazioni della domenica, con una piccola sicurezza in più, e con le polpette di Rushani, ha fatto in tempo a farle Fernando le ha dato una mano (ma non l’ha detto a nessuno).

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