Da una settimana, vista la grande emergenza freddo, abbiamo aperto le nostre porte ai senza tetto. Scriviamo queste righe per socializzare tante cose che abbiamo visto e ascoltato in questi giorni.

Scriviamo queste righe perché pensiamo che tutti i napoletani debbano essere messi in condizione di partecipare e di sapere, perché di voglia di mobilitarsi ce n'è, come abbiamo visto con i nostri occhi, ma poi dobbiamo anche riuscire ad andare oltre l'emergenza e costruire un progetto, trovare una soluzione per queste persone e continuare ad allargare il fronte della lotta alla povertà.


1. Le storie. Chi perde un tetto? Perché?

A. ha 40 anni o quantomeno li dimostra, ha un volto stanco e provato dalla veglia costante, dal numero indecifrato di caffè che assume quotidianamente, accompagnati praticamente sempre da una immancabile sigaretta. È un ex senzatetto, che ha conosciuto l'associazione Napolinsieme per il supporto che gli dava nei giorni in strada portando cibo e coperte e quando è riuscito pian piano a rimettersi su non ha esitato a dedicarsi costantemente a ricambiare. Così da giorni ci dà una mano a gestire l'accoglienza dei senzatetto che stiamo ospitando all'Ex Opg, ad organizzare orari, pulizie, colazioni e cene.

A. è pakistano, è venuto in Italia 7 anni fa per scappare da violenza e miseria e costruirsi un futuro e una famiglia e per questo, negli ultimi 7 anni, il suo principale obiettivo è stato cercare di raggiungere la sua amata, che è a Londra, con ogni mezzo necessario. Camion, camminate infinite, barche, aerei non c'è mezzo che non abbia tentato e 22 sono i paesi dove ha provato a chiedere asilo, dalla Francia al Belgio, dal Vietnam al Portogallo, dalla Spagna all'Italia, ma purtroppo la polizia l'ha fermato, denunciato, incarcerato più e più volte rimandandolo in Italia perché le impronte digitali gliele hanno prese qui, e quindi in Italia deve stare anche se non vorrebbe e nemmeno può pensare di sposarsi per ricongiungersi, perché nulla è possibile senza quel pezzo di carta, senza "i documenti".

P. invece è un senzatetto napoletano, ha 55 anni, una vita alle spalle fatta di lavoro e sacrifici per tenere aperta una piccola salumeria che poi ha chiuso per la crisi, poi si è aggiunto lo sfratto, il mancato supporto familiare ed è arrivata la strada. P. continua a lavorare, fa il badante 3 volte a settimana e poi torna a dormire in strada perché ancora non ce la fa a prendersi una stanza e rimane una sera alla stazione, una sera alla galleria, una sera a museo, "così sto più tranquillo" dice, "perché è veramente dura stare in strada e ancora mi pagano poco, perché se ne approfittano e pagano di meno gli immigrati, li sfruttano perché sanno che sono più deboli e discriminati, quindi alla fine io con l'età che c'ho sono veramente in difficoltà".

O. invece ha 24 anni è arrivata qui dalla Nigeria dopo un viaggio di 7 mesi, è incinta al 4 mese, infreddolita, spaventatissima, dormiva alla stazione da giorni. In questi mesi ha attraversato ogni girone infernale che potete immaginare, anzi, certe cose non si riescono a immaginare. Che ne possiamo sapere noi di cosa significa partire da sola a 23 anni per attraversare la Nigeria e la Libia, due paesi con grandi conflitti e violenze? Che ne sappiamo delle galere in Libia dove è stata torturata? Che ne sappiamo del viaggio in mare, durato giorni sempre nella stessa posizione, per arrivare in Italia? Oggi sono morte altre 100 persone in quel mare diventato ormai un cimitero e dietro ad ogni numero ci sono storie che non possiamo nemmeno immaginare... Dopo il suo sbarco è finita a Rosarno, anche lì sottoposta a violenze e vessazioni, le visite in ospedale grazie ad Emergency - che opera in zone di guerra e quindi giustamente siamo arrivati al punto che sta anche a Rosarno visto lo sfruttamento disumano dei braccianti africani - e alla fine la fuga a Napoli...

Sono tante le storie di queste persone e degli stessi volontari di Napolinsieme che ci hanno fatto emozionare e ragionare molto, dimostrandoci ancora una volta che l'immagine che danno le televisioni e i soliti luoghi comuni è falsata. Ci hanno detto che i senza tetto "vogliono" vivere per strada, che sono solo tossici, pazzi, "sozzosi" per abitudine, non è alla fine colpa di nessuno se muoiono lì, così. Ma dopo aver sentito le loro storie capisci ancora una volta che può capitare a chiunque di finire così. Basta un po' di sfortuna, un paio di anni che non girano per il verso giusto, la famiglia che non riesce a supportarti, magari sei pure emigrato e completamente solo, perdi il lavoro, uno sfratto e a sempre più persone, anche tantissimi italiani, succede.
La crisi ha aggravato moltissimo la situazione, la povertà è cresciuta del 141% negli ultimi dieci anni, praticamente l'8% della popolazione vive nell'indigenza assoluta, milioni di persone non hanno più nemmeno i mezzi minimi necessari per vivere. Tutto questo è stato il frutto di anni di politiche governative che hanno incentivato i grandi gruppi industriali favorendo le privatizzazioni, i licenziamenti di massa, i tagli netti ai servizi sociali e leggi, come il Jobs act, il pacchetto sicurezza, il piano casa, costruite per restringere l'applicazione dei diritti.

Di fronte a tutto questo dobbiamo resistere con strumenti di difesa reciproca, con la solidarietà, e con la lotta politica.


2. Cosa abbiamo imparato? Perché la solidarietà è un'arma per difenderci dalla crisi e dall'abbandono?

L'abbiamo ripetuto dal primo giorno, la solidarietà popolare dei napoletani in questi giorni è stata straordinaria. Sono venuti a trovarci ogni giorno associazioni, comitati, parrocchie, lavoratori e lavoratrici, casalinghe, anziani, la comunità srilankese, chiunque: per dare una mano, portare delle coperte, pulire, consegnare cibo, scambiare una chiacchiera. Questo dimostra il grande potere che abbiamo quando ci organizziamo, quando lavoriamo insieme intorno a un obiettivo dando ognuno quel che può coi tempi che ha, ma in nome di un progetto in cui si crede, recuperando anche un modo di stare assieme e di incontrarsi che va oltre i ritmi quotidiani. Abbiamo dimostrato che laddove le istituzioni non si muovono, o si muovono lentamente, con i soliti fardelli burocratici, là invece si muove il popolo e si riesce a fare comunque un lavoro d'eccezione, garantendo un'accoglienza dignitosa.

Questo potere popolare che vediamo giorno dopo giorno, noi lo vogliamo organizzare, migliorando gli strumenti per allargare la solidarietà e costruire un coordinamento reale, dotarci collettivamente degli strumenti anche organizzativi per coprire le carenze dello stato attuale. Bisogna servire il popolo, essere innanzitutto utili, umili, metterci a disposizione lavorando insieme, partendo da un metodo comune, perché troppo spesso ci dividiamo su delle sciocchezze, ma dalla pratica comune possiamo cominciare a collaborare sempre di più, sempre meglio sempre più in contatto con le forze popolari. 

Tutto questo in un quadro in cui, come dicevamo, i vari governi nazionali hanno continuato a implementare politiche antipopolari, fatte di tagli e austerità strozzando le amministrazioni locali, ovviamente soprattutto al Sud che avrebbe bisogno di ben altre manovre.

La solidarietà è quindi un elemento chiave per comprendere e cambiare le relazioni umane, motivo per cui non proponiamo un progetto di carità, dall'alto in basso per lavarci le coscienze; al contrario, proponiamo un progetto che generi sinergie che consentano alle persone di stabilire nuove forme di relazione sociale ed economica, che sia in grado di fornire gli strumenti per le persone che soffrono, per far sì che dalla cooperazione possano uscire da questa situazione in modo permanente e senza essere soggetti ad ulteriori "crisi" o modelli di sfruttamento.
Insieme, pur partendo da situazioni difficili che ci hanno visti vittime di ingiustizie, possiamo diventare protagonisti del cambiamento.


3. Cosa va fatto. Come continuare la lotta alla povertà?

Fare rete, ampliare la collaborazione intorno a progetti precisi, indagare i problemi sociali del territorio sono i primi passi che nel nostro piccolo abbiamo cominciato a fare. Ma non basta. Ora è il momento di continuare ad affrontare due battaglie immediate, per vincere:

1) la residenza per tutti: bisogna migliorare le pratiche per ottenere la residenza anagrafica per senza fissa dimora, occupanti case, immigrati richiedenti permesso di soggiorno.
La residenza infatti permette di accedere a servizi minimi ma essenziali come il medico di base (ormai sono oltre 500.000 le persone in Italia che per questo motivo non hanno più un medico di riferimento!), l'allaccio eventuale delle utenze come acqua, luce, gas (è in fondo per questo se pochi giorni fa a Sesto Fiorentino è divampato un incendio partito da un cortocircuito che ha ucciso Alì Muse, mentre cercava di recuperare i suoi documenti...), l'accesso a sussidi sociali o a una pensione minima (che oggi sono più minimi che mai, ma che rimangono un soccorso fondamentale per la sopravvivenza).
I problemi sull'acquisizione della residenza sono vari e mostrano, quando ti fermi dal balletto degli uffici e guardi il funzionamento generale, come avvenga quotidianamente un utilizzo della macchina burocratica volta a spersonalizzare e disumanizzare, ad escludere le fasce sociali più deboli, a rimandare le persone di ufficio in ufficio, per dare interpretazioni diverse finché uno non si esaurisce e si stanca. Ma questi problemi possono essere risolti subito senza alcun investimento di denaro pubblico, attraverso una circolare che vada a chiarire la procedura dell'anagrafe e degli uffici comunali e il costante monitoraggio e riscontro delle operazioni. Per gli immigrati ovviamente c'è una discriminazione maggiore, e dobbiamo pretendere un'interlocuzione con la questura per uscire dal girone infernale in cui per ottenere la residenza bisogna avere il permesso di soggiorno e per ottenere il permesso di soggiorno bisogna avere la residenza...
Questa battaglia per la residenza era nel nostro “programma post-elettorale” di giugno, e da mesi stiamo lavorando perché passi. Abbiamo ottenuto un tavolo con l'amministrazione comunale, che si è mostrata attenta a queste tematiche, per cui speriamo si possa costruire davvero una soluzione amministrativa il più presto possibile.

2) aprire delle strutture all'accoglienza dal basso: per poter continuare questo progetto di solidarietà nato sull'onda dell'emergenza freddo, ci impegneremo per pretendere l'apertura di strutture pubbliche che i volontari, organizzati in rete di solidarietà, possano gestire a partire da nuclei di massimo 20 persone in modo da poter lavorare insieme per il reinserimento sociale di queste persone e la loro autodeterminazione e collaborazione nel processo.
Anche su questo il dialogo con l'amministrazione è continuato e deve continuare perché, di fronte alla grande solidarietà scesa in campo, non ci si può tirare indietro e bisogna invece garantire sempre di più ai cittadini i mezzi minimi di cui il Comune dispone (a partire dal suo patrimonio immobiliare) per farli operare in un contesto di cooperazione e partecipazione dal basso.

Ci chiediamo invece dove siano e cosa stiano facendo in proposito all'emergenza freddo e all'aumento generalizzato della povertà organizzazioni come la Croce Rossa, la Protezione Civile, la Chiesa con le sue mille proprietà sfitte, la Regione Campania guidata dallo sceriffo De Luca, il governo Gentiloni, i partiti, organizzazioni a cui di certo non mancherebbero i mezzi per intervenire!

Purtroppo, è una domanda retorica. Però una domanda vera ve la vogliamo fare, perché ci bussa in testa costantemente da giorni: abbiamo visto decine di associazioni, di volontari, laici, cattolici, stranieri o locali che scendono per strada, cucinano, preparano i pacchi spesa, portano un abito o una coperta. Perché non ci coordiniamo? Perché non ci organizziamo insieme per ampliare e coordinare la solidarietà e fare un'unica pressione verso gli obiettivi che condividiamo?

Napoli - ne siamo sicuri - se continuiamo per questa strada, può diventare, ancora una volta, un esempio di riscatto e umanità grazie alle forze popolari che non chiedono documenti ma collaborazione e conoscenza reciproca, non chiedono soldi ma braccia e buona volontà, da ciascuno secondo le proprie possibilità e per ciascuno secondo i propri bisogni.

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Abbiamo messo per iscritto le idee che stanno alla base del nostro progetto, e tutti i modi in cui si può dare una mano.

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