Sabato 26 gannaio, alle 10:30, inaugurazione dello sportello di raccolta e distribuzione di indumenti e di orientamento ai senza fissa dimora! 



Scriviamo queste righe per raccontarvi cosa sta accadendo durante questi primi giorni dell’anno. Perché da poco sono arrivate delle denunce che cercano di fermare il percorso di solidarietà e di accoglienza ormai in piedi da mesi nei locali della Chiesa di Sant’Antonio e Sant’Alfonso a Tarsia, uno dei tanti spazi abbandonati e lasciati all’incuria che, grazie all’azione di attivisti e volontari, ha ripreso vita per costruire un percorso di accoglienza e di comunità dal basso.

Qualche giorno fa infatti è stato notificato l’avviso di chiusura delle indagini preliminari, per il reato di occupazione abusiva, nei confronti di alcuni senza fissa dimora che sono transitati nel percorso di accoglienza.

Siamo ormai abituati alla repressione contro chi osa lottare contro le ingiustizie ma non ci potevamo credere. Di fronte all’evidente stato di bisogno in cui versano queste persone, completamente abbandonate dalle istituzioni, si sceglie, ancora una volta, di perseguirle, di intimidirle e magari anche di punirle per aver osato rivendicare semplicemente un tetto sopra la testa, la possibilità di abbandonare finalmente la strada.

Eppure il luogo che è stato riaperto era una Chiesa abbandonata, saccheggiata e lasciata al degrado da anni, che sarebbe semplicemente rimasto chiuso oppure finito con tutta probabilità in mano alla speculazione privata per i profitti dei soliti noti,  non certo per garantire un uso consono quantomeno alla storia e ai valori di accoglienza e umanità che pure la Chiesa e l’ordine dei Redentoristi dicono di difendere. Una questione sempre più frequente che il Vaticano sta cercando di regolamentare: sono state da poco approvate infatti le linee guida per la dismissione e il riutilizzo del patrimonio ecclesiastico abbandonato, con un documento redatto al termine del convegno internazionale "Dio non abita più qui?" che invita proprio ad assicurare al luogo dismesso un uso compatibile con l’intenzione originaria della sua costruzione privilegiando adattamenti con finalità culturali e sociali, al servizio dei poveri! 

Dalle parole ai fatti, però, evidentemente la storia non sempre resta uguale e si preferisce l’arma della repressione verso gli ultimi anche nei confronti di un’esperienza al servizio dei poveri, di lotta alla povertà, accettata e sostenuta dal quartiere che, nel suo piccolo, dimostra una cosa fondamentale: solo attraverso la solidarietà si può combattere l’odio e la discriminazione, quella guerra tra poveri che ci propinano quotidianamente governi e mass-media.

Nella Chiesa di Tarsia infatti, convivono italiani e stranieri, napoletani, gambiani, bergamaschi, marocchini, rumeni, uniti da comuni bisogni sociali e dalla voglia di non voler più abbassare la testa, dalla determinazione di chi è stanco di essere “invisibile” per le istituzioni e ha scelto di riprendersi tutto: il tetto, la possibilità di ricostruirsi una vita e, soprattutto, la dignità. 
Per questo noi da qui non ce ne andiamo, non ci arrendiamo e anzi invitiamo tutti a esprimere solidarietà a questa incredibile esperienza di accoglienza autogestita perché di fronte ai governi che tagliano ogni anno le spese sociali per gli indigenti e che lasciano vivere migliaia di persone per strada senza alcuna alternativa, rispondiamo con il potere popolare, con l’energia di chi si mette in marcia con protagonismo per trovare soluzioni, dal basso, alla miseria che viviamo quotidianamente.

Per questo chiederemo presto un incontro all’Ordine dei Redentoristi mentre sabato 26 gennaio sarà inaugurata una nuova attività: uno sportello di solidarietà e di aiuto reciproco, di raccolta e distribuzione di indumenti e di orientamento per i senza fissa dimora.

Perché è solo insieme che ci si può salvare, camminando fianco a fianco, senza lasciare indietro nessuno!

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