Chi è lui per me?

Mio figlio, detenuto nell’unico padiglione dove è permesso lavorare. Lì hanno maggiori spazi aperti e facoltà di muoversi, possono scegliere di stare anche soli in cella e quindi hanno più libertà di molti altri.

Probabilmente da padre non potrei parlare male di mio figlio, ma credo sia “più omm e me”. È una persona responsabile, ha sofferto, soffre, però non manifesta la sua sofferenza per non ferirci. Ha una figlia di cinque anni che ha visto poco, che lo ama e che ama, a cui paga gli alimenti passandole tutto ciò che guadagna lavorando in carcere. Purtroppo, solo il 7-8% dei carcerati lavora, gli altri “oziando” come possono essere rieducati? Mio figlio in quest’ inferno è capito nel girone meno dannoso, anche se a prescindere da questo, la privazione della libertà resta la cosa peggiore che può capitare all’essere umano.

Come siamo rimasti in contatto?

Il nostro ultimo colloquio fisico è stato a settembre.

Mi interesso delle tematiche carcerarie quindi seguo il garante dei detenuti cittadino ed il cappellano dai quali ho avuto maggiori informazioni riguardo la chiusura dei colloqui. Da inizio o metà aprile siamo stati sempre in contatto tramite chiamate e videochiamate. Riceviamo 3 videochiamate a settimana e una chiamata al giorno dai 10 ai 15 min. Credo che le chiamate vengano effettuate dove solitamente si svolgono i colloqui, lui è solo, ma sicuramente ci sono anche le guardie penitenziare e parla in vivavoce.

Come sta mio figlio?

Ci dice che sta bene, che non dobbiamo preoccuparci anche se noi durante la quarantena eravamo in ansia, io temevo che non avere adeguate attrezzature per contenere un’emergenza sanitaria avrebbe causato una rivolta che non avrebbero saputo gestire.

Mio figlio è molto forte e trasmette sempre speranza agli altri, è rassicurante. Poi so che nessuno conosce davvero nessuno e che quindi ci sia la possibilità che da solo invece crolli, ma non mi dà da pensarlo.

Comunque è sempre stato in salute, va anche in palestra, studia, e utilizza il tempo lì per migliorarsi.

A marzo ho notato che infondo fosse preoccupato. Paura ne abbiamo avuta tutti noi, liberi, che possiamo prendere decisioni sulle nostre azioni, ma in carcere non possono decidere con chi stare a contatto.

Inoltre, rispetto alla sua attività lavorativa, non credo sia cambiata, ma spostamenti e uscite sono state limitate e le preoccupazioni per noi all’esterno sono aumentate.

Io come sto?

Da quando mio figlio è ritornato in carcere ingiustamente per qualcosa che non aveva commesso lui mi è crollato il mondo addosso, e non voglio giustificarlo, ma i suoi vecchi reati non erano della stessa gravità di quello di cui è stato nuovamente accusato, quindi per me recarmi in carcere per incontrarlo è una sofferenza ed evito di andarci spesso. Mi viene ancora da piangere perché non riesco a capire, a pensare che deve stare ancora lì, da padre vorrei essere io al suo posto per saperlo libero.

Cosa ci spaventa e cosa ci ha spaventato maggiormente in quest’ultimo periodo?

Per la madre la sua salute è una preoccupazione continua, per me è un pensiero costante che mi assale, e le notizie così discordanti non aiutano.

Abbiamo temuto che in carcere i contagi aumentassero. Non sono preoccupato per il suo comportamento perché so che sa rispettare le regole, non ha mai avuto un rapporto disciplinare. Anche se per me la sua detenzione è una sconfitta, avrei preferito che si fosse integrato fuori piuttosto che dentro. È come se ormai si fosse abituato a fare il detenuto, e quindi sarà portato a non temere più il carcere. Ho paura che una volta fuori sarà tentato a delinquere ancora per non temere più qualcosa di così orribile come la privazione della libertà.

Spesso temo di non avere molto tempo per vivere liberi insieme. Spero sempre di rivederlo presto fuori, di riabbracciarlo, parlarci e passare le giornate insieme. Dentro tutti dicono di voler cambiare, ma diventare onesti una volta fuori, dove sopravvivere è così difficile e dove a lavoro si viene sfruttati per una miseria e continuare a non arrendersi, è da veri eroi.

Cosa penso dei colloqui fisici?

È stato giusto impedirli durante la pandemia. Solitamente, durante i colloqui le persone vengono ammassate, in 600 con anche bambini, in un cortile sporco e con bagni fatiscenti dal mattino presto al pomeriggio. In altre carceri al nord per fortuna l’attesa è di massimo 1/2ora. Qui per i parenti è un calvario. Ho però notato un miglioramento dell’empatia degli agenti penitenziari negli ultimi anni.

Cosa penso del carcere? Quali sono le mie considerazioni al riguardo?

Per far capire cosa sia suggerirei di far trascorrere ad ogni ragazzo qualche mese dentro, in modo che possano essere educati preventivamente e che tutti possano capirne le problematiche. Non concordo con l’espiazione della pena basata sul tempo, ritengo che tutti debbano uscire una volta rieducati, una volta concluso un percorso di cambiamento. Ovviamente questo includerebbe il coinvolgimento di figure come psicologi e educatori per la riabilitazione dei detenuti in modo che non escano più persone che tornerebbero a delinquere. La politica non se ne occupa molto perché non porta voti. È impopolare difendere i diritti dei detenuti e i politici con un’amnistia perderebbero consensi. Puntare il dito è semplice, ma nella vita esistono reati che non vengono puniti con la legge, come l’egoismo e lo sfruttamento del lavoro. Lo stato da buon padre dovrebbe dare il buon esempio e occuparsi di più delle problematiche carcerarie. Dovrebbe dare posti di lavoro agli ex detenuti che altrimenti non riescono ad integrarsi nelle società. E soprattutto preoccuparsi di curare quei detenuti che temono di sbagliare ancora una volta usciti perché non riabilitati.

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