La signora R. ci racconta la vita di suo marito in carcere durante l’emergenza sanitaria…


Chi è lui per me?

Lui è mio marito, è il padre dei nostri tre figli, è una persona molto umana e che si presta se qualcuno è in difficoltà, è sensibile. Durante la detenzione ha accudito un suo compagno di cella che era stato abbandonato, gli serviva aiuto per lavarsi, vestirsi e per mangiare, non ci doveva stare in carcere perché aveva avuto tre ictus… lui interviene sempre se vede qualcuno in difficoltà.

                      

Quando l’ho visto l’ultima volta?

Il 3 marzo, io e mio figlio siamo entrati con la mascherina e gliene ho lasciata una anche per lui, non sapevamo sarebbe stato l’ultimo colloquio. Ho visto che lui era molto spaventato quando gli ho dato la mascherina. Lì non c’è nessuno che li aggiorna, solo attraverso i telegiornali, ma è così per tutto, a volte per le notizie mettono una locandina.

L’8 marzo, alle 2 del pomeriggio, i detenuti hanno avvisato le famiglie che chiudevano i colloqui, hanno permesso loro di telefonare solo per dire questo. La rivolta già stava iniziando mentre ero al telefono con lui.

 

E dopo?

In un primo momento ci sentivamo solo al telefono perché i cellulari per le videochiamate sono arrivati dopo 10 giorni. Ora facciamo 2 videochiamate a settimana di 15 minuti, ma non sempre 15, spesso staccano prima, altre volte invece se la guardia penitenziaria è quella che raccoglie i documenti per il colloquio mi lascia parlare un po’ di più. Le videochiamate sono gratuite, le altre 3 telefonate le pagano, per l’emergenza ne hanno aggiunte due alla solita e avevano detto che non le avrebbero pagate ma invece le pagano tutte.

 

Com’è videochiamarsi?

Una guardia penitenziaria risponde al telefono, chiede nome e cognome e chiama il detenuto, alcuni restano invece altri escono e li lasciano parlare da soli. 

Lui lo mettono in stanze mal ridotte che dovrebbero aggiustare e non utilizzano, c’è muffa e polvere, è un incubo, a volte si mette più vicino alla finestra perché ha problemi polmonari e non ce la fa a respirare, già le stanze dei colloqui non erano pulite e noi dovevamo sempre pulire quando ci sedevamo. Una volta c’erano altri due detenuti che chiamavano, si parla utilizzando il vivavoce e le voci si accavallano, alla fine ha dovuto farla in bagno.

 

Come lo vedo?

È diventato ancora più emotivo, ogni volta che lo chiamiamo quando ci vede piange. È spaventato per sé e per noi fuori, è molto meticoloso con la pulizia, prima stava con 14 persone in camera e poi l’hanno spostato in una in cui sono 7. Lui ha paura e non va neanche a passeggio, forse ci tornerà la prossima settimana, ora rimane tutta la giornata in cella. Nonostante le varie donazioni al loro padiglione non hanno ricevuto le mascherine, prima le toglievano dai pacchi quindi ora gliele inviamo nelle lettere. Non hanno igienizzanti, solo un diffusore di alcol all’ingresso. Per i pacchi è molto difficile adesso, non hanno la lavatrice lì quindi le prime due settimane dopo la chiusura dei colloqui è stato possibile ricevere gratuitamente i panni sporchi e rimandarglieli puliti, adesso c’è una posta privata e per 10 chili bisogna pagare 15 euro. Pagano sia loro per mandarli sporchi che noi per rimandarli a loro. Io non sto lavorando e non posso farlo sempre, lui mi ha chiesto di farlo solo una volta.

 

E la sua salute?

Lui ha problemi polmonari per un polmone perforato tanto tempo fa, è stato in coma in passato e questo gli causa problemi al cervello e piccole amnesie, da quando è stato recluso sta aspettando un’ecografia all’addome, un anno fa. È iperteso e prendeva la pillola ma in carcere il cardiologo non gliel’ha più data. Ha un problema alla gamba, quasi setticemia, ogni giorno fa la medicazione da solo in cella, una volta il medico non aveva cambiato i guanti perché mancavano quindi ora sta facendo così. Con questa situazione è sempre punto e da capo, dovrebbe andare in ospedale. Per il polmone perforato ha anche dei soffocamenti durante la notte. Io ho parlato anche con il garante, gli mancano 14 mesi ma la magistratura di sorveglianza non risponde, nonostante tutte queste patologie. Prima del carcere era ai domiciliari, poi è stato recluso per un’altra causa che era in corso e il carcere ha mandato la relazione positiva anche per i domiciliari. Neanche l’avvocato riesce ad avere risposte, c’è un totale disinteresse per i malati.

Poi prende la pillola per il colesterolo, in passato ha avuto un problema all’intestino e un’ernia ombelicale da operare, doveva andare in ospedale ma dicono sempre che l’ambulanza non c’è. Danno solo antibiotici e copertura per lo stomaco, gli altri farmaci devi comprarli da solo.

Ho i video delle videochiamate, lì si vede come sta, ma se denuncio ho paura di ripercussioni.

Lui dovrebbe stare in una comunità, stiamo aspettando una risposta.

 

Com’è la situazione a casa?

Siamo tutti spaventati perché lui ha molti problemi. Non può vedere i figli e loro non stanno bene psicologicamente. Hanno dei problemi, uno è autistico, avevano iniziato dei percorsi insieme con gli psicologi che seguono i bambini. Quando è stato arrestato lo psicologo ha contattato il carcere per fargli iniziare un percorso lì ma non c’è mai stata nessuna risposta. L’altro nostro figlio è asmatico e ha avuto la vasculite. Il piccolo non è vaccinato, per tutto questo io non posso andare a lavorare. Lavoravo a nero e ieri sono andata un giorno ma non posso certo andare tutti i giorni mettendo a rischio i miei figli.

 

Cosa penso delle misure prese dal carcere?

Penso sia stato giusto impedire i colloqui per tutelarli ma ci sono comunque le guardie penitenziarie che vanno e vengono, spesso dalla provincia e quindi devono anche viaggiare. Secondo me ci sono contagi che non vengono dichiarati, hanno chiuso dalla mattina alla sera.

Sono abbandonati, la politica se ne frega, tante misure dovrebbero essere prese.

 

Cos’è il carcere per me?

In una sola parola è un incubo. Panico, ansia, è sofferenza, è buio totale, è un tunnel senza uscita. Ci sono pochi operatori, non è educativo e l’unico apporto positivo è quello delle associazioni esterne. Non c’è reinserimento lavorativo, dovrebbero farli confrontare e inserirli all’esterno, per esempio con anziani e disabili, i detenuti così cambierebbero. Io vedo in mio marito la volontà di cambiare, lui non ce la faceva più ad avere a stento 100 euro e far mangiare tutti.

 

Cosa voglio dire a chi è fuori?

Invito chi non conosce questa realtà a pensare a quanta sofferenza c’è, noi vorremmo più aiuto, più operatori per aiutare chi è tossicodipendente e ha problemi psicologici. Ai colloqui siamo 200 persone uno sopra l’altro, 10 ore di attese per un’ora di colloquio, è disumano.

Prima di Pasqua i detenuti fecero lo sciopero della fame, quando hanno smesso sono stati puniti e la spesa che fecero non gli è arrivata con una scusa, hanno consegnato solo le sigarette.

Ci hanno informato che dal 18 maggio si potrà fare un colloquio di mezz’ora con un solo familiare e distanziati ma noi, come molti altri, rifiuteremo perché così perderemmo le videochiamate e non potrebbe vedere i figli. Credo sia anche pericoloso, comunque noi torniamo a casa dai bambini e dalle persone anziane dopo file enormi e disumane.

Io ho raccontato anche a mio marito di questa intervista e lui è stato d’accordo.

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