1. Premessa. Cos’è il controllo popolare
2. Una panoramica sulle nostre attività
- sportello di assistenza ai migranti
- ambulatorio
- scuola d’italiano
3. Controllo popolare nei Centri di Accoglienza Straordinaria: cosa abbiamo riscontrato, come farlo e perché


1. PREMESSA. COS’È IL CONTROLLO POPOLARE

Nell’affrontare un argomento così delicato come quello dei diritti e dell’accoglienza dei migranti oggi ci sembra doveroso fare una premessa; lo scopo di queste pagine non è quello di fornire ricette o modelli definitivi, né di presentare dati o un quadro che possa dirsi completamente esaustivo. L’urgenza di scrivere e di raccontare la nostra esperienza, di questi mesi di fatica e di battaglie, nasce dall’esigenza di aprire un dibattito, di capire se è possibile migliorarci, ma anche se quello che abbiamo sperimentato a Napoli possa essere riproposto anche altrove, a partire dalle specificità di ogni territorio e di ogni gruppo di compagni e di attivisti che vorrà prendere in considerazione quanto scriviamo e quanto abbiamo fatto.
Quello che vorremmo fare è fotografare una realtà, la nostra, quella di abitanti di una grande città del Sud, e raccontare un percorso, senza nasconderne limiti e criticità, ma provando anche a valorizzare le possibilità che questo può aprire anche per altri, nel resto d’Italia. Ci auguriamo di poterne discutere, da vicino e non, con quante più persone possibile, per migliorarci collettivamente e, perché no, provare a costituire un fronte comune contro l’ingiustizia e la disuguaglianza.

Come potrete leggere fin da titolo una delle armi che abbiamo pensato di utilizzare in questa battaglia è il “controllo popolare”. Occorre spiegare cosa intendiamo noi con questa espressione, in cosa consiste questo “controllo” (espressione che è giustamente per tanti odiosa) e qual è il “popolo” al quale facciamo riferimento.

Di solito il controllo lo esercitano “loro” (la politica, le istituzioni, la burocrazia, le forze della repressione) su di “noi” (le persone comuni, che sono sottoposte a regole e dettami imposte dall’alto, sfruttate e costrette a produrre per arricchire qualcun altro). Ci hanno abituato all’idea che il nostro ruolo è quello di subire passivamente, quello che invece noi vogliamo fare è riprenderci, in ogni campo e ambito, il nostro diritto di decidere e di scegliere. Vogliamo essere “noi” a controllare “loro”.

Ma come si fa? A nostro avviso in primo luogo ampliando le forme della decisione democratica: abbiamo già degli strumenti, spesso ottenuti con anni di dure battaglie, non dobbiamo snobbarli, ma provare, tatticamente, ad utilizzarli fino in fondo. Dicendo questo non ci riferiamo, evidentemente, solo al voto, ma alla possibilità concreta di far valere i nostri diritti, di verificare ciò che viene fatto con i nostri soldi, sulle nostre spalle e di opporci a qualsiasi provvedimento ci sembri inadeguato, smettendo di delegare ed occupandoci in prima persona e collettivamente di tutto ciò che ci riguarda più da vicino (salute, lavoro, scuola).

Proviamo a fare qualche esempio per essere più concreti e meno fumosi. Nell’ultimo anno e mezzo, da quando abbiamo occupato l’ex-opg di Materdei, abbiamo avviato moltissime attività sociali (doposcuola, ambulatorio, sportello migranti, sportello legale e camera del lavoro, laboratori artistici, palestra popolare, etc. etc.), in queste esperienze di autogestione abbiamo provato a mantenere un equilibrio sano tra l’offerta di un “servizio” (il compensare alle mancanze che lo Stato ha nei nostri territori in materia di istruzione, benessere psico-fisico, etc.), rispondendo così a una domanda concreta, alimentando sensibilità e consenso attorno a noi e alle nostre battaglie, e la costruzione di vertenze che avessero come scopo la presa in carico, da parte del servizio pubblico e delle istituzioni, di queste mancanze. Il nostro obbiettivo non è quello di sostituirci allo Stato, ma di dimostrare che non è difficile rispondere ai bisogni di tutti, che se possiamo farlo noi, dal basso, senza soldi e attraverso un metodo cooperativo, allora tanto più deve e può farlo l’istituzione; per questa ragione intendiamo “controllarla”, non accettare passivamente l’idea che “non ci sono soldi”, che le “cose vanno così e sono sempre andate così”, ma esigere che cambino. Questo cambiamento può avvenire solo con il supporto e la forza di tutti quelli che, avvicinatisi inizialmente solo per soddisfare un bisogno specifico e individuale (la visita medica, un supporto legale), ritrovando nella loro storia quella di tanti, partecipano a battaglie molto più ampie.

Attraverso lo strumento del controllo popolare vogliamo che il popolo prenda fiducia in sé e si organizzi perché la sua volontà venga rispettata. Crediamo fortemente nell'attivazione di ampie fasce della popolazione che imparino a conoscere i meccanismi decisionali, a vigilare sul loro svolgimento, a imporre alle istituzioni le loro priorità e le loro soluzioni pratiche. In questo si può caratterizzare e rafforzare la sperimentazione di nuove forme di partecipazione e modelli organizzativi che diano protagonismo diretto al popolo, che gli aprano la possibilità di decidere e incidere sulla vita pubblica, che incrementino la conoscenza dei bisogni reali dei territori, attraverso una pratica politica che non smette mai di tornare su se stessa e farsi più efficace davanti a circostanze che si presentano ogni volta diverse. Crediamo nella possibilità di sviluppare la democrazia fino in fondo, e di metterla alla prova della pratica per poterla concretamente realizzare.
Quando parliamo di questa forza che parte dal basso non ci basiamo su ipotesi o belle speranze, ma su qualcosa che abbiamo visto nascere e crescere nella nostra città in questi ultimi mesi e anni. Noi non eravamo cittadini, ma sudditi. Perché ci hanno costruito come sudditi. Il “controllo popolare”, attraverso la partecipazione diretta, prova a rompere proprio questo meccanismo, e rompe pure ogni populismo, perché attiva le intelligenze collettive, le mette insieme. Il demos non è il popolo come tutto unitario, il popolo dei nazionalismi, quello che si spellava le mani a Palazzo Venezia quando parlava il duce. Il demos sono i molti, la maggioranza, la parte bassa della società, quella che non ha parte, quella che lavora e produce ricchezza, ma non comanda mai.

Mai come negli ultimi due o tre anni, con il picco della scorsa estate, il tema dell’“emergenza migranti” ha occupato le prime pagine dei giornali. Lo sbarco – e la morte! – di migliaia e migliaia di persone, il loro venire assiepate e, di fatto, imprigionate in campi profughi, il continuo discorso sulla necessità di costruire muri e barriere di filo spinato, aveva come sfondo l’idea di una specie di “catastrofe” che andava abbattendosi sulla “nostra” Europa. La ragione per la quale quest’ultima ondata migratoria è stata raccontata, forse ancora più che in passato, come una sorta di “calamità naturale”, come, appunto, un’emergenza improvvisa e imprevedibile, è probabilmente da ricercare nel tentativo – più o meno consapevole – di occultarne l’origine e le cause tutt’altro che “naturali”. Le guerre (militari e commerciali) che hanno impoverito e messo in ginocchio vaste aree del pianeta sono infatti un fenomeno tutt’altro che spontaneo, sono le “nostre” guerre e la rapina continua di risorse ad aver generato questa non imprevedibile emergenza. E su questa emergenza c’è chi sta costruendo consenso (si pensi alle nuove destre europee che, cavalcando i più bassi istinti, sulla “paura dello straniero” hanno costruito la loro base e i loro programmi elettorali) e chi sta riuscendo a guadagnare fortune, giocando sul fatto che ad ogni emergenza corrisponde uno “stato d’eccezione”, provvedimenti emanati ad hoc e fondi che vengono stanziati in tutta fretta e spesi senza criteri stabili né verifiche (e tra il business illecito di “mafia capitale” sui migranti e quello lecito di chi sfrutta fame e disperazione fare differenze che non siano semplicemente di grado ci sembra quasi superfluo).

Se questa emergenza, nelle mani di chi vi specula senza scrupoli, è diventata un affare, per noi può e deve diventare un’occasione, un terreno di lotta. Non solo sul piano umanitario, ma soprattutto su quello politico, della conquista di diritti, della solidarietà internazionale, del riconoscimento di uno sfruttamento e di una negazione dell’umanità e della dignità che, sia pure esprimendosi in forme differenti, ci accomuna a chi arriva nel “nostro” paese in quanto sfruttati. Non è la “cattiva coscienza” a farci pensare che, mai forse come in questo momento, sia necessario essere fianco a fianco con chi arriva in Europa e si trova gettato in una condizione disumana, di privazione di diritti assoluta, di sfruttamento radicale, ma la consapevolezza della nostra similitudine.

Loro sono le guerre, nostri sono i morti, abbiamo ripetuto spesso in questi anni terribili di carneficine e “disastri” annunciati, lo ripetiamo anche ora: se ci sentiamo vicini e solidali a chi vive da clandestino e da straniero nel nostro paese non è certo per senso di colpa, ma perché sappiamo di essere dalla stessa parte della barricata.

Per questa ragione a partire dall’inizio del 2016, non appena siamo stati in grado di organizzarci e le nostre forze ce lo hanno consentito, abbiamo iniziato ad attivarci sul “fronte migranti” con varie attività ed iniziative, qui di seguito troverete il racconto di questi primi mesi di esperienza, i risultati, le nostre proposte e i progetti per il futuro.

Come abbiamo provato ad evidenziare nel primo paragrafo, pilastri della nostra attività sono la conoscenza diretta delle questioni che andiamo a affrontare, la costruzione di un fronte di opposizione quanto più ampio possibile e il coinvolgimento attivo dei soggetti immediatamente interessati alle singole questioni. Quello che abbiamo provato a fare all’ex-opg per ottenere questi due risultati sul “fronte migranti” è stato di innescare un circolo virtuoso tra le diverse attività che si occupano di persone straniere (residenti nella nostra città per periodi più o meno lunghi, e vedremo più avanti come gioca questa diversa condizione). Si sono dunque formati diversi gruppi, che si occupano di attività differenti, ma che provano ad istaurare una connessione più stretta possibile non solo tra le varie persone che “erogano” il servizio (attivisti, mediatori, insegnati, medici, avvocati), ma anche tra loro e “l’utenza”, gli stranieri che se ne avvalgono. Questo circolo virtuoso si basa anche su una stretta comunicazione tra i settori per cui chi si rivolge a noi a partire da un bisogno, ad esempio per una visita medica, viene informato anche riguardo alle altre possibili attività che sono a sua disposizione: l’obbiettivo è quello di fornire un supporto solidale a 360°, di mostrare la connessione tra i settori, di migliorarli e modificarli a partire dalle esigenze e dalle richieste che emergono nel corso del tempo. Quando abbiamo iniziato, pur armati di competenze e di buona volontà, non sapevamo precisamente a quali esigenze avremmo dovuto rispondere e in che modo, solo la pratica e la conoscenza diretta ci ha permesso di essere sempre più efficaci e puntuali negli interventi (siamo evidentemente ben lontani dall’essere soddisfatti, c’è ancora tanta strada da fare e tanto da imparare…). Fondamentale per sviluppare questo tipo di cooperazione è stata la collaborazione stabile con le comunità, in particolare con quella srilankese, molto presente sul territorio nel quale operiamo (approfondiremo questo aspetto parlando delle singole attività).

Le attività dell’ex-opg “Je so’ Pazzo” rivolte alle persone straniere sono:
• lo sportello di assistenza ai migranti
• l’ambulatorio
• la scuola d’italiano
• il laboratorio teatrale
• il gruppo di controllo popolare ai C.A.S. (Centri di Accoglienza Straordinaria)

Proveremo qui a descriverne il funzionamento, i risultati e a ragionare sui primi mesi di attività dei vari gruppi e di questa esperienza nel suo complesso per poter capire quali sono i punti di forza e di debolezza e come migliorare.


2. UNA PANORAMICA SULLE NOSTRE ATTIVITÀ

SPORTELLO DI ASSISTENZA AI MIGRANTI

Come tutte le altre attività che si svolgono all’ex-opg “Je so’ Pazzo” lo sportello di assistenza è di libero accesso e totalmente gratuito (non c’è alcuna retribuzione per chi vi presta servizio e non viene richiesto alcun contributo a chi vi si rivolge). Ogni giovedì, dalle 17:00 alle 19:00, decine di persone vengono a trovarci per esporci i loro problemi. Si tratta dei cittadini stranieri che spesso da anni vivono nella nostra città e che hanno bisogno di rinnovare o richiedere il permesso di soggiorno, di ottenere un ricongiungimento familiare, oppure di risolvere problemi burocratici complessi e ulteriormente complicati dalla loro situazione. Per migliaia di persone che vivono e lavorano in questa città, infatti, l'accesso ai diritti fondamentali (che a volte ci possono sembrare persino scontati) è condizionato da un paio di scartoffie. Da tali carte dipende la possibilità per tanti immigrati di potersi curare o meno, di poter stare insieme ai propri cari, di far valere i propri diritti sul posto di lavoro, di poter assegnare un pediatra ai propri figli, solo per fare qualche esempio.

Da quando è nato, nell’aprile del 2016, lo sportello ha seguito complessivamente un centinaio di casi (contando a ribasso si sono rivolte a noi circa 70 persone prima dell’estate, tra fine aprile e inizio luglio, e 25/30 persone da metà settembre a inizio novembre), si tratta per la maggior parte di cittadini srilankesi, gambiani, nigeriani, alcuni cinesi e alcune persone provenienti dall’Est Europa (in particolare dall’Ucraina). La provenienza delle persone che si sono rivolte a noi dipende principalmente da alcuni fattori:

- dalla presenza delle specifiche comunità sul territorio nel quale operiamo (le persone si rivolgono a noi grazie al passaparola e ai volantinaggi che facciamo sia nei dintorni dell’Ex OPG sia nelle zone nelle quali – per ragioni diverse – c’è una forte concentrazione di persone straniere).

- dalla collaborazione stabile e continuativa con una specifica comunità: come abbiamo accennato in precedenza alcuni membri della comunità srilankese sono interni al gruppo che si occupa dello sportello, questo agevola i contatti con le persone appartenenti a questa comunità non solo per il passaparola, ma anche per la facilità ad istaurare più velocemente un rapporto di fiducia e per l’immediatezza della comunicazione (possono parlare direttamente nella loro lingua). A proposito di quest’ultimo fattore sottolineiamo una cosa ovvia, ma importante nel ragionare su quali “figure”, ci sembra importante ricercare per rendere proficuo un tipo di lavoro come questo: la presenza di persone cinesi che si rivolgono a noi e prendono parte alle nostre attività deriva dalla presenza di una persona italiana nello sportello che parla correntemente la loro lingua, questo supporto si è rivelato fondamentale anche per le questioni mediche.

- Il controllo ai CAS ha determinato l’avvicinamento di persone conosciute in quelle occasioni – soprattutto maliani e gambiani – che non avevano alcun supporto legale nelle strutture nelle quali erano “ospitate”.

Va sottolineato che alcune delle persone che si sono avvicinate allo sportello lo hanno fatto a partire da situazioni di indigenza e di smarrimento estreme, per questa ragione è stato prezioso il contributo di gruppi di volontari come quelli dell’associazione “Napolinsieme” che si occupano di lotta alla povertà (a questo proposito: molto utilizzato dai migranti “stanziali” o “di passaggio” con i quali siamo entrati in contatto è il nostro punto di raccolta di abiti e coperte usati, grazie al quale abbiamo la possibilità di distribuire quotidianamente indumenti che altrimenti verrebbero gettati via e di portare solidarietà in situazioni di emergenza – come nel caso del recente terremoto nelle Marche o nello sbarco, che ha avuto luogo nella seconda metà di novembre, di circa 500 migranti, nel porto di Napoli).

Il nostro sportello non si pone immediatamente come mero supporto legale, ma vuole essere un luogo dove si fa orientamento, informazione sui diritti (e sulla possibilità di accedervi), come luogo di “primo incontro” dove provare a risolvere problemi di diversa natura, anche grazie alla costruzione di una rete di solidarietà costituita da singoli e associazioni che, a titolo assolutamente gratuito, ci supportano e ci aiutano pur non prendendo parte in maniera diretta e continuativa alle attività dell’ex-opg (come vedremo questa rete e la sua costruzione si sono rivelati per noi fondamentali anche negli altri campi, in particolare quello medico, dal momento che non possiamo rispondere con le nostre sole forze e competenze ai problemi, talvolta gravissimi, che ci vengono sottoposti).

Facendo un focus su chi si rivolge a noi per questioni burocratico-legali, abbiamo potuto constatare, come era prevedibile, che la maggior parte delle richieste riguardano i permessi di soggiorno lavorativi, richieste d’asilo e ricorsi inerenti ad esse o il ricongiungimento familiare. Molte sono le persone che si rivolgono a noi per problemi legati all’idoneità alloggiativa, che non hanno ottenuto la residenza o non possono farne richiesta perché non hanno contratto di casa (su questo punto torneremo più avanti) in quanto pagano l’affitto a “nero”, fenomeno diffusissimo nella nostra città, e non riescono dunque ad accedere a servizi e diritti ad esso collegati. Chi si rivolge a noi a partire da un contatto che si è istaurato a partire dal controllo nei centri d’accoglienza, vuole sopperire alle mancanze che spesso si riscontrano in quel percorso (mancanza di mediatori culturali, di assistenza legale o medica), in particolare cercano un avvocato che possa seguire il ricorso per la richiesta d’asilo davanti alla Commissione; altri, compiuta la maggiore età, non potendo più richiedere il permesso di soggiorno per minori, si rivolgono a noi per capire quali siano i requisiti necessari per ottenere un permesso di lavoro, oppure ci chiedono cosa fare perché gli sta scadendo il permesso di soggiorno di attesa di occupazione. C’è poi chi viene per avere una mano (sul piano legale, ma soprattutto linguistico) per compilare il kit per il rinnovo del permesso o per la richiesta di ricongiungimento familiare. Queste le richieste più frequenti per le quali abbiamo dovuto “attrezzarci”.

Moltissime persone straniere vengono allo sportello per problemi di permessi di soggiorno bloccati in Questura: non hanno ricevuto il diniego, ma le pratiche si sono “perse” e loro si ritrovano in un limbo, non sanno se devono restare in attesa, perdere le speranze, o se invece la loro situazione si sta per sbloccare. In alcuni casi abbiamo verificato come sia la Questura ad aver smarrito parte della documentazione (o ad aver rilevato irregolarità e mancanze senza però premurarsi di comunicarlo al diretto interessato che non sa quindi se e come porre rimedio), bloccando così l’iter del permesso di soggiorno. Spesso anche le agenzie private (molto spesso gestite da connazionali senza scrupoli che non di rado nel nostro territorio operano delle vere e proprie truffe approfittando della cattiva conoscenza, da parte dei migranti, della legge e della lingua italiana) collaborano alla creazione di questo “limbo”, di attese lunghissime (e pericolose). Queste agenzie spesso lucrano sulla disperazione degli stranieri (per pratiche ordinarie si spendono anche diverse centinaia di euro) e approfittano del fatto che chi si rivolge a loro vive in una condizione di ricattabilità, semi-clandestinità o clandestinità (per cui anche la compilazione di un banale modulo diventa un problema di difficile soluzione e dalla compilazione di un formulario può dipendere il futuro) e tendono a sostenere, questa è almeno la nostra esperienza, che sbloccare le pratiche è sempre possibile, che si può ottenere qualsiasi documento anche quando non hanno modo di farlo o non è palesemente vero, in modo da spremere fino all’ultimo centesimo il “cliente”. Senza considerare che in questi luoghi vengono anche fatti veri e propri disastri burocratici che pregiudicano definitivamente situazioni ancora risolvibili. Il nostro primo impegno è di verificare e comunicare tempestivamente a chi si rivolge a noi cosa è possibile fare, come farlo e per cosa invece deve purtroppo perdere le speranze perché non ci sono margini di riuscita.

Nel nostro territorio, ma immaginiamo che non si tratti di un’eccezione, ci siamo trovati spesso a combattere contro questo aspetto “kafkiano” della burocrazia, sul quale riteniamo sia fondamentale (e allo stesso tempo possibile) intervenire. Pensiamo che una soluzione per uscire da questo labirinto sia di istituire sportelli pubblici, comunali, che abbiano un protocollo d’intesa con la Questura e che possano quindi far chiarezza (a volte si segnala la pratica come “in istruttoria” per mesi o anni), senza ambiguità e gratuitamente, sullo stato delle pratiche e delle richieste, in particolare dei permessi di soggiorno.

Dal momento che il primo ostacolo che incontrano i migranti sul nostro territorio è dunque dato dall’assenza di strutture pubbliche che accompagnino il singolo nell’iter amministrativo e burocratico, con una puntuale mediazione culturale, necessario ad ottenere documenti, permessi e certificati che consentono l’accesso ai servizi sociali di base, stiamo lottando per l’istituzione di sportelli aperti tutto il giorno istituiti dalle amministrazioni più prossime ai territori, come le Municipalità, nei casi in cui sia possibile la fruizione da parte dei lavoratori immigrati. Come abbiamo evidenziato nel nostro “programma post-elettorale” l’istituzione di tali sportelli può rappresentare un importante elemento di dissuasione e di vigilanza sugli abusi che possono avvenire all'interno degli uffici delle Municipalità ai danni di soggetti estremamente ricattabili come gli immigrati. Come abbiamo potuto constatare in questi mesi di attività a stretto contatto con persone straniere che si trovano in condizione di forte ricattabilità (con permesso di soggiorno scaduto o in scadenza, ad esempio), non sono rari i casi in cui gli addetti dei vari uffici, giocando sulla possibilità di fare a scaricabarile delle responsabilità e sulla poca semplicità della macchina amministrativa, hanno chiesto, in cambio di operazioni dovute, soldi sottobanco o “favori” (non di rado anche di natura sessuale).

L’istituzione di questi sportelli permetterebbe inoltre di strappare una grande fetta di mercato alle agenzie private che, come abbiamo già sottolineato, spesso chiedono cifre esorbitanti per documenti spesso reperibili quasi gratuitamente o per certificati e documenti non necessari. Per avere un accesso facilitato all’iter del permesso di soggiorno è necessaria anche la stipula di un protocollo di intesa tra Comune e Questura di Napoli. Dal momento che la casistica a proposito del blocco dei permessi è particolarmente eterogenea, ci sembra necessaria l’assunzione di questo protocollo per garantire agli immigrati una maggiore trasparenza e facilità d’accesso al loro incartamento.
In questo modo, le informazioni, che sono attualmente appannaggio della Questura, potrebbero essere fornite all’interno delle municipalità – precisamente negli appostiti sportelli immigrati.

Un’altra iniziativa che ci vedrà impegnati nei prossimi mesi riguarderà il monitoraggio e la denuncia delle pratiche illegittime messe in atto dalla Questura riguardo alla richiesta di documentazioni e requisiti non previsti dalla legge per la concessione del permesso di soggiorno. Per esempio abbiamo notato che recentemente a Napoli, per l’erogazione del permesso di soggiorno viene richiesta la residenza quando invece basterebbe una dichiarazione di ospitalità, questa richiesta illegittima crea un circolo vizioso dal quale è impossibile uscire dal momento che per avere il certificato di residenza è a sua volta richiesto il permesso di soggiorno!

Le nostre battaglie non sono battaglie che hanno come scopo ultimo la legalità, la corretta applicazione delle norme esistenti, ma la giustizia, l’equità sociale. Dicendo che vogliamo che le regole siano rispettate, che dobbiamo pretendere maggiore trasparenza e facilità di accesso ai diritti, non vogliamo sottintendere che il sistema funziona bene a patto che se ne applichino le regole o che si vada ad apportare qualche piccola modifica. Vogliamo “sfruttare” quel poco di positivo che c’è nell’attuale ordinamento per creare le condizioni minime, di base, per ottenere ulteriori avanzamenti e conquiste. Pensiamo che se un individuo è privato dei suoi più elementari diritti, alla salute, all’istruzione, ad un alloggio decente e ad un lavoro, allora è molto difficile che possa lottare per tutto il resto, perso com’è tra tranelli linguistici, labirinti burocratici, nell’assoluta assenza di supporto e solidarietà. Conoscendo le regole è possibile cambiarle, è per questo che cerchiamo, anche con l’elaborazione e la diffusione di specifici vademecum (sui diritti di chi è impiegato nel settore del lavoro di cura, sull’iter per l’accesso a libretto sanitario), di creare conoscenza e coscienza dei nostri diritti, per poi poterli estendere, perché nessuno possa più essere considerato “illegale”.

Rendere “autonome” le persone straniere che vivono o che transitano nel nostro paese – da un punto di vista linguistico, legale, della conoscenza dei loro diritti – significa renderle più consapevoli, meno ricattabili, meno vincolate al padroncino o al burocrate di turno. Noi proviamo a offrire un servizio che semplifichi le cose, ma che allo stesso tempo permetta alle persone che si rivolgono a noi di combattere per il riconoscimento dei loro diritti e perché nessuno di loro abbia più bisogno di uno sportello, o di qualcuno che li aiuti. Vogliamo utilizzare tutti gli strumenti in nostro possesso per organizzarci e diventare più forti, per determinare sempre di più la nostra esistenza e la nostra quotidianità, per rendere tutti autonomi nell'accesso ai diritti già acquisiti e nella conquista di quelli che ci negano.


AMBULATORIO MEDICO

Siamo sinceri: quando, quasi un anno fa abbiamo inaugurato il nostro sportello d’ascolto e supporto psicologico e l’ambulatorio medico pensavamo che l’utenza sarebbe stata composta quasi esclusivamente da stranieri o da italiani che in condizione di povertà e di disagio estremi. Ci siamo resi conto fin da subito che le cose stavano andando in maniera del tutto differente, sarà per il collasso della sanità pubblica nella nostra regione, sarà per l’impoverimento generalizzato delle classi popolari e piccolo borghesi cui hanno condotto questi anni di crisi, ma ai nostri sportelli si stanno rivolgendo, in particolare nelle giornate dedicate alla prevenzione (ecografia mammaria e tiroidea), persone di ogni tipo. Di questo siamo contenti perché significa che siamo considerati seri e affidabili, che non viene da noi solo chi non ha proprio nessun’altra alternativa, ma anche allarmati: se la gente viene a farsi curare in un centro sociale allora vuol dire che stiamo proprio rovinati!

Il nostro sportello medico è aperto per due pomeriggi a settimana, il lunedì e il mercoledì dalle 16:30 alle 19:00 come ambulatorio di medicina generale, il lunedì come sportello d’ascolto e il mercoledì, negli stessi orari, come sportello pediatrico e per gli incontri con la nutrizionista. Proprio come per lo sportello di assistenza ai migranti si interviene in due modi: direttamente (quando il “caso” è semplice, quando si tratta di fare una visita generale, di dare un consiglio, di leggere le analisi, di fornire, del caso degli stranieri, un supporto linguistico nel comprendere ricette o indicazioni date altrove) o indirettamente (quando non possiamo risolvere noi il problema, perché specialistico, attiviamo la rete di contatti che, come per lo sportello di assistenza, abbiamo raccolto negli ultimi mesi).

Senza dilungarci ancora sull’attività complessiva dell’ambulatorio proviamo a raccontare la nostra esperienza in particolare nel rapporto con le persone straniere che si sono rivolte a noi. Cominciamo col dire, riprendendo il discorso fatto all’inizio, che molte delle persone che si sono rivolte all’ambulatorio lo hanno fatto a partire da un contatto avuto nei controlli ai C.A.S. oppure nello sportello di assistenza o nella scuola d’italiano e viceversa: c’è un continuo ricircolo di persone che si avvicinano per una ragione, ma che poi si avvalgono anche delle altre attività presenti all’ex-opg. Dai dati che abbiamo raccolto possiamo dire che delle 143 persone (la gran parte tra i 30 e i 40 anni, ma c’è anche una buona percentuale, di circa il 20%, di minori) che abbiamo seguito in questi mesi (i dati vanno da febbraio a luglio, non sono calcolati quelli che si sono rivolti a noi per screening e prevenzione, ma solo quelli che sono venuti per le attività ambulatoriali di routine o per essere indirizzati presso strutture pubbliche per interventi specifici) poco meno dei 2/3 sono persone straniere. Anche in questo caso cerchiamo di intervenire su vari livelli: aiutare in maniera diretta chi si rivolge a noi (o indiretta: è il caso delle cure dentistiche o ginecologiche alle quali non possiamo provvedere direttamente per il momento, ma per le quali ci avvaliamo della solidarietà di molti medici che vogliono collaborare al nostro progetto), garantire l’accesso ai diritti (ad esempio al libretto sanitario, tema sul quale stiamo scrivendo e traducendo un vademecum che sarà disponibile dalle prossime settimane sul nostro sito) e aiutare la persona immigrata a districarsi nella burocrazia del sistema sanitario.

Anche per quanto riguarda l’ambulatorio c’è una grande differenza tra le richieste che arrivano dalle comunità che risiedono stabilmente sul nostro territorio e i migranti “di passaggio” (anche se sappiamo che spesso di tratta di una condizione tutt’altro che transitoria). Possiamo fare due esempi: nei mesi di maggio-giugno abbiamo accompagnato nel percorso d cura alcune persone maliane che avevano bisogno di fare i test per la tubercolosi e seguire la profilassi essendo venuti a contatto con casi conclamati o essendosi trovati in situazioni a rischio, abbiamo seguito il percorso di assegnazione del libretto sanitario di alcune persone srilankesi, sempre nella comunità srilankese abbiamo constatato che la maggior richiesta è quella di cura di malattie croniche contratte o sopraggiunte anche prima dell’arrivo in Italia (in particolare diabete e problemi cardiocircolatori) che non vengono monitorate e curate a dovere. Questo mostra come a condizioni materiali diverse corrispondano anche esigenze del tutto differenti (richiesta del libretto sanitario, cura di routine/cura d’emergenza).

Lo sportello sanitario serve dunque a:
- Fornire una visita generale e la ricostruzione della storia clinica
- Porre rimedio al problema acuto (in maniera diretta o indiretta, attraverso al rete di supporto e solidarietà “esterna”)
- “Educare” alla prevenzione ed incentivarla con iniziative concrete
- Indirizzare verso strutture idonee del sistema sanitario nazionale (fornendo un supporto)
- Far acquisire diritti (ad es. il libretto sanitario)
- Denunciare abusi, malfunzionamento e sprechi del pubblico

A questo si aggiunge anche un forte impegno nel supporto psicologico, nella consulenza, nel tentativo di far superare la diffidenza di chi, non possedendo documenti, non si rivolge, nemmeno in casi di urgenza, ad un medico, nel timore di essere denunciato. L’obbiettivo non è, anche in questo caso, semplicemente quello di fornire un servizio, ma di far crescere la consapevolezza su quali siano i diritti (di tutti, italiani e stranieri) e su come questi vadano pretesi e tutelati. Noi crediamo che l’accesso reale alle cure sanitarie e a una corretta informazione in tema di salute e prevenzione sia un pilastro di ogni democrazia degna di questo nome. Per questa ragione ci battiamo perché ci siano sui territori sportelli di ascolto e orientamento ai servizi, di promozione di una cultura della prevenzione, perché la sanità resti libera e gratuita (cosa che, data la chiusura costante delle diverse strutture ospedaliere pubbliche presenti nel nostro territorio – l’ospedale San Gennaro alla Sanità, l’Annunziata e l’ ospedale Ascalesi, solo per citarne alcune – è tutt’altro che garantita).

Una delle piccole battaglie concrete che stiamo facendo in questo campo è quella per garantire un agevole acceso al sistema sanitario anche ai “senza diritti”, a chi, italiano o straniero, non ha fissa dimora. A Napoli un recente censimento ha contato più di 2000 persone che dormono per la strada, un numero impressionante, un numero tra l’altro non proprio esaustivo se si pensa ai tanti mai registrati oppure a coloro che ogni giorno si aggiungono a questa impietosa lista a causa dell’aggravarsi della crisi economica o dell’immigrazione causata dalla guerra. Per migliorare le loro condizioni di vita si potrebbe e dovrebbe fare tanto (edilizia popolare, piani di reinserimento e assistenza), ma c’è qualcosa che può migliorare la loro situazione nell’immediato, praticamente a costo zero, e senza sforzo alcuno per gli organi preposti. Tra queste, la semplice iscrizione all’anagrafe dei senza fissa dimora permetterebbe la garanzia di alcuni diritti fondamentali come l’accesso gratuito alle cure mediche di base. Come farlo? Noi chiediamo che il Comune si incarichi dell'effettuazione di un censimento costante dei senza fissa dimora presenti sul territorio di Napoli, agevolando quanto più è possibile la loro immediata iscrizione all'anagrafe e l'assegnazione di un medico di medicina generale (MMG) che possa garantire un più agevole accesso ai servizi sanitari pubblici locali. Tale possibilità che al Comune di Napoli in teoria esiste già, anzi esiste ancora grazie ad alcuni provvedimenti che hanno abilmente superato i vincoli dell’ultimo assurdo pacchetto sicurezza restrittivo su questo tema, nella pratica però trova delle enormi difficoltà per via della forte disorganizzazione del funzionamento amministrativo. Ad oggi infatti risulta ancora oscuro a gran parte del personale operativo all’interno degli uffici delle municipalità l’aggiornamento delle “nuove” procedure d’iscrizione all’anagrafe, non c’è un coordinamento tra le anagrafi dei vari comuni per sbloccare alcune procedure, non c’è spesso l’interesse a seguirsi le vicende e si lascia correre. Questo provvedimento è solo uno dei tanti necessari a riportare il diritto alla salute, troppo spesso negato agli italiani e, ancor di più, agli stranieri, nella nostra città.


SCUOLA D’ITALIANO

Come abbiamo detto in precedenza uno dei nostri obbiettivi è quello di rendere gli immigrati, che vivono o transitano nella nostra città, autonomi. Uno degli strumenti utili a questa indipendenza è senz’altro quello di possedere la lingua del paese nel quale si vive, questa padronanza aiuta a non essere ingannati, ad essere meno ricattabili e più consapevoli dei propri diritti. Per questa ragione ogni martedì e giovedì dalle 17 alle 19 (giorno e orario scelti a partire dalle esigenze dei partecipanti, per rendere più semplice l’accesso e la presenza costante) all’ex-opg “Je so’ pazzo” c’è una scuola d’italiano aperta a tutti i migranti. La scuola d'italiano, oltre a porsi specifici obiettivi sulla modalità dell'insegnamento della lingua italiana, s'inserisce a pieno titolo nel progetto politico complessivo, di lotta antirazzista e all'emersione dal lavoro nero, di controllo popolare sulle dinamiche riguardanti l'accoglienza, è parte integrante del lavoro politico e sociale che affrontiamo quotidianamente. Insegnando l’italiano alle persone straniere che si rivolgono a noi non vogliamo offrire solo un “servizio” di qualità, ma anche uno strumento di emancipazione e, perché no, di lotta.

Quello che per noi è importante non è, a differenza di quanto avviene in molte scuole d’italiano “classiche”, insegnare la lingua e, contemporaneamente, la cultura italiana, non vogliamo che nessuno pensi di dover acquisire obbligatoriamente, assieme alle regole grammaticali, le cosiddette “regole di vita”, non pretendiamo o promuoviamo un’“integrazione forzata” (proponendo esempi o esercizi tutti incentrati sullo stile di vita, la storia, le abitudini italiani), ma cerchiamo solo di offrire uno strumento, rispettando diversità e specificità. Il nostro obbiettivo è quello di promuovere un insegnamento della lingua italiana che non sia nazionalista, considerando la cultura e la storia del Paese di provenienza della persona immigrata, riflettendo sulle problematiche riscontrate da donne e uomini immigrati in Italia a livello legale, sul lavoro e nella scuola. Quello che ci interessa è fornire a chi viene da noi delle competenze che lo mettano in condizione di leggere e scrivere, di comprendere bene la lingua parlata.

Le persone straniere che si rivolgono a noi (tra il primo corso che si è tenuto tra aprile e luglio e il secondo, iniziato a settembre, contiamo circa 60/65 “studenti”) sono in buona parte membri della comunità srilankese, ma ci sono e ci sono stati anche immigrati provenienti da vari paesi africani, dal Venezuela e dalla Cina. La composizione così variegata delle classi ha reso indispensabili alcuni accorgimenti; in primo luogo l’inserimento di una classe A0 (accanto alle classiche A1, A2 e B1) riservata a chi non ha alcun tipo di scolarizzazione pregressa e conosce solo una lingua parlata. Questa necessità di un’alfabetizzazione primaria è emersa con forza in particolare con alcuni giovani maliani che abbiamo ospitato nella nostra struttura per alcuni mesi.

Il metodo che impieghiamo in classe è quello di una lezione frontale alla lavagna, che va avanti lentamente, per tutti (ovviamente specifica per ogni livello) e di un accompagnamento di uno o più insegnati che, passando tra i banchi, si accertano che nessuno rimanga indietro e, laddove ce ne sia bisogno, aiutano chi non riesce a stare al passo. Le classi che inizialmente erano disomogenee quanto a rapidità di apprendimento e risultati, nel corso delle lezioni, sono divenute via via più equilibrate e, utilizzando questo sistema, tutti gli “studenti” sono stati in grado di arrivare ad un buon livello di comprensione e padronanza della lingua. Altro passaggio che è stato individuato come fondamentale per l’apprendimento è stato quello dell’interazione e dello scambio tra gli stessi “studenti”, che dovrebbero rendersi, col tempo, sempre più autonomi, nell’apprendimento, dagli insegnanti.

Nonostante avessimo la grande fortuna di avere con noi degli insegnanti competenti, che avevano alle spalle diverse esperienze di insegnamento analoghe, loro stessi hanno sottolineato come il metodo di insegnamento sia stato limato e modificato a partire dalle condizioni concrete, dal tipo di studenti che si sono trovati davanti, per questo sono necessari un’osservazione e un colloquio continuo con i membri delle classi e una disponibilità a modificare, a seconda delle esigenze, il proprio approccio.

Qualche parola va spesa anche circa la presenza di ragazzi e ragazze straniere (in particolare srilankesi), immigrati di seconda generazione, che vanno a scuola in Italia: alcuni di loro, che conoscono già abbastanza bene la lingua, non sono seguiti dalla scuola d’italiano, ma direttamente dal nostro “doposcuola sociale” che avendo tre appuntamenti settimanali, oltre che aiutarli a perfezionare la lingua, può seguirli nello svolgimento dei compiti a casa; ragazzi che invece hanno ancora qualche difficoltà con la lingua di base vengono indirizzati alla scuola d’italiano. Ovviamente il corso d’italiano (così come il doposcuola) è gratuito e aperto a tutti, nessuno è “clandestino”.

Per supportare chi sta aspettando il permesso di soggiorno “indeterminato” e deve perciò avere la certificazione di lingua italiana del livello A2 abbiamo firmato, come associazione “Potere al popolo”, un’intesa con una scuola media statale (che tiene i corsi di italiano per stranieri) perché chi frequenta i nostri corsi possa sostenere un esame finale ed ottenere il rilascio del certificato di conoscenza della lingua. Per svolgere la prova d'italiano, purtroppo, è necessaria almeno la richiesta del permesso di soggiorno e non tutti riescono a farla: in base alle richieste degli "studenti" che vogliono ottenere il certificato di lingua italiana ma hanno dei problemi con i documenti, la scuola d'italiano cerca di trovare delle soluzioni coordinandosi con lo sportello di assistenza legale.

Come vedremo nelle prossime pagine, quando andiamo a fare i controlli nei centri d’accoglienza verifichiamo con particolare attenzione che agli “ospiti” sia garantita la possibilità di frequentare corsi di lingua, questo perché crediamo che padroneggiare la lingua del posto in cui si vive sia una potente arma di difesa.


3. CONTROLLO POPOLARE NEI CENTRI DI ACCOGLIENZA STRAORDINARIA: COSA ABBIAMO RISCONTRATO, COME FARLO E PERCHÉ

In primo luogo, per spiegare la nostra scelta di intervenire in particolare sui Centri d’Accoglienza Straordinaria, proviamo a fare un velocissimo quadro di come funziona l’accoglienza in Italia oggi e delle ragioni per le quali in questi centri i migranti si trovano a vivere in condizioni estremamente critiche.
Come sappiamo in teoria il sistema dell’accoglienza nel nostro Paese funziona su tre livelli:

- L’accoglienza immediata dei CPSA (centri di primo soccorso e accoglienza) dove il migrante viene “ospitato” per un massimo di 3 giorni (72 ore) una volta arrivato in Italia (ricordiamo, per inciso, che il nostro Paese è stato più volte condannato dall’UE per detenzione arbitraria – prolungamento della durata del soggiorno – all’interno dei CPSA);

- I CPA (centro di prima accoglienza) dove dovrebbe venir fatto lo screening sanitario, l’identificazione e garantita la tutela dei soggetti deboli vulnerabili (donne, minori, malati);

- Gli SPRAR (sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) questo sistema di servizi integrati, guidati dal protocollo d’intesa con gli enti locali, dovrebbe garantire la permanenza dei soggetti richiedenti protezione internazionale salvaguardando l’unità familiare, agevolando l’inclusione attraverso corsi di formazione professionale, momenti ricreativi, etc. Negli SPRAR dovrebbero esserci corsi di lingua, assistenza legale e medica, mediazione culturale. I migranti ospitati negli SPRAR hanno diritto a un pocket money equivalente a 2,50 euro al giorno.

In particolare negli ultimi due anni, a causa delle guerre, dell’aggravarsi delle condizioni di vita nel continente africano e non solo, c’è stato, come abbiamo già accennato, un forte incremento dei flussi migratori. Questo sistema già vacillante e insoddisfacente (non a caso abbiamo utilizzato, nel descrivere le funzioni dei vari centri, sempre il condizionale!) è ancor più entrato in crisi. Per rimediare al deficit del sistema di accoglienza ordinario, che non riesce a sostenere l’afflusso di migranti nel nostro Paese, si è strutturato un “sistema di accoglienza straordinario”, che sarebbe dovuto essere in grado di tamponare, temporaneamente, l’“emergenza”. Questo sistema ruota intorno ai CAS (centri di accoglienza straordinaria), centri nei quali i migranti richiedenti protezione internazionale dovrebbero essere “ospitati” per non più di 30 giorni (nella nostra esperienza diretta sul campo abbiamo riscontrato che invece la permanenza si prolunga anche per un anno e mezzo/due anni). Si calcola che circa il 70% dei migranti inseriti nel circuito dell’accoglienza siano ospitati proprio in questi centri straordinari, si tratta dunque, più che di un’eccezione, della regola.

Per comprendere le ragioni, che sono svariate, di questo sovraffollamento nei CAS e di questo abuso del termine “eccezione” è necessario fare un passo indietro e fornire alcune specifiche. In primo luogo ci si potrebbe chiedere come sia possibile che un così cospicuo numero di migranti si trovi nei CAS dal momento che vi sono ospitati non i cosiddetti “migranti economici” (utilizziamo questa espressione per comodità, che dovrebbe descrivere la situazione di chi si trova ad andar via dal proprio Paese per lavorare e non perché vi sa un conflitto o una specifica forma di persecuzione sul soggetto in questione, ma rifiutiamo categoricamente questa divisione, spesso utilizzata strumentalmente da giornali e tv, tra migranti “economici” e “umanitari”, che serve solo a fare un’assurda classifica tra chi ha “diritto” ad essere accolto e chi no), ma coloro i quali hanno fatto richiesta della protezione internazionale. Dal momento che il diritto all’accoglienza è garantito solo per chi fa richiesta di protezione internazionale (questo diritto è in teoria garantito dall’inizio fino alla fine dell’iter dell’eventuale ricorso) e che l’ultima sanatoria per i cosiddetti “migranti economici” è del 2012, di fatto le gran parte delle persone che arrivano nel nostro Paese tentano la strada della richiesta d’asilo per potervi rimanere almeno temporaneamente, consapevoli che di fatto non hanno altre modalità per regolarizzare la loro condizione.

Non va inoltre trascurato il fatto che non vi è, da parte delle istituzioni, alcun tentativo di pianificazione dell’accoglienza e questo determina l’utilizzo regolare di centri che sarebbero pensati per situazioni assolutamente anomale e transitorie. Va anche tenuto presente che i CAS costituiscono un vero e proprio business e che c’è quindi un forte interesse a mantenere il sistema dell’accoglienza nelle condizioni assurde nelle quali si trova adesso.

Per l’istituzione di un CAS si procede – seguendo sempre la logica dell’“eccezione” e dell’emergenza – tramite bando prefettizio, senza mediazione dell’ente locale né particolari verifiche. L’apertura del CAS e la sua gestione sono dunque lasciate all’iniziativa privata e, questa la nostra esperienza, senza adeguati controlli sulle condizioni di partenza (tipologia degli alloggi, qualifiche del personale) o sulla gestione del centro. L’ente gestore è una cooperativa (che spesso è solo di copertura e non funziona come tale, sul funzionamento delle false cooperative rimandiamo al sito del Clash City Workers) o una SRL che si occupa di trovare un alloggio per i migranti – appartamenti o alberghi –, di gestire il servizio mensa – che spesso viene appaltato a ditte esterne – e che dovrebbe fornire un servizio adeguato di mediazione culturale, assistenza sanitaria e accompagnamento, per i casi non ambulatoriali, al servizio sanitario pubblico, assistenza legale e servizi per l’apprendimento della lingua.

Dal momento che il CAS nasce dove ci sono favorevoli condizioni di profittabilità tutti questi servizi vengono spesso erogati in maniera inadeguata o non vengono affatto erogati (cercando appunto di ricavare un margine di profitto più alto possibile a discapito degli “ospiti” delle strutture). Nella specifico del territorio campano, complice anche la presenza di organizzazioni criminali e il loro interesse a speculare in questo settore, abbiamo riscontrato situazioni veramente terribili che, per ovvi motivi, non venivano monitorate né sanzionate. Moltissimi enti gestori non hanno alcuna esperienza in questo settore (famosi sono i casi, nel campano, di ditte produttrici di piccoli elettrodomestici riconvertitesi, da un giorno all’altro, in cooperative addette all’accoglienza dei migranti), sull’onda dell’emergenza, approfittando di questa eccezionalità, molti gruppi imprenditoriali (gestiti o meno da organizzazioni criminali) hanno colto l’occasione per fare affari sulla pelle dei migranti.

Il controllo popolare dei CAS è dunque un punto nevralgico della nostra battaglia più complessiva sul “fronte migranti” e si pone su due piani:

- quello del meccanismo in sé dell’eccezione e della straordinarietà, che è inadeguato, difficilmente gestibile e costoso per la collettività, oltre che assolutamente inadatto alle esigenze dei migranti stessi.

- il piano del funzionamento concreto di questo meccanismo, le cui norme sono già di per sé inadeguate, ma che, per di più, non vengono spesso minimamente seguite.

La lotta politica e il controllo popolare si trovano così ad incrociarsi e ad essere funzionali l’uno all’altra.

Proveremo ora a raccontare la nostra esperienza diretta e illustrare quali sono le difficoltà alle quali siamo andati incontro, i meccanismi che abbiamo compreso nel corso di questi mesi, gli strumenti dei quali, a nostro avviso, è necessario dotarsi.


Cosa abbiamo fatto

Da maggio a novembre abbiamo fatto quattro giornate di controllo, in ogni giornata erano attive 6-7 squadre di 5-6 membri ciascuna. Così facendo siamo riusciti a visitare più di 40 sui 65 centri presenti nella provincia di Napoli e altri dislocati sul territorio regionale (in particolare in provincia di Caserta). Le squadre sono composte da attivisti e militanti con diverse competenze (dagli “addetti ai lavori” che hanno competenze linguistiche, sono mediatori, avvocati ed esperti in questioni legate all’universo dei migranti a persone che volevano semplicemente rendersi attive in questa battaglia, ma che non avevano specifiche competenze). Oltre che avvalendoci delle competenze specifiche dei membri delle squadre, acquisite precedentemente, abbiamo pensato di rendere più fruttuose queste visite organizzando, per tutti i partecipanti, degli incontri di formazione (condotti da giuristi e attivisti, a questi incontri che hanno preceduto ogni controllo popolare hanno partecipato tra le 50 e le 60 persone) e degli incontri di dibattito e discussione per individuare modi e obbiettivi comuni.

Inizialmente abbiamo fatto richiesta di un’autorizzazione di accesso nei centri presso la Prefettura in modo da poter entrare ufficialmente nel CAS e non poter essere ostacolati dagli enti gestori. Ci siamo resi conto, almeno per quanto riguarda il nostro territorio, che questa modalità, pur presentando molti vantaggi, ha anche molti lati negativi: in primo luogo la Prefettura tende ad avere tempi lunghissimi per l’approvazione di questi permessi, impedendo così di fatto un lavoro costante e capillare; in secondo luogo il permesso ufficiale della Prefettura (che riguarda un preciso giorno e non ha valenza indeterminata nel tempo) non consente di giocare sull’“effetto sorpresa”: avvisati del fatto che riceveranno una visita, gli enti gestori si organizzano per far trovare il CAS nelle migliori condizioni possibili (anche se spesso i limiti strutturali e riguardanti il personale sono tali che questo preavviso non fa sì che il CAS raggiunga, in ogni caso, gli standard previsti) e parlano preventivamente con personale ed migranti (che con forme e pressioni diverse sono comunque entrambi soggetti al ricatto dell’ente gestore) intimando di non rivelare le reali condizioni di lavoro e dell’ospitalità.

D’altro canto andare a fare controlli nei CAS senza queste autorizzazioni può far incorrere in altri problemi: le visite possono essere ostacolate o impedite dal momento che non sono autorizzate dalla Prefettura. In entrambi i casi, quello della Prefettura che non concede tempestivamente i permessi e quello degli enti gestori che non consentono le visite e i controlli, a valere è soprattutto la forza militante e comunicativa che si è in grado di esprimere: avere una forte base militante in grado di organizzare presidi, di fare pressione sulle istituzioni, ma anche un ampio bacino di persone alle quale denunciare i tentativi di ostacolare il controllo popolare (attraverso i social network, le assemblee pubbliche, etc.) sia da parte della Prefettura che degli enti gestori, ci è stato utile per sbloccare entrambe le situazioni. Così una visita o un permesso sono spesso concessi perché si teme che impedirli possa creare situazioni ancora più “scomode”. Come per altre questioni, non intendiamo dare ricette sulla miglior strada da seguire – chiedere o non chiedere alla Prefettura di poter accedere alle strutture d’accoglienza – pensiamo che ogni territorio e ogni caso faccia storia a sé e che si debba, con spregiudicatezza, scegliere gli strumenti più validi per rendere efficace il controllo popolare.

Una volta entrati nelle strutture di accoglienza facciamo soprattutto due cose: verifichiamo che gli standard siano rispettati (condizioni igienico-sanitarie, presenza dei mediatori, erogazione del pocket money, etc.) e proviamo ad avere un’interazione diretta con gli “ospiti” rassicurandoli e rendendoli edotti sui loro diritti, offrendo la nostra solidarietà e il nostro aiuto concreto. Alla fine di ogni controllo stiliamo un report dettagliato di quello che abbiamo visto e lo rendiamo pubblico, uno dei nostri obbiettivi è infatti quello di costruire, assieme ad altri, una mappatura dettagliata delle reali condizioni dell’accoglienza nel nostro territorio.


Cosa abbiamo visto

Come si può immaginare, ci siamo trovati di fronte a situazioni di negazione dei diritti e abbandono radicali. Soprattutto nelle visite “a sorpresa”, l’osservazione del funzionamento quotidiano dei CAS ha rivelato una condizione pressoché generale di inadeguatezza delle strutture (in uno dei centri che abbiamo visitato mancavano addirittura i letti). Molti edifici sono fatiscenti, con una manutenzione inadeguata o insufficiente e totalmente isolati, perché organizzati proprio sulla volontà di rendere “invisibili” i migranti presenti sul territorio, ghettizzandoli ed impedendo qualunque contatto con il resto della comunità. L’assenza di legami e relazioni sociali di alcun tipo per i migranti si traduce, nella maggior parte dei casi, in uno sfruttamento brutale subito da parte dei caporali o dei camorristi di turno. È questa l’unica “possibilità”, l’unico “sbocco” che, nei fatti, il territorio gli offre.

Abbiamo spesso verificato che il personale è totalmente privo di competenze: in molti centri abbiamo trovato “operatori” che parlano solo italiano (!) e che sono stati assunti soltanto perché imparentati con i gestori...

Nella maggior parte dei casi, ma ci sono evidentemente delle eccezioni, il personale svolge una funzione repressiva più che di supporto, funge da controllore e non da alcun sostegno fattivo. Così i richiedenti protezione internazionale sono abbandonati a loro stessi, privati di qualsiasi tipo di informazione sulle procedure che li riguardano, sui propri diritti, disorientati e depressi. La mancanza più grave, in assoluto, che abbiamo riscontrato è quella igienico-sanitaria. Nella maggior parte dei casi, non vengono effettuati sui migranti gli screening sanitari all'arrivo, e, nei casi rari in cui li si fa allo sbarco, i dati rilevati nelle visite non vengono comunicati né al migrante interessato né alla struttura, non ci sono percorsi di accompagnamento. Preoccupante è la presenza di minorenni, che dovrebbero seguire dei percorsi specifici e che invece, in alcune situazioni che abbiamo visitato, sono lasciati completamente soli e allo sbando (potete trovare i report completi del controllo popolare sul nostro sito www.jesopazzo.org).

Nonostante i media ne parlino pochissimo (e quando lo fanno non perdono occasione di distorcere la realtà per alimentare la paura nei confronti dello straniero), abbiamo constatato in prima persona che le rivolte, piccole o grandi, nei CAS sono frequentissime. Negli ultimi mesi siamo venuti a conoscenza di moltissimi casi in maniera indiretta o perché siamo stati contattati da migranti (che avevamo incrociato durante i controlli o che avevamo conosciuto perché si erano rivolti allo sportello o all’ambulatorio) che ci hanno informato che nel loro centro di accoglienza c’era fermento, se non proprio situazioni di aperta ribellione. Le cause di queste rivolte, che spesso vengono taciute nel racconto mediatico, sono la negazione dei più elementari diritti, dell’erogazione del pocket money, della benché minima informazione sull’iter dei propri documenti e richieste (d’asilo o di soggiorno), la sporcizia e l’inadeguatezza delle strutture, la mancanza di medicine, la scarsità di cibo, l’assenza di acqua potabile. In particolare abbiamo seguito il caso di dieci giovani provenienti dal Mali che avendo preso parte a due di queste rivolte (presso un centro che si trova ad Ercolano, provincia di Napoli, nel febbraio e nell’aprile dello scorso anno) per di più in forma pacifica (ci teniamo a sottolinearlo non per esprimere un giudizio di valore sulle modalità giuste o sbagliate della protesta, ma per evidenziare la sproporzione dei provvedimenti applicati) sono stati pesantemente maltrattati dalle forza dell’ordine e gli sono stati revocati tutti i diritti di accoglienza (con l’aggravante che, in mancanza di qualsivoglia mediazione culturale e linguistica, i soggetti direttamente interessati da questi provvedimenti si trovavano in uno stato di totale smarrimento e abbandono, non riuscivano a comprendere fino in fondo cosa gli stesse accendendo né le conseguenze alle quali andavano incontro). Dopo aver provato a fare pressioni sulla Prefettura con presidi e iniziative pubbliche (alle quali hanno partecipato fianco a fianco migranti e italiani) perché i provvedimenti fossero revocati, di fronte all’ennesimo rifiuto, abbiamo provveduto a seguire noi il loro percorso e i loro ricorsi riuscendo a fargli ottenere il permesso di soggiorno.

Pensiamo che queste proteste condotte autonomamente dai migranti “ospitati” nei centri abbiano poco potenziale se rimangono isolate, ma possono essere uno strumento importante per il miglioramento delle loro condizioni di vita se si mettono in rete. Una protesta isolata può essere facilmente repressa e messa a tacere, ma una lotta che si fa articolata e capillare, in cui ci si supporta vicendevolmente, può avere ben altro effetto.

Il controllo popolare, data la maggior possibilità degli attivisti di passare da un centro all’altro, da un territorio all’altro, può fare da megafono e da collante per queste lotte per i diritti. Così al piano “solidale” (la denuncia pubblica delle condizioni disumane in cui vengono stipati i migranti all’interno dei CAS e la lotta perché i loro diritti vengano rispettati) se ne affianca uno immediatamente politico (di collaborazione e organizzazione comune delle proteste di italiani e stranieri). Ad ogni controllo incontriamo centinaia di persone (in ogni CAS che abbiamo visitato ci sono da 30 a 200 “ospiti”) cui noi pensiamo di poter fornire non solo aiuto (con l’ambulatorio o dando supporto legale), ma anche strumenti utili alla lotta (ad esempio tra poche settimane pubblicheremo e distribuiremo un opuscolo di autodifesa legale tradotto in varie lingue e illustrato per una più immediata comprensione, lo troverete scaricabile sul nostro sito).


Perché fare il controllo popolare nei CAS

Le ragioni politiche per le quali troviamo questa pratica utile ed efficace sono varie:

- Pensiamo che i diritti dei migranti che arrivano nel nostro Paese siano ridotti al minimo e che, contemporaneamente alla battaglia quotidiana per ampliarli, perché nessun uomo possa essere considerato “illegale”, ce ne debba essere un’altra per garantire che questi esigui diritti vengano rispettati.

- Pensiamo che sia nostro preciso dovere e diritto sapere come vengono spesi fondi pubblici, richiedere trasparenza e verifiche quando questi vengono utilizzati da privati e pretendere un elevato standard dei servizi che vengono erogati.

- Pensiamo che una “buona accoglienza” dia anche le basi minime per organizzarsi nella lotta politica: come abbiamo sottolineato nelle pagine precedenti, un migrante in grado di conoscere i propri diritti è anche in grado di organizzarsi e di lottare per la loro difesa ed estensione. Siccome non riteniamo che queste battaglie siano diverse o separate che da quelle che combattiamo anche noi ogni giorno avere un atteggiamento solidale non è una forma di “concessione” fatta al migrante, ma si colloca nell’orizzonte della costruzione di un fronte unico delle lotte contro lo sfruttamento e la disuguaglianza che condizionano e determinano le vite di noi tutti.

- Pensiamo che controllare il funzionamento dei CAS, stare col “fiato sul collo” degli enti gestori denunciandone le infrazioni e gli abusi costituisca un importante iniziativa di antimafia sociale perché ostacola le organizzazioni criminali nel loro fare profitti (in maniera diretta, con la gestione dei CAS, e indirettamente, con il reclutamento “a nero” di una forza lavoro migrante sempre più ricattabile).

Nell’immediato pensiamo che possa essere utile richiedere che sul sito della Prefettura siano immediatamente consultabile la lista degli enti gestori, dei bandi di gara riguardanti i CAS e dei loro esiti, per renderne più facile il controllo e il monitoraggio, e costituire dei comitati civici riconosciuti dall’ente locale, aggirando così l’eventuale ostruzionismo della Prefettura, che, a titolo volontario e gratuito, possano effettuare verifiche costanti nei Centri di Accoglienza Straordinaria. Contro ogni logica affaristica e di speculazione vogliamo trasparenza, e una presa in carico e di responsabilità del pubblico e degli enti locali che devono provvedere ad una pianificazione dell’accoglienza e ad uscire dal meccanismo, che avvantaggia solo affaristi e organizzazioni criminali, dell’emergenza e dell’eccezione.

Calendario

LE ATTIVITÀ RIPRENDERANNO A SETTEMBRE!
SCARICA IL CALENDARIO

October 2018
Mon Tue Wed Thu Fri Sat Sun
1
2
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31

Potere al Popolo!

Sito di"Potere al Popolo!"

#indietrononsitorna

Come si finanzia una struttura grande e piena di attività come l’Ex OPG?

Supporta l'ex opg

Abbiamo messo per iscritto le idee che stanno alla base del nostro progetto, e tutti i modi in cui si può dare una mano.

Come partecipare

Ecco la nostra dichiarazione di intenti, il nostro programma

Cosa crediamo, cosa vogliamo

Verità e Gustizia per Ibrahim Manneh. Vittima di razzismo e malasanità

Verità e giustizia per Ibra!

Seguici su facebook

Seguici su twitter

CookiesAccept

NOTE! This site uses cookies and similar technologies.

If you not change browser settings, you agree to it. Learn more

I understand